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Pittore del Castello

Quattro quadri nel vecchio castello

   
Ignoto pittore, Non m’è stato dato di sapere il vostro nome. I vostri quattro quadri, però, appesi in quella sala d’angolo, illuminata da piccole finestre gotiche, in quel vecchio castello, mi sono piaciuti. La loro fattura artistica m’è sembrata modesta; suasivo, invece, il significato morale, che mi ha fatto riflettere. Il primo quadro rappresenta l’infanzia. Una barca a vela è appena uscita dal porto. In mezzo siede un fanciullo e guarda, spensierato, il gioco delle onde. Può sedere, può esser spensierato, perché davanti, saldo al timone, è un Angelo; di dietro, a poppa, ci sta, è vero, una figura oscura, ma dorme profondamente e non accenna a svegliarsi. Il secondo quadro rappresenta l’adolescenza. Il bambino del primo quadro è ora un giovanetto; in piedi, spinge dalla barca il suo sguardo curioso verso lontananze sconosciute, dove immagina siano bellezze senza fine. Il timone è ancora in mano all’Angelo, ma le onde sono fortemente increspate e la figura oscura non dorme più: gli occhi torvi non promettono niente di buono; agognano il timone ed annunciano assalti. Il terzo quadro rappresenta l’età matura. Nella barca, adesso, c’è un uomo, il quale sta lottando con tutte le sue forze contro l’uragano, che infuria su sfondo di tregenda; il cielo è oscuro; l’uomo è oscuro; il timone sta in mano della figura oscura; l’Angelo è stato relegato in fondo. Nel quarto quadro siede nella barca un vecchio. La tempesta s’è placata, il porto è in vista, il sole indora le onde. Guida l’Angelo e Ia figura oscura è saldamente incatenata. 

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Sono d’accordo con Voi, caro pittore, che la nostra vita è un viaggio con un punto di partenza e uno di arrivo: il nostro 20°, 50°, 60°anno non è che un tratto intermedio tra quei due estremi. Ma ecco: mentre conosciamo la distanza precisa dal punto di partenza, ci è completamente ignota la distanza dal punto di arrivo. Quanti anni ancora? Noi conosciamo molte brave persone; sanno disegno e meccanica, inglese e trigonometria; ma questa piccola nozione, questo dettaglio insignificante degli anni che ci restano, nessuno lo sa. L’animo si sente sfiorato da un brivido ed emette un proposito: "Gli anni possono essere pochissimi, può trattarsi solo di mesi o di giorni. Signore, non butterò via neppure un minuto!". C’è un problema ancora più preoccupante. I porti di approdo son due: Paradiso e Inferno; il primo solo è desiderabile, rappresenta la fortuna delle fortune. Ci arriveremo? Ecco il problema. Tutti gli altri, al confronto di questo, sono niente. "Sono stato ricco, sono stato famoso, ho fatto una magnifica carriera. Tutto ciò non è che un disastro, se non ci arrivo. Intendo a quel prima, benedetto porto"!

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Sono d’accordo con Voi che per essere buoni si deve lottare, specialmente in certi momenti più aspri. E’ vero che due forze opposte si contendono il timone ossia il governo della nostra vita. E’ vero che la santità è frutto di conquista e di vittorie riportate giorno per giorno sulla punta della spada. E’ vero. Paolo ha scritto: "Non siamo in lotta con deboli e fragili esseri umani, ma contro... i dominatori cosmici di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male vaganti nello spazio". Il papa, di recente, ci ha richiamato alla memoria anche questa verità. Sono d’accordo con Voi che una tattica viene usata: la tattica delle passioni umane. Dante la descrive, quando, all’inizio del suo viaggio, trova la strada sbarrata dalle tre fiere: la lonza, il leone e la lupa. La lonza che, leggera e svelta, non dà tregua, è la sensualità: essa approfitta di tutto per spegnere in noi i gusti e le gioie dello spirito e per accendere i desideri non buoni; ce la sentiamo alle calcagna dappertutto e sarebbe in grado di scoraggiarci e avvilirci, se non avessimo per noi l’aiuto e la protezione di Dio. Il leone "con la test’alta" rappresenta l’orgoglio, il quale mira proprio alle teste, che si vedono andar via alte e diritte, mentre, sotto, la persona si erge impettita, la pancia, nel camminare, tende in avanti. Ma non c’è motivo di essere tanto fieri. Ai tempi di Giuseppe Giusti c’era un presidente; gongolava nel presiedere, portava la tuba e la posava su una poltrona, durante le sedute. Ma un giorno qualcuno, per sbaglio, vi si sedette sopra ed ecco il poeta scoccare lo strale: "Han rotto la tuba - ad un Presidente; fortunatamente - dentro c’era niente!".  Oh! certi tipi, che marciano tuba in testa, anche di fronte a Dio e son tutto, e san tutto, autonomi, anticonformisti, autosufficienti, contestatori! Ma poi? Ma sotto? In che si risolve tutta la loro bravura? La lupa, magra e carica di brame, può essere la mondanità, che ci divora coi suoi impegni a getto continuo: visite, esami, concorsi, affari, competizioni sportive, spettacoli. Noi ci lasciamo inghiottire da queste cose come da un abisso. E Dio? E la nostra anima? Diventano due cosette secondarie, che intravediamo ogni tanto come puntini lontani e a cui concediamo pochi istanti, raramente e di sfuggita, con improvviso e assurdo capovolgimento di valori. Sono d’accordo con Voi che le forze del bene sferrano la controffensiva con tattica opposta a quella delle fiere. Per fortuna! Per la sensualità vale la tattica del vuoto. Sì, ci sono dei momenti in cui Dio fa il vuoto in noi. Si sente che certe cose non son degne di noi, non bastano, non saziano. Questo 1973 è l’anno centesimo dalla nascita di Trilussa. Egli ha scritto: "C’è un’Ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va... Tutto sommato, Ia felicità è una piccola cosa".  Spessissimo poi non di felicità si tratta, ma di piacere passeggero. Spesso, di dispiacere. Si prova una specie di mal di denti, mentre una voce grida: "Va’ dal dentista!". Sant’Agostino, riferendosi ai diciassette anni di sua vita sregolata, confessa: "rodebar, cruciabar", ero rosicchiato, mi torturavo in quegli anni; quella non era una vita, Signore! "Talis vita, nunquid vita erat"? San Camillo ammoniva sé e gli altri così: "A fare il male si prova piacere, ma il piacere passa subito e il male resta; fare il bene, costa fatica, ma la fatica passa subito e il bene resta". Per la superbia ci vuole il Vangelo, che è chiarissimo al proposito: "Mettiti all’ultimo posto": il Signore è stato in mezzo ai suoi Apostoli "come uno che serve"; e ha insegnato: "Dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri... e beati voi se lo mettete in pratica". Per la mondanità, può bastare questo piccolo pensiero, sempre del Vangelo: "Che giova guadagnare il mondo intero, se poi si perde l’anima? Che cosa può dare l’uomo in cambio della propria anima?".

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Amico pittore, siete riuscito, colle vostre pitture, a toccare qualche fibra del mio animo. E’ stato un piacere per me. Peccato che adesso cominci un dispiacere. Quale? - direte. Ve lo dico in confidenza: è il dubbio di aver urtato i lettori. Alcuni mi avranno trovato romantico, ingenuo e sorpassato rievocatore di castelli; altri avranno troncato la lettura appena fiutato odore di "moralismo". Uno dei tanti infortuni del lavoro.
Aprile 1973

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