HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXIII - aprile 2006 - n. 2

A Maria per gli umili scalini dei poveri

#2 Aladino, il muro e Cappuccetto rosso

#3 Mi sono sentito chiamare per nome

#4 Il mio riferimento: papa Luciani

#5 Come bimbi svezzati

#6 Il viaggio della vita

#7 Papa Luciani, nel suo sorriso l’enciclica sull’Amore di Dio

#8


#9 Per una degna partecipazione

#10 Il senso di una fiction

#11La riflessione del Diretore

L'Oasi Bethlehem

 

::: A Maria per gli umili scalini dei poveri:::
di Albino Luciani

A cavallo tra il Cinque e Seicento a Venezia ha studiato, insegnato teologia e predicato s. Lorenzo da Brindisi, cappuccino e dottore della Chiesa. Tra le sue opere figura il Mariale, raccolta di prediche sulla Madonna. È un capolavoro di teologia e di «predicabile ». Penso tuttavia che a formare la devozione mariana del popolo, molto più che il Mariale o simili altri libri ad alto livello, abbiano influito le numerose raccolte di racconti, miracoli e leggende sulla Madonna, stampate specialmente ad uso dei predicatori e da questi largamente sfruttate. Esse contenevano le stesse verità del Mariale, tendevano allo stesso scopo: fare che gli uditori passassero dal male al bene, dal bene al meglio, dal meglio all’ottimo, ma si servivano del gran mezzo del racconto plastico e vivace; evitavano il ragionamento complicato e mettevano invece le verità sotto gli occhi, facendole quasi toccare con mano, impressionando la fantasia e scaldando il cuore. Sono riuscitoad individuare ben tredici di queste raccolte stampate nel territorio della Serenissima dall’invenzione della stampa al ’700. La prima raccolta, stampata nell’«alma Vinezia» nel 1477, «insegna come se debia acquistare la virtude e li moralissimi costumi»; reca questo explicit: «De la virtù io son chiamato il fiore / Le feste almen lezeme per amore». La seconda raccolta è «impressa in Trevisio... nel anno 1480». Narra, tra l’altro: «Era una zovene vergene la qual salutava ogni dì cento et cinquanta volte la madre de Christo Jesù, la quale essa una volta apparve et disse: O fiola mia quando tu me salute molto me piace et specialmente quando tu dici dominus tecum. Allora me pare che io habbia lo mio figlio ne le mie braccia. Onde io te annuncio che devi dire questa oratione: overo salutatione più devotamente et non la dire con tanta frecta. Da poi quella zovene salutava ogni dì devotamente cento volte la madre de Christo. E così la zovene perserverando ne la sua devotione meritò dopo el suo fin la gloria de vita eterna per li meriti de la gloriosa Vergene Maria, la quale sia sempre ringraziata».

   Le glorie di Maria, di S. Alfonso de Liguori, sono l’ultima raccolta tra le tredici segnalate e riassumono - si può dire - tutte le altre, perché contengono ben 130 tra miracoli ed esempi mariani trasmessi dal Medio evo in qua di bocca in bocca, di libro in libro. Alcuni “pezzi” sono addirittura “pezzi classici”, tanto sono stati narrati e tanto sono stati gustati dal popolo semplice. Esempio, quello di suor Beatrice, la «folle portinaia ». Vinta dalla passione, depose le chiavi del conventoai piedi di un’immagine di Maria, scappò in un’altra città, dove si mise a far la donna pubblica e visse quindici anni in questo stato miserabile. Un giorno incontrò il fattore del suo monastero e gli chiese se conoscesse una certa suor Beatrice. «Certo che la conosco - rispose il fattore - è una monaca santa e ora è maestra delle novizie». Stupita, la ex monaca si travestì, andò al monastero, fece chiamare la presunta suor Beatrice ed ecco comparirle innanzi la s. Vergine, che le dice: «Beatrice, io per impedire la tua vergogna ho preso la tua forma e ti ho sostituita alla portineria in questi quindici anni. Torna, fa’ penitenza, il mio Figliolo ancora ti aspetta e procura di conservare colla buona condotta il buon nome che io ti ho acquistato!». Beatrice rientrò, visse da santa e in morte manifestò tutto a gloria di Maria.

   Altro “esempio”. Un giovanotto visitava ogni giorno per devozione un’immagine dell’Addolorata dalle sette spade infitte nel petto. Una notte cade in peccato mortale. Passato la mattina dopo a visitare l’immagine, vede nel petto della Vergine non sette,
ma otto spade: «Sei stato tu ad aggiungere l’ottava spada!» gli dice una voce. Intenerito e compunto, va subito a confessarsi e conduce una vita santa. Molti esempi sono di questo tipo: chi li racconta, più che all’esattezza storica, mira all’edificazione; si tratta di paragoni più che di fatti. E tali restano anche se sublimati da un’arte eccelsa. Buonconte da Montefeltro, scomunicato, basta che nomini Maria per sfuggire al diavolo, stando a Dante. Si tratta di leggenda evidentemente, ma quanto impressiona anche ora sentire Buonconte che dice: «Qui perdei la vista e la parola... nel nome di Maria finii..., caddi... L’angel di Dio mi prese, e quel dell’inferno gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?”». Altri racconti sono storia autentica. E storia autentica e veneziana è la liberazione di Girolamo Emiliani dalla prigionia del castello di Quero. Nella chiesa della «Madonna granda» di Treviso ci sono ancora le catene, ch’egli vi depose a ringraziamento della grazia ricevuta il 27 settembre 1511 dalla Madonna. Oggi, a chi legge qualcuno di questi ingenui esempi, spunta sulle labbra il sorriso. Sia - ve ne prego - sorriso indulgente, comprensivo e di calda simpatia. Non si sciupi - con esagerata, feroce critica agli «esempi» - l’emozione religiosa da essi una volta suscitata. E ci si chieda: perché Dio a favore dei semplici e degli analfabeti non avrà potuto far scorrere le sue verità preziosissime attraverso l’imperfetta strada della fragile «teologia esemplare », «teologia dei poveri », la sola adatta ad illuminare i poveri di una volta? Ma oggi noi siamo «ricchi»; tutti sappiamo leggere; negli audiovisivi abbiamo mezzi di informazione rapidissima e vastissima; l’informazione teologica, anche mariana, scorre poi a torrenti su libri, giornali e riviste; c’è stato di mezzo un Concilio.

    Dove va la nostra devozione alla Madonna? Penso che non si dovrà spostare di un solo apice la fiducia nella misericordiosa potenza di Maria a nostro favore. Pure intatte restano le verità insegnate da sempre circa la Madonna dal magistero della Chiesa. Quello che può cambiare è invece il modo di concepire e attuare la nostra devozione a Maria.
Siamo in tempi in cui la donna rivendica giustamente i propri diritti. Noi, allora, di Maria non metteremo in risalto solo l’umile lavoro domestico; con il concilio ricupereremo l’insegnamento patristico, che salutava Maria come la «nuova Eva», che con Cristo collabora per una umanità tutta rinnovata. Un albero, Adamo ed Eva - dicevano i Padri - sono stati all’origine della nostra rovina. Un altro albero (la croce), Cristo e Maria stanno all’origine della nostra salvezza. Oggi la gente è molto più delicata ed esigente di una volta; in più, il concilio, pur annoverando il culto mariano tra i doveri dei credenti, ha messo in guardia contro il sentimentalismo e la vana credulità in materia. Onoreremo dunque la Vergine specialmente imitando le sue virtù e percorrendo gli scalini tracciati dall’umile “teologia dei poveri”: pentirci dei nostri peccati, confessarcene, farne penitenza, resistere alle nuove insorgenti tentazioni, condurre vita santa. Pregheremo ancora di cuore la Madonna anche col rosario, ma senza attribuire efficacia infallibile e magica a certe immagini, alla corona in se stessa, a certe formule o“catene” di preghiere. Non saremo precipitosi a seguire voci di apparizioni o di rivelazioni, che talora si rivelano parto di gente malata o avida di fama e di denaro.

   Al Concilio c’è stato una specie di «scontro» teologico. Alcuni vescovi volevano sulla Madonna un documento a parte, quasi a significare il ruolo del tutto privilegiato e «fuori serie» di Maria. Altri vescovi, invece, desideravano che di Maria si parlasse sì, ma non a parte, bensì nel documento dedicato agli altri membri della Chiesa. Prevalse il parere di questi ultimi. Ciò può significare che Maria, benché privilegiata, benché madre di Dio, è anche nostra sorella, una della Chiesa e nella Chiesa. Sicché la confidenza la Madonna ce la ispira non solo perché è tanto misericordiosa, ma anche perché ha vissuto la nostra stessa vita e ha esperimentato parecchie delle nostre difficoltà. Essa - dice il Concilio - «mentre viveva in terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro, era sempre intimamente unita al Figlio suo». Il Concilio volle riaffermare con s. Paolo che Cristo è unico mediatore tra Dio e gli uomini. Con Dante riterremo allora che Cristo è mediatore tra noi e Dio Padre; Maria invece, media piuttosto tra noi e Cristo ed è la via più facile e sicura al Cristo. Parlando quindi della grande bontà della Vergine, mai dimenticheremo che la misericordia di Cristo è ben superiore. Un uomo sposato in procinto di commettere adulterio - scrive s. Alfonso - passando davanti ad un’immagine della Madonna, recita un’Ave Maria. Ma vede che il bambino in braccio alla Vergine gli sta volgendo - per disapprovazione - le spalle. Resta impressionato, si pente, prega la Madonna e questa - a sua volta - prega il Figliolo e lo induce al perdono. Ingenuità a parte, l’esempio non calza: suppone infatti che Cristo sia più lento al perdono che Maria. Ciò è falso. È vero, invece, che la Madonna, come madre, può ispirare psicologicamente più fiducia ai peccatori, aiutandoli a incontrare Cristo più gioiosamente. Si tratta dunque di portare qualche ritocco alla nostra devozione, di renderla più consona alla sensibilità moderna. La devozione va però conservata come patrimonio prezioso, utile sia alle singole anime, sia all’intera comunità.

Opera Omnia 5,490-492

--- Confronti ---

   Sono odiosi se animati da gelosia e orientati alla ricerca di ciò che divide; sono invece preziosi se guidati, come nel caso, da sincera ammirazione, da desiderio vero di imitazione e dall’attenzione a ciò che unisce. Sto scrivendo dei confronti fra persone e realtà diverse, un tema che attraversa queste pagine. I primi li fa Luciani stesso, nell’intervento che apre questo numero, dove tratta delle devozione alla Madonna, mettendo a confronto l’efficacia di quel capolavoro di teologia che è il Mariale di S. Lorenzo da Brindisi, con la raccolta di esempi mariani di Sant’Alfonso de Liguori che “mettono sotto gli occhi le verità, facendole quasi toccare con mano, impressionando la fantasia e scaldando il cuore” (pag. 1). E nella riflessione sull’Eucaristia, dice di una Messa che “è tutta segno e causa di unione” confrontandola con un’altra che “è deviazione invece che devozione” (pag. 11) Don Vazza confronta Giovanni Paolo I con Benedetto XVI: “Non è difficile - scrive - vederne la somiglianza: la finezza del tratto, la dolcezza del parlare, la bontà dello sguardo, l’assillo comune che il Vangelo raggiunga tutti gli uomini, amati da Dio” (pag. 6) . Giorgio Zambanini mette felicemente a confronto la figura di Luciani con quella di don Pietro Gonella “un sacerdote inchiodato in un letto per trenta anni, vissuto come offerta per la salvezza di tutti ” morto nei giorni del brevissimo pontificato, per concludere “Vi siete offerti in sacrificio, contemporaneamente a Cristo”(pag. 4) . Andrea Formica rivede le sue convinzioni giovanili “che confliggevano con la dottrina della Chiesa” e lo condannavano alla fatica della “continua ricerca di un riferimento religioso” sicuro, e le confronta con la ripetuta “folgorazione”che fu per lui la figura e la parola di papa Luciani. (pag. 6) Antonio Bartolini mette a confronto un’enciclica-documento con un’enciclica-vita per concludere che papa Luciani non ha “avuto tempo per scrivere un’enciclica, e neppure per pensarvi, “ ma la sua migliore enciclica è stato il sorriso spontaneo con cui ha reso visibile,tangibile e concreto l’amore di Dio” (pag . 8) Don Taffarel ci ricorda un gustoso confronto del vescovo Luciani: “Se quella vecchietta che scende dalla montagna con una gerla di legna sulla schiena è amica di Dio, Dio ha scritto sulla sua strada per lei; splendore di sapienza e vigore di confidenza; se non è amica di Dio, su di lei è scritto caligine di ignoranza, tristezza, malinconia”: (pag. 7) C’è un modo di vivere condizionato da “apatia e tristezza, dall’oscurità del futuro, da tentazioni di resa “e c’è invece un vivere guidati dalla virtù difficile della speranza che porta ad attraversare gli orizzonti ed a guardare al nuovo mondo di Dio, ripetendo il si di Maria” (don Giorgio pag. 13).Confronti, cioè motivi di incoraggiamento per noi.
Mario Carlin

 

::: Aladino, il muro e Cappuccetto rosso :::

Attenzione ai “maghi”!
Nelle Mille e una notte si racconta della lampada fatata di Aladino. Preziosissima, strumento di onnipotenza, era stata nascosta da Aladino in soffitta. Un certo mago malvagio passa un giorno per la strada gridando: “Baratto lampade nuove per lampade vecchie!”. Pare un affare, la moglie di Aladino ci casca, corre in soffitta, torna con la lampada fatata, il mago gliela porta via lasciandole in cambio alcune lucerne di latta lucente, ma di nessun valore. Il trucco si ripete. Si presenta oggi il “mago”: mistico, filosofo o teologo che sia; offre di barattare mercanzia. Attente! Le idee che vi offrono i “maghi” sono “latta”, invenzione umana. Quelle che essi chiamano “idee vecchie” sono spesso le idee di Dio, delle quali è scritto che non salterà neppure una riga!

I comandamenti sono libertà
   Chesterton in uno dei suoi libri ha descritto un gruppo di fanciulli che giocavano su una piccola isola. Tutto il giorno correvano, saltavano, lanciavano il pallone e non avevano alcun timore e preoccupazione, perché tutto attorno all’isoletta correva un alto muro. Un giorno sbarcarono sull’isola alcuni tipi strani, che si misero a fare la propaganda contro il muro. “Non vedete che esso vi limita? Vi toglie la libertà, buttatelo giù!”. Furono ascoltati, ma se oggi andate in quell’isola, trovate quei fanciulli disorientati. Non si fidano più di correre, di lanciare il pallone, temono di cadere nell’acqua!

L’umile sa chiedere aiuto
   Mark Twain è stato per un po’ di tempo direttore di giornale, ma non si limitava a scriverlo: lo diffondeva con tutti i mezzi possibili. Un giorno i suoi lettori videro una vignetta con un asino in fondo a un
pozzo. Sotto la vignetta c’era l’indovinello: «Sapete dire perché questo povero somaro è morto in fondo al pozzo?». Pochi giorni dopo la vignetta era riprodotta di nuovo con la risposta: «Il povero somaro è morto, perché non ha chiamato aiuto!”.

La preghiera sia seria
Al suo figliolo, inginocchiato sul letto, una mamma aveva detto: «Recita la preghierina!». Il piccolo cominciò: «C’era una volta una bambina, che si chiamava Cappuccetto rosso... ». «Cosa dici? - interruppe la mamma - t’ho detto di recitare le tue preghiere!». «Sì mamma, ma le ho dette tante volte, che il buon Gesù le sa ormai a memoria; credo che egli si divertirà di più, se gli conterò la storia di Cappuccetto rosso!». Siamo un po’ noi quel piccolo: nella preghiera desideriamo giustamente novità, varietà e spontaneità: purtroppo, le novità che proponiamo sembrano talvolta una storia di Cappuccetto rosso da convertirsi in preghiera!

::: Mi sono sentito chiamare per nome:::


Papa Luciani   Carissimo papa Luciani, ti scrivo trepidando, nella stessa condizione che ti sei trovato tu, quando nelle lettere “Illustrissimi”, ti sei rivolto a Gesù. Mi rivolgo a te come ti sei rivolto tu a Lui. Tu lo sai. Con te mi sforzo di tenere un colloquio continuo. Tradurlo in lettera, però, è difficile: sono cose personali. E poi, così piccole! E poi, cosa scrivere a te, di te, dopo tutti i libri che su te sono stati scritti? Tuttavia, ecco qui la lettera. Vorrei descriverti un incontro che per me ha qualcosa di misterioso. Grazie ad un mio carissimo amico, sono venuto a conoscenza di una splendida figura di sacerdote, di un crocifisso inchiodato in un letto per trent’anni, vissuto come offerta per la salvezza degli altri: don Pietro Gonella. Per te non è un nome nuovo, sia perché ora siete uniti in Cielo, sia perché qui in terra vi siete offerti in sacrificio contemporaneamente a Cristo. La data di questo inconto fu fissata il 23 settembre 1978. Mentre ad Asti nella sua cameretta don Pietro veniva ordinato sacerdote (per volere di Paolo VI) offrendosi come vittima d’amore, tu, con tuo affettuoso telegramma partecipavi alla sua immensa gioia. A Roma nello stesso spazio di tempo, ti offrivi Vescovo alla presa di possesso della Basilica di S. Giovanni in Laterano, assicurando a noi tutti il tuo amore e il desiderio di entrare al nostro servizio mettendo a disposizione tutte le tue povere forze, quel poco che avevi e che eri. Con certezza posso confermarti che quel poco, ora si è trasformato in molto, sia per me personalmente, sia per tutta la Chiesa che da pochi mesi ti ha inserito nella lista dei “Servi di Dio”, nell’attesa di proclamarti al più presto Beato e Santo, anche se nei nostri cuori lo sei già da tempo. Sapere che le prime S. Messe di don Pietro furon offerte sotto il tuo Pontificato, sono state per lui sicuramente una gioia, vedendo anche come custodiva con affetto il telegramma scritto di tuo pugno. La vostra offerta al Padre per la Chiesa, fatta di sofferenza, di riflessione, di preghiera, di parola e di azione, si è rivelata sempre più efficace, sempre più feconda. La cameretta di don Pietro e la piazza di San Pietro erano diventati i luoghi di incontro tra Dio e tanti fratelli. Un anno fa ero a Roma in pellegrinaggio, come tu sicuramente ricordi, dopo aver fatto una breve sosta di preghiera nella cappella della Basilica dove è esposto il Santissimo, sono sceso direttamente nelle Grotte Vaticane, inginocchiandomi davanti alla tomba del Principe degli Apostoli e giunto alla tua ho appoggiato la fronte contro la lastra di marmo che copre il sarcofago, chiamandoti affettuosamente per nome, come faccio quando visito la tomba dei miei famigliari, parenti e amici. Quando sono uscito sulla grande piazza della Basilica Vaticana, mi sono seduto sui larghi scalini di pietra e ho chiuso gli occhi lasciandomi accarezzare il viso dai raggi del sole, con l’animo colmo di gioia e commozione, immaginando di rivedere quel lontano mattino di domenica 27 agosto 1978, quando apparisti sulla loggia della Basilica di San Pietro, davanti a una moltitudine di fedeli esultanti, conquistando tutti con quel tuo sorriso puro che manifestava chiaramente la grande bontà del tuo cuore di padre sensibile e aperto alle sofferenze e alle gioie di tutti gli uomini.    Lentamente le voci e i battimani si sono affievoliti e spenti del tutto, l’immensa piazza si è fatta nuovamente deserta e avvolta da un silenzio pieno di attesa. Allora mi sono sentito chiamare per nome dalla tua voce inconfondibile che proveniva dall’alto, alle mie spalle, e di colpo mi sono alzato e rivolto verso la loggia della Basilica: era vuota e quasi nascosta da una cortina di nebbia che mi lasciava appena intravvedere la tua bianca figura e il volto sorridente, con la mano destra alzata nell’atto di benedirmi. E mentre facevo il segno della croce, commosso fino alle lacrime, sei scomparso dietro la cortina di nebbia... Così si concludeva il nostro incontro, se non che, tornato a casa e salito ad Oropa ai piedi della Madonna Nera, mi sono sentito guardato dai tuoi sguardi in modo singolare, sentendo vicina la tua presenza. Dopo aver scritto a tuo fratello Edoardo, sono venuto a conoscenza che eri salito con lui al Santuario il 20 luglio 1965 e celebrato la S. Messa ai piedi della Vergine Bruna allora Vescovo di Vittorio Veneto. Questo ha portato in me una grande gioia nel saperti presente anche ad Oropa dove mi porto sovente per sentire l’affetto materno di Maria. Ho scritto, ma mai sono stato così malcontento di scrivere come questa volta. Mi pare di avere omesso il più, che si poteva dire di te, di avere detto male ciò che si doveva dire molto meglio. Mi sembra pure di sentire quasi un tuo rimprovero per averti scritto questa lettera; te ne chiedo scusa, ma non potevo lasciare passare il venticinquesimo anniversario della tua scomparsa senza scrivere qualcosa sui nostri incontri, per riviverli con gioia, ma anche perché altri possano partecipare a questa mia felicità, e conoscendoti sempre meglio, amarti ancora di più. Ti vedo sorridente e felice intorno a me nel mistero della Comunione dei Santi, in attesa che anch’io possa finire la “corsa” da vincitore, per trovarci poi insieme, e per sempre, nella contemplazione perfetta di Dio, in paradiso. Con la fede più viva ti prego di proteggere la mia giovinezza così insidiata da tanti nemici che vogliono trascinarmi nella colpa e farmi perdere la grazia di Dio. Fa’ che io viva sempre la mia vita di cristiano, e che impieghi tutte le energie dell’anima e del corpo per la gloria di Dio. Fa’ che il mio spirito sia inondato della gioia che godono tutti quelli che sono forti e puri. Fa’ che io sia docile alla volontà divina, pronto ad affrontare tutte le difficoltà della vita. Per questo, papa Luciani, stammi sempre vicino con la tua potente intercessione. Nell’amore senza misura di Nostro Signore Gesù Cristo, e in quello materno di Maria santissima, tuo in umiltà e piccolezza evangelica

Giorgio Zambanini

::: Il mio riferimento: papa Luciani :::

Albino Luciani   Ho incontrato per la prima volta Albino Luciani nel mio cammino di fede quando fu eletto Papa ed io avevo solo 7 anni. Era il 1978 ed il ricordo di quel periodo storico, al di là di un’infanzia personale felice e spensierata, è purtroppo legata agli anni di piombo, al sequestro Moro e a questa sensazione di cupezza che invadeva la società italiana, stretta tra la recessione economica e l’imperversare del terrorismo, rosso e nero, fatto con gli omicidi, con le gambizzazioni e con le bombe in piazza. Ebbene nel mio ricordo di bambino l’elezione di un Papa così sorridente, solare e, perché no, simpatico, che all’inizio della stagione scolastica ci aveva detto di studiare e di prepararsi bene perché non si sa mai cosa la vita ti riserva (come era capitato a lui...) mi era sembrato, nella mia fede acerba, un vero miracolo della provvidenza. Poi, gli eventi superarono la mia capacità di comprensione sui grandi misteri della vita e la morte (che solo un anno prima mi aveva portato via mio nonno, che, con mia nonna, mi aveva cresciuto, a causa degli impegni lavorativi dei miei) arrivò subitanea ed inaspettata. Ma ciò non mi impedì di conservare quel ricordo di un Papa umile che parlava con i bambini e che spiegava il catechismo con Trilussa (mia grande passione). Crebbi e crebbe con me la mia fede, nonostante l’adolescenza, prima, e la giovinezza, poi, mi travolsero,distraendomi, inevitabilmente, dalla mia realtà spirituale.
    Tuttavia, pur essendo maturate in me molte convinzioni che confliggevano con la cosiddetta dottrina ufficiale della Chiesa cattolica non svincolai la fede dalla frequentazione delle istituzioni religiose e non abbandonai mai la Messa domenicale, nella continua ricerca di un riferimento religioso che rispecchiasse realmente ciò che rappresentava, a mio parere, l’insegnamento di Gesù Cristo; ed, infine, lo ritrovai: papa Luciani. Successe quando, ormai universitario, mi imbattei in un articolo di giornale che parlava del suo atteggiamento, precedente (com’è ovvio) all’emissione della Humanae Vitae, aperturista sul tema del controllo delle nascite, che sottolineava il suo ideale di una Chiesa povera per i poveri, che riportava il suo riferimento costante al Concilio Vaticano II e alla Populorum Progressio, che rilevava il suo rifiuto, al momento dell’elezione, di ogni simbolo richiamante il potere temporale dei Papi,che enfatizzava il suo rigore morale dinanzi ai “mercanti nel tempio”... ebbene, fu una seconda folgorazione. E fu anche la scoperta che mi permise di non abbandonare più la mia fede, ed, anzi, di farla crescere sempre più all’interno della Chiesa cattolica. Da quel momento sono passati oltre dieci anni, in cui la vita ha seguito il suo corso: mi sono laureato, sono diventato avvocato, ho creato una mia attività professionale, mi sono sposato. Però il sottile filo che ha percorso tutti questi anni è stato la mia passione, storica e spirituale, e, quindi, in ultima analisi, la mia devozione per quel Papa, che ebbe un pontificato breve, certo, ma così significativo (insieme a tutta la sua vita precedente), per le aspettative che creò, per i segnali che lanciò e per le parole che ci regalò; il tutto con un sorriso (qualcuno ha detto, la sua enciclica) che ancora oggi riempie i nostri cuori di credenti e che, nonostante tutto quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi ogni giorno, ci infonde comunque e sempre una grande speranza nel domani.

Andrea Formica

::: Come bimbi svezzati :::

papa Benedetto XVI e il vescovo Giuseppe Andrich   Un anno fa, e precisamente il 19 aprile 20005 veniva eletto Papa il cardinale Ratzinger: Benedetto XVI. Vedo una forte somiglianza tra lo stile di papa Ratzinger e di papa Luciani. Ambedue eletti nel 4o scrutinio, con un voto quasi unanime dei cardinali, si presentarono alla loggia della Basilica di S. Pietro, con volto mite e sorridente, con voce dolce e tenue, implorando umilmente, con le mani alzate e giunte, l’aiuto di Dio e la preghiera di tutti. Ambedue hanno conquistato la folla e tutti hanno visto in queste due elezioni l’intervento dello Spirito Santo, che “ubi vult spirat” e rende sempre “viva e giovane” la Chiesa. Inoltre ambedue hanno avuto la comune ferma volontà di camminare nel solco tracciato dai loro predecessori. Così la Chiesa, pur attraverso le sorprese dello Spirito, continua la sua missione, sempre uguale, di fratellanza e di pace nel mondo. Non con spirito di potenza, ma di umiltà, come disse papa Ratzinger: “Sono un umile lavoratore nella vigna del Signore” e papa Luciani: “Sono umile pastore della Chiesa che tiene la sua mano in quella di Cristo Signore e appoggiandosi a lui”. Non è difficile vedere questa somiglianza tra i due Papi: la finezza del tratto, la dolcezza del parlare, la riservatezza, la bontà dello sguardo che vorrebbe abbracciare tutti, nonchè l’assillo comune che la “buona novella” del Vangelo raggiunga tutti gli uomini, amati da Dio e chiamati alla salvezza eterna. Questa somiglianza è chiara nel commento che ambedue hanno fatto del salmo 130: papa Ratzinger, in una udienza generale del mercoledì e papa Luciani, nel lontano 1960, quando era ancora giovane Vescovo di Vittorio Veneto. Scriveva Luciani: “Ho simpatia per il salmo 130. Quando l’incontro, gli faccio festa, perché è breve e mi porge consigli ed affetti per una vita umile”. E aggiungeva: “Un carro di buone opere guidate dalla superbia conduce all’Inferno; un carro pieno di mancanze condotto dall’umiltà porta in Paradiso” (S. Gregorio Nisseno).
    Così papa Ratzinger, in quella udienza generale diceva: “Nel salmo 130, di scena sono l’orgoglio del cuore, la superbia dello sguardo, le cose grandi e superiori. È la rappresentazione della persona superba, che viene tratteggiata mediante vocaboli indicanti “altezzosità ed esaltazione”, l’atteggiamento arrogante di chi guarda gli altri con senso di superiorità, ritenendoli inferiori a se stesso”. E continuava: “La grande tentazione del superbo, che vuole essere come Dio, arbitro del bene e del male, è decisamente respinta dall’orante che ha fiducia umile e spontanea solo in Dio”. Pertanto con lo stesso spirito di umiltà, papa Ratzinger e papa Luciani possono dire, come il salmo: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore / e non si leva con superbia il mio sguardo: non vado in cerca di cose grandi / superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno / come bimbo svezzato in braccio a sua madre / come un bimbo svezzato è l’anima mia”. Cosa vuol dire un bimbo “svezzato”? Lo spiega Papa Ratzinger: “È noto che nell’antico Oriente lo svezzamento ufficiale era collocato attorno ai tre anni e celebrato con una festa. Il bambino, a cui il salmista rimanda, è legato alla madre da un rapporto ormai personale e intimo, non quindi dal mero contatto fisico e dalla necessità di cibo. Si tratta di un legame più cosciente”. Così papa Luciani: “È un bimbo che se ne sta quieto e contento appoggiato al petto di sua madre, senza più chiedere, con pianti e strida, il latte materno... Così è il sacerdote che si abbandona e rimette a Dio, con spirito di semplicità e di infanzia”. Non è questo l’atteggiamento autentico interiore che hanno avuto i due Papi nel momento di assumere il peso del pontificato e di viverlo ogni giorno con la fiducia e l’abbandono di un “bimbo svezzato in braccio a sua madre”? Sono questi i veri Santi sfornati dalla Chiesa anche oggi.
Cesare Vazza


::: Il viaggio della vita:::

ragazzo in preghiera   Ad un incontro con gli Scouts, che avevano piantato il campo tra le Dolomiti, il vescovo Luciani che era andato a trovarli, si fermò a conversare e disse: - Buona strada! Vi augurate tra voi. Anch’io dico: buona strada. Io vi parlo del viaggio verso Dio. - I sentieri di montagna sono faticosi, ma abbiamo le carte topografiche e riusciamo ad andare avanti, a non perderci; quello di cui lei parla è un altro sentiero...più difficile...
- Ma è alla portata di tutti. Frate Egidio, uno dei primi compagni di S. Francesco, dice un giorno a frate Bonaventura: “Beato te che hai letto tanti libri! Noi ignoranti non possiamo amare Dio come voialtri dotti!”. Ma no, gli risponde Bonaventura: una vecchierella può amare Dio molto di più di un dottore di teologia. Ho detto la stessa cosa ad una vecchietta, che ho visto scendere a valle portando sulle spalle la gerla piena di legna. Se quella è amica di Dio, Dio ha scritto per lei sulla sua strada: splendore di sapienza, vigore della confidenza, cose meravigliose. Se non è amica di Dio, sulla anima è scritto: caligine della ignoranza, amarezza della malinconia, tristezza della diffidenza, ricerca del godimento, lusso, fredda indifferenza, inganno, incostanza, girovagare, pigrizia”. - Ce n’è per tutti. Qual è allora il primo passo? - Il primo passo da fare: evitare il peccato. Che vuol dire che non dobbiamo esaltarci troppo delle nostre possibilità umane, di presumere di fare sempre tutto e giusto e bene, perché siamo come una nave con la quale attraversiamo il mare infido del mondo, sempre pericolosissimo; siamo sempre fragili, e possiamo perdere la strada di Dio e imboccare sentieri che sembrano più facili, più corti, una specie di scorciatoia, ma non solo quelli veri. La tendenza è fare come la lepre e la lumaca. - Come sarebbe? - La lepre e una lumaca stabilirono di fare una gara, che fissarono lontano. Tutte e due partirono: la lumaca avanti, piano piano, con costanza... la lepre fece quattro salti, guadagnò un po’ di strada... guardò indietro e vide lontanissima la lumaca... allora si fermò a mangiare un ciuffo di erba fresca... poi altri quattro salti e si fermò a bere ad un ruscelletto di acqua fresca... poi altra corsa e infine decise che era giusto e poteva anche permettersi un riposino... tanto ci sarebbe arrivata prima senz’altro... e difatti si fermò all’ombra di un grosso albero e si addormentò. Svegliatasi, si accorse che il sole stava tramontando...guardò indietro per vedere dove si trovava la lumaca, ma non la vide... guardò avanti e la vide che già stava per tagliare il traguardo. Sperimentiamo anche noi la tendenza a lasciarci prendere dall’amore e dall’interesse delle cose di questo mondo più che elevarci alle cose di Dio. - E cosa mettere nello zaino? - Vi è un pane che nutre durante il viaggio: la parola di Dio letta e pregata, come fate anche voi ogni giorno. E il Pane dell’Eucarestia, il Pane del cammino necessario per il cristiano. - Come facciamo anche noi. - La Parola: è come la carta geografica del cammino cristiano: indica non la via facile, ma quella giusta, evita di perdersi in sentieri e scelte alternative che possono portare lontano. Il Pane nutre, dà forza, fa camminare in comunione con la forza e l’amore di Dio e insieme ai fratelli. Quando il Signore moltiplicò i pani, non creò pani nuovi, ma moltiplicò i pani che già esistevano. Non dobbiamo pretendere di creare pensieri nuovi, vi è già il pensiero deposto da Dio nella Bibbia. - Ma a noi nei viaggi ci capitano anche possibili incidenti, che richiedono rimedi e medicine sempre a portata di mano. - Cristo ci ha dato i sette sacramenti, quasi sette medicine, attraverso le quali conferisce le grazie e rimette i peccati... E difatti Gesù aveva detto: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. E poi la preghiera.
    È come un ricostituente spirituale, che conferisce energia e dinamismo... aiuta a conoscere ciò che è meglio, dà la forza di compiere l’opera iniziata, ci tiene lontani dal male, innalza la speranza e la trasforma in fiducia, riaccende l’amore a Dio, umilia il cuore, dona la costanza di perseverare. Carico della energia divina ottenuta con la preghiera, il viaggiatore è in grado di camminare speditamente sulla strada della buona vita cristiana. - Noi quando camminiamo siamo sempre in gruppo...- Benissimo. Primo compagno di viaggio è Cristo. Sarà bene camminare mettendo i passi nostri sulle orme dei passi di Cristo, il quale cura le ferite dei nostri peccati, ci incoraggia a non temere per la fragilità delle nostre forze. - Bello! - Ma Cristo, lo sapete bene anche voi, continua a camminare nella Chiesa, che è prolungamento di Cristo.
   I cristiani sono fratelli di Cristo e con Cristo diventano nuovi compagni del nostro viaggiare. Nella Chiesa vi è unità e distinzione; l’unità è prodotta dall’amore, la distinzione dai vari doni che Cristo diffonde nei fedeli per mezzo dello Spirito Santo. - È amore che unisce, che fa camminare come in cordata. Ma vi domando: perché allora tante divisioni, disuguaglianze ed ingiustizie?
   Perché cristiani che sprecano e di là fratelli poveri che mancano di sicurezza, di lavoro e del necessario per una vita decorosa?
   - Perché? - Perché siamo sordi alla voce dello Spirito e di Cristo, siamo e viviamo nell’egoismo e siamo nella Chiesa una immagine sbiadita e offuscata.

don Francesco Taffarel

::: Papa Luciani, nel suo sorriso l’enciclica sull’Amore di Dio :::

Papa Luciani   Il 25 gennaio 2006, nella festa della Conversione dell’Apostolo Paolo e ultimo giorno della Settimana di Preghiere per l’Unità dei Cristiani, è stata resa nota la prima enciclica del papa Benedetto XVI, dal titolo “Dio è amore”, parole attinte dalla prima lettera dell’Apostolo Giovanni, il discepolo prediletto, “quello che Gesù amava”. Il settimanale “Famiglia Cristiana” del 05/ 02/06 a pag. 12, presentando i titoli delle prime encicliche dei Papi del XX secolo, appena saliti al soglio di Pietro, giunto a Giovanni Paolo I dice: “nessuna enciclica”, ed aggiunge: “famosi i temi delle udienze generali: fede, speranza, carità”.
    È ovvio e naturale che in 33 giorni non è possibile che un Papa abbia potuto scrivere un’enciclica, e che nemmeno il pensiero di scriverla in tempo alquanto ravvicinato abbia sfiorato la mente di papa Luciani. Ma siamo proprio convinti che papa Luciani nei suoi 33 giorni di ministero petrino non abbia scritto una “sua enciclica”? Se la mettiamo sulpiano del documento scritto certamente no. Ma se la cosa la poniamo sul fatto personale, cioè in relazione alla persona stessa di Giovanni Paolo I, ritengo si può rispondere in senso affermativo, e che la sua migliore enciclica è stato quel sorriso spontaneo, suadente che per tutta la sua esistenza ha avuto sulle labbra e lo ha accompagnato nel contatto con quanti lo hanno avvicinato per essere da Lui confermati nella fede di Gesù Cristo.
    Il sorriso, a mio modesto parere, è una manifestazione d’amore di una determinata persona nei confronti dell’altro. Albino Luciani con il sorriso sulle labbra, specialmente nei giorni del suo servizio pastorale alla Chiesa Universale, ha voluto rendere visibile, tangibile e concreto l’amore che Dio ha per ogni uomo, in quanto essere da Lui creato a sua immagine e somiglianza. Pertanto, sorridendo a quanti incontrava sul suo cammino, papa Luciani, con questo gesto voleva dire: “Fratello carissimo, Dio ti ama; io stesso ti amo”. Il papa Benedetto XVI ha scritto questa enciclica sul valore dell’Amore per far risaltare “l’idea che il Dio cristiano”, quello presentato, predicato e rivelato da Gesù Cristo, “è un Dio di carità”, per cui tutto il messaggio fondamentale del Cristianesimo si manifesta in “un orizzonte programmatico di carità”, “in un atteggiamento di comprensione, di misericordia, di perdono, di dialogo fino all’estremo”. Quanto espresso ampiamente e articolatamente da papa Ratzinger nella “Deus caritas est”, lo si evince anche nel discorso che Giovanni Paolo I pronunciò nell’Udienza Generale del 27 settembre 1978, trattando il tema della virtù teologale della Carità. A riguardo giova riportare alcuni passi essenziali dell’intervento pontificio. Va innanzi tutto precisato che Giovanni Paolo I come “un catechista di parrocchia” esordì che avrebbe cercato di spiegare il noto “Atto di Carità”, che si impara al Catechismo. Con uno stile semplice, piano, come era sua abitudine nel parlare, papa Luciani rivolse ai presenti la domanda: “Amare, cosa significa?”. Il Papa rispose lui stesso: “Amare significa viaggiare, correre con il cuore verso l’ogetto amato”, ed amare Dio “è un viaggio con il cuore verso Dio”. Papa Luciani precisava che “questo viaggio è bellissimo e misterioso”, tanto che non si può partire “se Dio non prende l’iniziativa”. E a proposito citava le parole di Gesù: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv. 14,6). Il Papa illustrava quindi la totalità di questo amore a Dio, così da essere e da farne “la bandiera del massimalismo cristiano”, ed aggiungeva che l’amore a Dio “non è esclusivo”, ma si aggiunge a quello per il prossimo “come se stessi”. Come esempio di grande apostolo della carità verso il prossimo, papa Luciani citava la figura di San Vincenzo de Paoli, un santo ricordato anche da Benedetto XVI, che si dimostrò padre premuroso verso i prigionieri, i malati, gli orfani, gli abbandonati nella Francia tra XVI e XVII secolo. Sul piano più pratico, Giovanni Paolo I ricordava l’insegnamento del Servo di Dio, papa Paolo VI, nell’enciclica “Populorum Progressio” della Pasqua 1967 e citava la celebre frase: “I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza.
    La Chiesa trasale davanti a questo grido di angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello” (P. P., n.3). Papa Luciani ricordava al termine del suo discorso che l’amore per il fratello va accompagnato anche con il perdono per offese ricevute, mentre è necessario per il cristiano crescere ogni giorno di più nell’amore di Dio, e che questo viaggio verso il suo amore è Lui stesso a volerlo in maniera “sempre più intensa e perfetta”, per questo ci vuole che Egli ci accordi l’aiuto costante della sua grazia per “progredire nell’amore”. In questo discorso sulla virtù della carità di Giovanni Paolo I possiamo scorgere quello che in maniera più ampia e in un documento di carattere ufficiale ha trattato Benedetto XVI.
   E se papa Ratzinger ha avuto modo di far conoscere al mondo che “Dio è amore” con uno scritto dalla portata universale, papa Luciani ha fatto conoscere che “Dio è amore” con il suo sorriso; sorriso che certamente vale quanto un’enciclica perché è espressione viva dell’amore immenso che Dio nutre per l’intera umanità.

Antonio Bartolon

::: IL SANTO MISTERO DELL’EUCARISTIA
Per una degna partecipazione :::

di Albino Luciani

Albino Luciani  Pochi minuti fa, colle parole della liturgia, ho pregato a nome vostro così: «Signore Gesù... fa’ che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo corpo e del tuo sangue». «Con viva fede». Cosa significa? Lo ha spiegato il Concilio: non assistere alla liturgia eucaristica come estranei e muti spettatori, bensì partecipare «consapevolmente, piamente, attivamente ».

   Consapevolmente.
Sì; sembra pane, sembra vino; invece, lì sotto, in una maniera ineffabile, ci sono il corpo e il sangue del Signore. Guardando, toccando, gustando, si è quasi buttati indietro: a credere si arriva soltanto dopo aver udite e accettate le parole di Cristo: «Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue». Parlando, però, Cristo ha continuato: «Mio corpo... offerto in sacrificio per voi; mio sangue... versato per voi e per tutti in remissione dei peccati». Cristo, infatti, non è soltanto un liberatore qualunque; è la vittima volontaria, che si è offerta liberamente alla passione. Egli ha detto al Padre: «Gli uomini, miei fratelli, non sono capaci di darti un onore degno di te ed una giusta riparazione dei peccati, che hanno commesso: mi metto io con loro, in testa a loro. E voglio che il mio sacrificio venga ripetuto nei secoli, perché tutti vi si possano unire in attesa della mia seconda venuta visibile e trionfale». Questa è la nostra consapevolezza di stasera, di ogni messa, di sempre.

   Piamente.
È la seconda parola del Concilio. Come la attueremo? Sull’esempio della Madonna, la quale -secondo il concilio stesso - ai piedi della croce, «si associò con animo materno al sacrificio di Cristo, amorosamente consenziente alla vittima da lei generata». Se è vero che la messa è il sacrificio della cena e della croce ripetuto, nella nostra pochezza, dobbiamo offrirci con Cristo. L’autore del libro Imitazione di Cristo, fa che Cristo ci parli così: «...anche tu devi offrire a me volontariamente te stesso nella messa... con tutte le tue facoltà e i tuoi sentimenti, quanto più di cuore tu puoi. Qualunque cosa tu mi dia fuori di te, non m’importa: non cerco i tuoi doni, ma te stesso». Ma non basta: la messa è tutta segno e causa di unione; parteciparci con disposizioni di indifferenza, peggio, di avversione verso i fratelli, che ci stanno accanto; venirsene via senza tirare alcuna conclusione di amore, di aiuto, di perdono, sarebbe non deviazione, invece che devozione, empietà invece che pietà.

   
Attivamente.
È la terza parola. Dopo il Concilio, è innegabile il progresso fatto dai fedeli nel considerare la messa come un dramma, in cui ciascuno svolge una propria parte attiva: chi fa il lettore, chi canta, chi suona, chi recita al microfono le invocazioni della preghiera dei fedeli, chi porta le offerte all’altare, chi risponde coralmente agli inviti del celebrante. Risultato magro, però, se tutto si fermasse qui! Se non ci fosse anche una attività spirituale interna, che permetta di uscire dalla messa cambiati, migliorati, rinnovati. Durante la messa - dice l’Imitazione - «gemi e pèntiti di essere ancora così carnale e mondano... così inclinato alle cose materiali, ma restio alle spirituali... così desideroso di ascoltare e vedere cose nuove e attraenti, ma allergico a ciò che è comune, umile e oscuro... così avido nel desiderio di possedere molti beni, ma stretto nel dare, tenace nel non mollare... così pieno di buoni propositi, ma incostante nel mantenerli».
Opera Omnia 7,83-85


::: Il senso di una fiction... :::


Riportiamo il testo dell’intervista rilasciata a “L’Amico del Popolo”, Settimanale diocesano, da Neri Marcorè, scelto dalla RAI per interpretare il ruolo di papa Luciani nella fiction in produzione in questi mesi.

Quale la sua reazione all’essere scelto come attore per impersonare papa Luciani?
L’ho vissuta come una sorta di elezione, così come deve averla vissuta il cardinal Luciani: è stata una sorpresa per me. A luglio compirò 40 anni e dovrò interpretare il personaggio dai 25 ai 66 anni.

Quali ruoli interpretati finora la aiuteranno ad affrontare il ruolo di papa Luciani?
Si tratta del film di Pupi Avati “Il cuore altrove”. In quel film interpreto un il figlio del sarto papale negli anni ’30 del secolo scorso. Mio padre (che nel film è interpretato da Giannini) mi manda a Bologna per togliermi da casa e fare esperienza della vita. Questo ruolo di persona idealista forse mi ha fatto notare tra i vari volti proposti per papa Luciani. Ma questa “elezione” forse si deve anche al mio atteggiamento di fronte alla televisione: cerco di tenermi sempre al di fuori di giri “strani” della televisione, che trattano di volgarità o mettono in piazza faccende private, anche nell’ultimo programma che sto conducendo, Per un pugno di libri.

Questa figura del “Papa del sorriso” rischia di diventare un che di stereotipo. Ma papa Luciani - la storia lo insegna - è anche una figura forte, capace di prendere decisioni. Come riuscirà nel film a interpretare queste due sfaccettature del carattere di “don Albino”?

Semplicemente conciliandoli nel mio carattere: questi aspetti dentro di me non sono in contrasto. Per me la bontà d’animo non significa rassegnazione. Più uno è forte, meno sente il bisogno di urlare. L’imposizione è tale quando è un accompagnamento dolce. Più uno fa resistenza e violenza, più questa si ritorce contro di sé.

Papa Luciani e Neri Marcorè: quando un attore impersona un Papa, le loro storie s’incrociano indissolubilmente. Ma prima? Qual è il ricordo di Giovanni Paolo I dell’uomo Neri Marcorè?

Avevo 12 anni quando Albino Luciani diventò Papa. Credo abbia lasciato un ricordo fortissimo nonostante i pochi giorni di pontificato: di lui ricordo i discorsi con i bambini all’Udienza generale. Mi ha colpito fin da allora l’umanità. Preparandomi per questa fiction, ho scoperto che questo non era frutto del caso ma di una crescita sua personale e di un disegno. Ho letto sul Conclave che elesse Luciani che tra i Cardinali c’era chi voleva diventare Papa e addirittura faceva propaganda perché votassero per lui. Papa Luciani mi dice invece che la carriera e il protagonismo devono essere lontani dagli uomini di Chiesa, e fa “carriera” suo malgrado. Questo è il segno di contraddizione che la Chiesa è stata capace di proporre.

   Ci sono in queste parole dell’attore Neri Marcorè, tanti spunti che rivelano come Albino Luciani parli ancora alle persone, con la semplicità della vita, la serenità propria di chi si abbandona a Dio, la grande umanità che lo ha fatto sentire semprevicino al suo popolo. Personalmente credo che l’idea di una “fiction” su papa Luciani, sia diretta conseguenza del fatto che la figura del nostro “don Albino” continua a restare nel cuore di tanti e verso di Lui non sono mai venuti meno - sono anzi cresciuti - affetto, ammirazione e quella “fama di santità” così diffusa da indurre il vescovo mons. Savio ad aprire, il 23 novembre 2003, la Causa di canonizzazione che si avvia verso la conclusione della fase diocesana.

Sac. Giorgio Lise Vice Postulatore

Notizie sulla fiction
   È in due parti, commissionata dalla Rai e prodotta da “Leone cinematografica”. Il regista è Capitani. Le riprese sono iniziate il 16 marzo a Roma; proseguiranno per un periodo a Viterbo e si sposteranno anche a Belluno e Canale d’Agordo per alcune location. Si prevedono due mesi di riprese per poi lasciare spazio al montaggio: il periodo della messa in onda dipende direttamente dalla Rai.


 

::: La riflessione del Direttore :::

un gruppo al Centro Papa Luciani   Anche la speranza implica un cammino. Noi non ci portiamo dentro questa speranza vera fin dalla nascita e le esperienze che facciamo nella nostra esistenza forse ci rendono più accorti, più prudenti, ma non necessariamente più capaci di sperare. Come impariamo ad amare, accettando la vita, così impareremo a sperare, accettando il futuro. E sperimenteremo la forza della speranza quando dovremo fare i conti con l’apatia, la tristezza che ci pervade l’anima. E ci accorgeremo che è proprio questa speranza a mantenerci in vita e farci dire ancora, di fronte alla mancanza di prospettive: “eppure...”. Ed essere così capaci di rischiare. Quando il futuro del mondo si fa oscuro, sperare significa continuare a vivere, lavorare e lottare perché il creato sopravviva.
    San Giovanni Crisostomo scriveva: “Non sono tanto i nostri peccati la causa delle sciagure, ma la disperazione”. La speranza: virtù difficile, dunque; e, per questo, anzitutto, dono di Dio da implorare. Ma della speranza non possiamo fare a meno. La speranza infatti ci fa vedere ben più di ciò che appare all’orizzonte della storia. C’è un termine orientale usato per indicare la speranza e significa “guardare attraverso l’orizzonte”: ecco, la speranza vera attraversa gli orizzonti a volte apocalittici del nostro mondo moderno e supera anche le nostre stesse piccole paure per farci cogliere in modo nuovo la realtà guidata dalla provvidenza di Dio verso il bene. Ne consegue allora un modo nuovo di operare, di agire nella nostra vita quotidiana. Attraversare gli orizzonti e guardare al nuovo mondo di Dio, mentre il nostro mondo è minacciato di scomparire, significa continuare a sperare ed a contrastare nella speranza ogni pericolo, ogni male, ogni tentazione di resa.    Qui il nostro modo di agire, il modo di agire cristiano diviene davvero “paradossale” (letteralmente contro o oltre ciò che appare), poiché la speranza fa vedere più di quanto non appaia ai nostri occhi puntati al futuro. “Siate sempre pronti a render ragione della speranza che è in voi...” scrive l’Apostolo Pietro: il dono ricevuto dobbiamo comunicarlo a tanti fratelli che stanno boccheggiando per mancanza di Speranza... È un durissimo compito, è il banco di prova per ognuno e per ogni singola comunità, ma non c’è altra via: noi siamo chiamati ad essere profeti di Speranza! Cristo Gesù ci ha “mandati” nel mondo e ci chiede di fidarci di Lui: “non abbiate paura...”. E se dentro di noi c’è la speranza che è nata dall’“incontro” con Lui, anche se il cammino compiuto è breve, anche se siamo ancora tentennanti, buttiamoci riponendo la nostra fiducia nel Signore. È Lui che annunciamo e, quindi, dobbiamo rinnovare costantemente la certezza che Lui è il “costruttore del Regno” (cfr. Salmo 126). Ciò di cui c’è bisogno (ed in questo nessuno ci potrà mai sostituire, neppure il Signore) è proprio il nostro “sì”, la nostra disponibilità. In piccolo siamo tutti chiamati a ripetere il “sì” di Maria che ha il potere di cambiare il mondo.
   Il mondo attorno a noi cambierà, sarà illuminato dalla speranza, se noi sapremo farci strumenti fedeli nelle mani di Dio. Testimoni, senza mezze misure, dunque; costruttori di speranza, concretamente, in ogni campo dove il Signore vorrà collocarci per la costruzione di un mondo più umano e di una Chiesa sempre più “comunione”. La speranza esige operai generosi, fino in fondo. Domandiamo questa grazia e questa capacità, con la preghiera, dicendo anzitutto al Signore: “Signore, fa’ ch’io veda”: è la preghiera forte, gridata dal cieco-nato del Vangelo. Abbiamo bisogno costantemente di un intervento della misericordia di Dio che asporti dalle nostre pupille le cateratte del materialismo, del razionalismo, del qualunquismo, del pessimismo... “Signore fa’ ch’io veda”: perché io capisca il tuo infinito disegno d’amore nella mia vita e non mi arrenda mai, neppure quando, dietro a Te, con la croce nelle spalle, c’è da arrancare per l’erta via del Calvario... Convertimi, Signore, perché possa sempre esser attento al tuo “passaggio” che alimenta la mia Speranza e la certezza che Tu hai posto nel mio cuore... “Signore, fa’ ch’io veda!”, fa’ che mi accorga di chi mi è vicino ed ha bisogno del mio amore e di un po’ di vera speranza... E tutto questo impegno con una certezza: per ciascuno di noi questa speranza si realizzerà quando Dio sarà tutto in tutti, in quei “cieli nuovi e terra nuova” dove “non ci sarà la morte, né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (cf. Apoc c. 21).

don Giorgio Lise

 

::: L'Oasi Bethlehem :::


L'Oasi Bethlehem   L’“Oasi Bethlehem - mons. Maffeo Ducoli” (questo il nome della struttura di accoglienza per giovani di prossima apertura) è un edificio ricavato dal recupero di una struttura agricola (stalla di allevamento) di fatto mai utilizzata per lo scopo originario ed è allocato sul colle prospiciente, a nord, il nucleo “storico” del Centro Papa Luciani: gode quindi di una posizione panoramica dominante, di grande effetto e ben assolata. Il progetto, approvato con Permesso di costruire n. D04/133 del 5/ 04/2005, prevedeva la riconversione del fabbricato, per adibirlo a struttura ricettiva riservata ai giovani. L’organizzazione distributiva è stata funzionalmente articolata in due settori distinti che sfruttano le diverse caratteristiche dei due corpi di fabbrica formanti l’ex stalla e cioè: - corpo ovest: dove si sono costruite 6 camere per complessivi 72 posti letto e l’area servizi che comprende i locali doccia e wc, maschili e femminili, i guardaroba e la lavanderia. Nella parte più ad ovest si è pure ricavatauna grande sala pluriuso con funzionamento anche autonomo. Le camere sfruttano le due navate perimetrali esistenti, sono servite dal corridoio centrale, illuminato ed aereato da un lucernaio zenitale. Al fabbricato è stato addossato un ampio porticato, realizzato ex novo, che caratterizza formalmente gran parte del fronte sud dell’ostello; - corpo est: ove il volume esistente è stato suddiviso in due piani: il piano terra destinato alle funzioni collettive dell’ostello ivi compresa la ristorazione e con alcuni vani di servizio quali la cucina e la dispensa. Il piano superiore è uno spazio aperto pluriuso con cappella e stanza di servizio. Sul tetto è stata inserita una vetratura zenitale continua che dà luce a tutti gli spazi centrali previsti ed integra in maniera affascinante l’illuminamento naturale di parete. Sul fronte sud è stato costruito ex novo anche un porticato a due falde che individua l’ingresso principale della struttura ricettiva. Sul lato nord, all’esterno, è stato allestito un sistema di servizio, sia per il previsto campeggio che verrà realizzato nella vicina area boscata posta in sommità al colle, sia per le attività/ manifestazioni all’aperto sviluppabili nell’ampio e spettacolare spazio verde che si dispone immediatamente ad est del fabbricato. Si tratta di una struttura che va a completare i servizi offerti dal Centro e che si rivolge in particolare alla fascia dei più giovani con una ricettività più “spartana”, ma anche più libera ed autorganizzabile. L’inaugurazione dell’Oasi si terrà alle ore 16 di domenica 18 giugno 2006, con la presenza del cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi. Molti gruppi parrocchiali e associazioni hanno chiesto di poter usufruire della struttura nei prossimi mesi estivi: attualmente risultano ancora libere solo le prime due settimane di luglio.