Quando Zavoli salì a Col Cumano

Pubblicato giorno 5 agosto 2020 - In home page, NEWS

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Era il 15 maggio di venti anni fa: Sergio Zavoli raccontava la sua testimonianza nelle sale del Centro Papa Luciani. Oggi, 5 agosto 2020, mentre ci giunge la notizia della sua scomparsa, ne onoriamo la figura, ricordando l’incontro che fece allora con un folto pubblico salito a Col Cumano. Riportiamo due articoli apparsi sui giornali locali di allora (archivio M. De Donà).

 

Papa Luciani e Bartali «protagonisti» della serata

A Col Cumano il giornalista ha presentato il suo ultimo libro «Credere non credere»

[tratto da Il Gazzettino, 15 maggio 2000, pag. 2]

Una signora tra il pubblico si alza: «Si sente che crede in quello che dice, lei è ispirato». L’ispirato è Sergio Zavoli, ospite della parrocchia di Santa Giustina, l’altra sera al Centro Papa Luciani di Col Cumano, per presentare il suo libro “Credere, non credere”. Il noto giornalista radiotelevisivo, ex direttore della Rai e ora scrittore, introdotto da Michelangelo De Donà e da don Francesco Cassol ha ipnotizzato la platea per quasi 2 ore, passando al “setaccio” del dilemma “credere, non credere” la sua esperienza personale, il dolore, la sofferenza dei bambini che muoiono lo biogenetica, la globalizzazione, il passato dell’uomo, il futuro e le profezie di Fatima.

Ha raccontato con voce pacata l’inchiesta sul destino dell’uomo, da dove viene e dove va. Al padre del Processo alla Tappa la sala ha chiesto delle fede di Gino Bartali, il campione del ciclismo scomparso da poco. «Bartali è morto da credente – ha risposto Zavoli – ma al suo ciclismo pane e acqua non ho mai creduto». E poi ha raccontato un episodio per far luce sulla personalità di Gino. Alla partenza del Tour de France Bartali era sempre l’ultimo. A Zavoli qualcuno raccontò che Gino arriva ultimo, perché si attardava nella stanza di Coppi, a cercare la fonte del miracolo che faceva dominare il rivale. Bartali era così, quando Coppi morì ammise che era un campione, come lui.

E infine un pensiero a Papa Luciani, un’ultima domanda dal pubblico, un commento dell’uomo di fede e giornalista sulla morte del pontefice di origine bellunese. Una notizia trasformata in spettacolo, gialli creati attorno alla morte di Giovanni Paolo I che poi si smentiscono, hanno tolto a chi lo ha amato. «In realtà – ha concluso Zavoli – teniamo in vita mitologie che danneggiano la vita di chi resta». […]

Emanuela Bolzan

Zavoli: Gesù, il dolore, “credere, non credere”

[tratto da L’Amico del Popolo, 20 maggio 2000, pag. 7]

C’era molta attesa per l’incontro con Sergio Zavoli, tenutosi a Col Cumano lunedì 15 maggio, concretizzata con una massiccia partecipazione, ben oltre le previsioni, a testimoniare la stima che – con anni di giornalismo serio e impegnato – l’illustre ospite si è conquistato.

Suggestivo il tema prescelto, titolo di un saggio pubblicato nel 1996 – “Credere, non credere” – ma emozionante anche il clima creato dal coro “Solo voci” diretto da Pio Sagrillo, grazie a tre brani davvero in tema con la relazione proposta.

Dopo la presentazione di Zavoli da parte di Michelangelo De Donà e il saluto di don Francesco Cassol, Vicario episcopale per la pastorale, il relatore è entrato immediatamente nel tema con una prima parte autobiografica, nella quale la sua personale vicenda di credente; una storia che, rivissuta, ha fatto scoprire nei presenti come anche le loro vicende non siano poi così distanti da quella proposta. Ci si è accorti che labile è il confine tra il credere e lo scoraggiamento, ma anche la delusione, lo sconforto, la paura. Labile e debole, in quanto soggetto a tante piccole situazioni che rendono la vicenda umana unica, irripetibile.

Molti i temi toccati nella relazione, peraltro veramente sostanziosa, tutti con un unico denominatore: la centralità nella vicenda umana di Cristo. È lui che ha portato il divino in mezzo all’uomo, dentro l’uomo, con il solo fatto di essersi incarnato, di essere diventato uno come noi, anche lui con i dubbi – «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» – e con la paura – «Padre, se è possibile, allontana da me questo calice».

Un Cristo che non muore giubilato e onorato, attorniato nella sua vecchiaia da stuoli di discepoli, come stato per Buddha o Maometto. Gesù invece muore precocemente, violentemente, abbandonato da tutti, con le braccia spalancate per accogliere ciascuno di noi. Un Cristo che si fa povero tra i poveri, che vive un messaggio di liberazione, per far sì che ciascuno di noi si impegni, faccia la sua parte.

Significativa la parte dedicata al dolore, problema che da sempre attanaglia l’uomo, e dove credere e non credere si trovano in perenne contatto. D’altro canto il pensiero di cinquantamila morti per fame ogni giorno tra l’indifferenza totale (come se qualche centinaio di aerei precipitassero giornalmente) dovrebbe provocare qualche riflessione.

Non sono mancati accenni su una comunicazione attenta a stravolgere la notizia, a cogliere quanto “fa colpo”, ma il tema centrale è rimasto Cristo e la sua Chiesa, che, secondo Zavoli, ha modo di essere sempre più punto di riferimento in quanto sa essere profetica, sa chiedere perdono, accetta il rischio di essere come l’apostolo Pietro durante la passione di Cristo, ovvero quello di essere sbugiardata, perché confida nell’apporto di ciascuno di noi.

Loris Apollonia

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