HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXIII - gennaio 2006 - n. 1

Un grande educatore

#2 Santi in penombra

#3 Belluno e il suo Papa

#4 Bella la predica... ma...

#5 Il sorriso del forte...

#6 L'asino e don Orione

#7 L'Antonietta non si dimentica

#8 Angeli e domoni, questi sconosciuti!

#9 Verso la Beatificazione

#10 Dal Centro Papa Luciani

#11Così nel quotidiano

#11Al via la 12a edizione degli incontri culturali

 

::: Un grande educatore:::
di Albino Luciani

don BoscoDon Bosco è un santo, che ha realizzato un’incredibile quantità di opere, impiegando il suo tempo all’interesse del cento per cento. Ha fondato missioni in terre lontane; ha dato origine a due congregazioni, che oggi contano decine di migliaia di sacerdoti e di suore; è stato scrittore versatile, editore intraprendente, consigliere di principi e ministri, servitore fedele di papi; ha fatto perfino miracoli e profezie. Ciò che lo rende caro a tutto il mondo, però, è l’essere egli stato grande educatore di giovani. Per quarant’anni stette in mezzo ad essi come amico e padre, per così dire, “con le mani in pasta”. Il metodo educativo da lui usato e trasmesso ai suoi figli è un vero dono di Dio alla chiesa; va apprezzato soprattutto oggi, quando il problema dei giovani preoccupa tanto. Mi permetto di farne qualche breve cenno. A chi si ispirò don Bosco educatore? 1. A Cristo anzitutto, che, maestro sommo (Gv 13,14), disse: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29); a Cristo, che applicò a se stesso le parole di Isaia: «Non si sentirà la sua voce al di fuori: le sue grida non risuoneranno nelle piazze; non schiaccerà la canna già spezzata, e non spegnerà il lucignolo che fumiga ancora» (Mt 12,20). 2. Secondo punto di riferimento di don Bosco è stato Francesco di Sales, santo di cui egli lesse avidamente gli scritti, cui dedicò il primo oratorio di ragazzi, dal quale nominò la pia società da lui fondata, sulla cui vita modellò la propria vita. Aveva scritto S. Francesco di Sales: «Fate abbondante provvista di mansuetudine e di benignità... compiendo tutte le vostre azioni piccole e grandi nel modo più dolce che vi sarà possibile». «Credete a me, Filotea, le rimostranze di un padre, fatte con dolcezza e soavità, hanno nel fanciullo potere ben più grande che non le collere e i corrucci, così è il nostro cuore». In una sua lettera del 16 maggio 1617 ad un sacerdote raccomandava: «Bisogna che compiamo sempre il nostro dovere, per il servizio del nostro dolce e buon maestro, verso coloro che, in lui, ci sono veramente figli e che, in ogni luogo, quando la loro necessità lo esige, mostriamo loro il seno materno del nostro amore per la loro salvezza e diamo loro il latte della dottrina. Dico “seno materno” perché l’amore della madre per i figli è sempre più tenero che quello dei padri, forse perché costa loro di più. Siamo, l’uno e l’altro, materni perché questo è il dovere che ci ha imposto il Signore». Continuava poi: « ...ho riso veramente di cuore, quando ho letto... che vi avevano detto che mi ero adirato tremendamente... Io sono un misero uomo soggetto alla passione; ma, per la grazia di Dio, da quandosono pastore, non ho mai rivolto una parola dettata dalla collera al mio gregge».
3. Terzo modello di don Bosco fu la propria madre. “Mamma Margherita” con l’esempio della vita e la dolce fermezza delle maniere, ebbe sul figlio influenza decisiva. Non sapeva né leggere né scrivere, ma conosceva a memoria tutta la dottrina cristiana, che metteva in pratica. Calma, dolce, padrona di sé, non batteva i figlioli, ma neppure cedeva ai loro capricci; chiudeva gli occhi su cose secondarie, ma li teneva ben aperti e interveniva, quando si trattava di tendenze meno rette; minacciava i castighi, ma si arrendeva al primo segno di ravvedimento. Aveva una volta preparato una piccola verga da usare in caso di mancanze. Il suo Giovannino commise, lei assente, un piccolo maldestro: all’ora del ritorno della mamma, egli prese la verga, le andò incontro mogio mogio e gliela consegnò, offrendosi spontaneamente al castigo. La mamma poté soltanto sorridere, più affettuosa di prima.
E fu essa a interpretare nel giusto senso di una futura missione educativa il sogno del figlio appena novenne. «Mi pareva – raccontò in famiglia Giovannino – di essere sul prato dietro casa in mezzo a fanciulli che gesticolavano, bestemmiavano, facevano monellerie di ogni sorta e urlavano come lupi. Tentai prima di allontanarli con le buone, poi mi ci provai con i pugni. Mi fermò una voce dolcissima: “No, non con le percosse; con la dolcezza e l’amore devi farteli amici”. Intanto i lupi s’erano trasformati in agnelli; la stessa dolcissima voce concludeva: “Prendi il tuo bastone e conducili al pascolo”. «Cosa vorrà dire?» chiedeva, concludendo, Giovannino. «Forse diverrai guardiano di pecore e capre» disse il fratello Giuseppe. «O capo di briganti » intervenne beffardo il fratello Antonio. La nonna ammonì che non bisognava badare ai sogni. La mamma, invece, avvolse il figlio con uno sguardo affettuoso e pensò: «Chissà che un giorno Giovannino non abbia a diventare sacerdote». Diventato davvero sacerdote e circondato da schiere di giovani, don Bosco ricorderà il sogno, ma anche la mamma. Ricorderà quant’essa era paziente con i suoi figlioli, quanto dolce e ferma, quanto sorridente anche nell’esercizio della sua autorità materna.
Ed ecco qualcuna tra le caratteristiche del metodo educativo di don Bosco
1. La gioia. Cominciò ad occuparsi di ragazzi che era ragazzo lui stesso, ma il gioco, lo spettacolo fin d’allora fu il compagno inseparabile dell’insegnamento impartito. A sedici anni fondò a Chieri, tra studenti, la “società dell’allegria”. “Sta’ allegro” sarà l’invito che più tardi rivolgerà continuamente. Di gioia volle inondati tutti gli ambienti: il cortile, l’aula scolastica, perfino la cappella. Non si concepisce educazione salesiana senza gite e feste, senza teatrino con rappresentazioni e canti, senza cortile animato da partite, corse, gare, risuonante di grida festose e fanfare. Gioiosa anche la scuola. Allo psicologo che scrisse: “Non si impara divertendosi”, don Bosco avrebbe risposto: “Anzi si impara solo divertendosi; i giovani non digeriscono la scienza, se non l’hanno prima ingoiata con appetito”. Per questo egli ha voluto una scuola che stimolasse la curiosità dei giovani e destasse anzitutto in essi il gusto e il piacere dello studio grazie agli accorgimenti vari, nuovi e, soprattutto, grazie all’amore del maestro. Questi, per don Bosco, non deve farsi vedere ai ragazzi solo dall’alto della cattedra: deve vivere con essi, partecipando alle loro passeggiate, ai loro giochi. La storia delle due parallele, che non si incontrano mai, di qua l’alunno, di là l’insegnante, sul terreno educativo, non è mai andata giù a don Bosco. Fin da giovane, soffrendo per il contegno severo e per la distanza, che ponevano tra sé e i ragazzi i preti sia di parrocchia che di seminario, egli quasi giurò a se stesso: «Se divento prete, io non farò così; amerò i giovani, starò con loro, mi farò da essi amare per portarli ad amare Dio». Però li portava anche al pratico. Ai suoi tempi cominciava in Italia l’industria, ma era ancora vivo l’artigianato. Don Bosco fu il primo ad istituire scuole professionali, che preparassero i ragazzi al futuro lavoro. Quando studiava al ginnasio di Chieri, sui sedici-diciassett’anni, per pagarsi la pensione, aveva dovuto, di sera, fare successivamente il sarto, il ripetitore, il garzone, il falegname, l’apprendista fabbro ferraio, il calzolaio. Era in grado di valutare cosa significasse per il futuro dei suoi giovani avere un mestiere in mano. Anche così don Bosco rivelava il suo amore per essi.
2. La sua idea centrale sull’amore ai ragazzi, però, è stata di mettersi e di stare continuamente al loro fianco come padre, amico e fratello a loro unico vantaggio ed a costo di qualsiasi proprio sacrificio; e a fianco non per castigarli qualora avessero sbagliato, ma per aiutarli a non sbagliare. A Roma – narra A. Auffray – un giorno del 1858 egli diceva al cardinal Tosti: «È impossibile educare la gioventù se non se ne gode la confidenza e l’amore». «Ma come guadagnare quest’amore?» chiese il cardinale. «Facendo l’impossibile per avvicinare i ragazzi a noi, eliminando tutti gli ostacoli, che ce li allontanano ». «Ma come avvicinarli? ». «Avvicinando noi ad essi, piegarci ai lorogusti, farci come loro.Albino Luciani
Vuole che passiamo dalla teoria alla pratica? Mi dica in quale angolo di Roma possiamo trovare una bella frotta di ragazzi». «A piazza Termini o a piazza del Popolo». Dieci minuti dopo sono a piazza del Popolo: il cardinale rimane in carrozza a osservare, don Bosco discende. Un gruppo di ragazzi è proprio là che gioca. Don Bosco si avvicina e tutti scappano. «Come successo, è un bel successo!» pensa il cardinale.
Ma don Bosco non si dà per vinto: con gesti pieni di bontà, con parole piene di affetto chiama i ragazzi. Qualche momento di esitazione, poi, uno dopo l’altro, quasi tutti corrono da lui. Il santo fa loro qualche regalo, domanda notizie della famiglia, della scuola, del gioco. Vedendolo così alla buona in mezzo ai loro compagni, anche i più selvaggi ritornano.
Allora il santo:
«Adesso, miei cari, riprendete il gioco e permettete che anch’io giochi con voi». E, alzata leggermente la sottana, eccolo tutto impegnato nella partita.
Mai visto nella Roma di allora: lo spettacolo attira dai quattro angoli della piazza altri giovani bighelloni. Il santo accoglie tutti con grande bontà, dice una buona parola, offre una medaglia, dolcemente chiede se dicono le loro preghiere e se si confessano. Quand’egli torna alla carrozza, i ragazzi guadagnati in un quarto d’ora dalla carità dell’umile sacerdote, gli fanno corte e la vettura si allontana seguita dai loro battimani. «Ha visto?» chiese don Bosco al cardinale. Se aveva visto!
Certo, il ragazzo, se sbaglia, anche per don Bosco deve ricevere un castigo.
Ma amoroso, ma procrastinato il più possibile, ma conveniente.
«Prima di castigare – diceva – misurate bene la colpevolezza del ragazzo: se basta l’avvertimento, non impiegate il rimprovero; se basta il rimprovero, tralasciate il castigo ». E quali castighi? Quelli che, di solito, usano le madri: un viso improvvisamente mesto, una parola più fredda dell’usato, due occhi che si volgono altrove, una mano che si ritira, un sorriso mancato. Castighi di questo genere quattro volte su cinque bastano nel caso che davvero l’educatore abbia prima conquistato l’amore e la fiducia del ragazzo.
3. Don Bosco educatore ha molto puntato sui mezzi della religione. Egli ritiene, base indispensabile la soda istruzione cristiana. Per i giovani egli ha scritto la Storia ecclesiastica, la Storia sacra, il Giovane provveduto, alcune biografie di giovani santi. Voleva che i ragazzi possedessero non tanto nozioni quanto convinzioni, anzi che fossero posseduti dalle convinzioni. Tra queste, il sapersi e sentirsi amici di Gesù e il ricorrere con fiducia all’aiuto della Madonna per lui costituiscono una forza capace di mantenere i giovani nella grazia del Signore. Succedeva poi che il ragazzo cadesse, per debolezza, nel peccato o nella tiepidezza? A preservazione o a rimedio, ecco il grande mezzo della confessione e della comunione frequente, che sostengono la debolezza nostra con la forza di Dio. Don Bosco fece della devozione alla Madonna, della confessione e della comunione frequente tre capisaldi dell’educazione. Leggeva anche lui i “segni dei tempi”. «La società non è più quella di una volta» diceva, come diciamo noi oggi. Ma non si sognò neppure di concludere: bisogna andare in cerca di nuovi mezzi religiosi. Disse invece: bisogna usare in modo nuovo e più intenso i mezzi antichi messi a nostra disposizione dal Signore: confessioni e comunioni più frequenti, meglio fatte, a cui i ragazzi accedano liberamente, per intima e sentita convinzione. Offrendo dei modelli di vita in Domenico Savio e in Michele Magone, del primo sottolineò che il giorno della prima comunione aveva promesso: «Mi confesserò sovente... La morte, ma non peccati». Del secondo ricordò le parole pronunciate prima della piissima fine: «Che ricordo lasci, Michele, ai tuoi compagni?». «Di far sempre delle buone confessioni». Ritengo validissimo anche oggi il metodo del santo.
In casa, pertanto, i genitori dovrebbero applicare coi figli più piccoli la sorridente fermezza di mamma Margherita: con i più grandi abituarsi a intrattenere un dialogo, che sia indulgente di fronte alle nuove situazioni, ma intransigente – con la dovuta pazienza – sui princìpi. La testimonianza della vita poi è il primo dovere dei genitori. Nella scuola le troppe risse, la propaganda politica per nulla nascosta, la divisione del corpo insegnante impediscono l’ambiente sereno e gioioso che don Bosco voleva. Strumentalizzando i giovani, torniamo più indietro dei pagani, che ricordavano: «maxima debetur puero reverentia ».
Non sarebbe male se gli insegnanti di oggi si mettessero alla scuola di S. Francesco di Sales insieme a don Bosco. Il quale, infine, con la sua fiducia nella devozione mariana e nella frequenza ai sacramenti non fa che confermare il vecchio adagio: Educazione senza religione è pessima illusione è diabolica invenzione.
O.O. 8, 378-381

--- Senza rapimenti ed estasi ---

Quando eravamo giovani ci ricordava la preghiera di Clemente XI,che recitava a memoria: “Signore voglio quello che tu vuoi, perché tu lo vuoi, come tu lo vuoi, fin che tu lo vorrai”. Passano gli anni e la sua figura di Servo di Dio (è il titolo che gli compete in questo inizio del cammino verso gli altari), lungi dall’annebbiarsi, cresce sempre più, facendo emergere “la qualità” della sua vita: la santità. Una santità la sua, direbbe il filosofo Bergson, “che fu identificazione della volontà umana con quella divina, senza rapimenti ed estasi”. In questo numero di Humilitas la ritroviamo questa santità che lui usava definire “feriale”, vista attraverso figure di santi che lui particolarmente venerava, come don Bosco (pag. 1), Francesco di Sales (pag. 2), don Orione (pag. 9), e i “santi in penombra” che amava ricordare (Vazza, pag. 4). Ma anche santi “senza diploma” come la sua “carissima cognata Antonietta che amava in modo straordinario” come “donna forte, intelligente, gentile, affettuosa e saggia” (d. Licio, pag. 10). Santità che non conosce “rapimenti ed estasi”, appunto, ma autentica e luminosa.
Mario Carlin

 

::: Santi in penombra :::

La Torre “Massiccia e ben quadrata” del Castello di Collalto sec. XI)Santi in penombra. In penombra, non davanti a Dio, ma davanti agli uomini, che hanno memoria corta. Luciani li sa scovare, questi Santi, per metterli sul candelabro, come meritano. Così ci vuoi dire: “Transeat gloria mundi”, ma la gloria dei Santi non passa mai, è eterna.

Una figura in penombra è la Beata Giuliana da Collalto. Scrive Luciani nel 1963: «Giuliana è un fiore di santità spuntato in pieno medioevo, in uno dei tanti castelli che punteggiano il territorio della nostra diocesi. Oggi il castello non è più... c’è solo la torre massiccia e ben quadrata, che da Collalto, guarda Pieve di Soligo e la piana di Sernaglia ».
Da alcuni appunti di Luciani, si sa che Giuliana nacque nel 1186. Era figlia del conte Rambaldo VI e di Giovanna dei conti di S. Angelo di Mantova. A 10 anni, fu condotta al monastero delle benedettine di Solarola, sui colli Euganei, presso Padova. A 36 anni, desiderosa di condurre una vita ancor più austera, passò in un’altra comunità di benedettine, fondata da Beatrice I d’Este. Passò poi a Venezia, nell’isola della Giudecca, dove fondò un nuovo convento, sempre cercando una perfezione maggiore. «Più che abbadessa (scrive Luciani), le monache la sentirono madre delicata e premurosa ».
Morì nel 1262 e il suo corpo oggi si trova nella chiesa di S. Eufemia a Venezia. Chi sapeva queste cose, se il culto della Beata rimase sempre chiuso tra Venezia e Vittorio Veneto?

Un’altra figura in penombra è S. Francesco Maria da Camporosso. Ecco alcuni dati biografici: nato nel 1804 a Camporosso (vicino Ventimiglia); la sua fanciullezza e adolescenza non hanno nulla di straordinario. A 21 anni, Francesco entra tra i Conventuali di Sestri Ponente. Ma non è contento... quindi passa dai Cappuccini di Voltri, poi a Genova. È un semplice frate laico di casa: aiuta in cucina, nel giardino e nell’infermeria. Dopo cinque anni, lo nominano frate “cercatore” e obbedisce volentieri, anche se il mestiere è umiliante. Così racconta Luciani: «Un giorno, un giovinastro lo colpisce alla testa, con un sasso e lui si china a raccogliere il sasso, lo bacia e se lo mette lietamente nella sporta». Quindi frate cercatore per 33 anni, con la bisaccia in spalla, battendo sempre le stesse vie della città. Divenne presto popolarissimo e a lui tutti, poveri e malati, si rivolgevano per avere grazie e preghiere. Viene proclamato Santo da Papa Giovanni XXIII, il 9 dicembre 1962.

Un’altra figura in penombra è il Servo di Dio P. Giocondo Pio Lorgna. Nasce nel 1870 a Tresana, nell’Apuania. Entra in Seminario di Parma e a 19 anni lascia il Seminario per consacrarsi meglio a Dio, nell’Ordine di S. Domenico. Consacrato sacerdote a 23 anni, p. Lorgna ha proseguito gli studi, laureandosi in filosofia e teologia. Nel 1905, veniva destinato Parroco ai Ss. Giovanni e Paolo di Venezia, dove rimase fino alla morte nel 1928. Non si può dimenticare che p. Lorgna è il fondatore della Congregazione delle Suore domenicane della Beata Imelda. Alla sua morte, il Patriarca La Fontaine parlò così: «Con p. Lorgna, la Chiesa veneziana perde un parroco fattivo. Voi parrocchiani perdete un padre. Il Paradiso ha acquistato un Santo».

Ma Luciani mette in luce anche la figura del Servo di Dio: p. Leone Dehon. Un prete con la penna in mano. E si presenta così, umilmente
alla Scuola Teologicadi Padova: «Sono un povero cardinale, che tenterà di mostrare in Leone Dehon il sacerdote, l’apostolo del magistero sociale della Chiesa, il fondatore di una moderna e vivace congregazione religiosa».
A 16 anni, Leone Dehon scopre la sua vocazione, ma fu un colpo di fulmine per i suoi genitori. A 20 anni è dottore in Diritto. A 21 anni è avvocato alla corte imperiale di Parigi. Nel 1865 entra in seminario a Roma. Così scrive il suo Rettore: «Carattere: eccellente. Capacità: grandissima. Pietà e regolarità: perfette. Era uno dei migliori alunni, sotto tutti i punti di vista». Aveva una speciale devozione al S. Cuore e fondò la Società dei Sacerdoti del S. Cuore: «un fiore prezioso e profumato, sbocciato tra le spine».

Ci può essere un insegnamento da queste figure in penombra? Per Luciani, sì: «Non apprezziamo le grandezze di questo mondo - scrive - anche se luccicano e fanno fracasso, passano. Apprezziamo le buone opere, le virtù: sono nascoste, poco apprezzate dagli uomini, ma restano!».
Cesare Vazza

::: Belluno e il suo Papa:::
a colloquio con il vescovo monsignor Maffeo Ducoli


monsignor Maffeo DucoliAbbiamo rivolto alcune domande a monsignor Maffeo Ducoli, vescovo di Belluno, patria di papa Luciani.
Cosa ha rappresentato il papa Giovanni Paolo I per la storia della chiesa?
«A mio modo di vedere l’immagine più idonea ad inquadrare il significato del breve servizio pontificale di Giovanni Paolo I è quello di un “anello di congiunzione”. Tra il pontificato di Paolo VI, un uomo sensibile, prudente tanto da dare talvolta l’impressione di incertezza in tempi di veloce e, per certi aspetti, traumatico cambiamento della società e della chiesa a seguito del concilio, e quello di Giovanni Paolo II, l’uomo venuto da lontano, forte di un’esperienza di lotta per i diritti umani e religiosi nella sua terra, che ha subito dato impressione di coraggio, decisione, chiarezza, forse il passaggio sarebbe stato troppo brusco. Luciani fu la persona che la Provvidenza chiamò al supremo servizio pastorale, per pochi giorni, con il compito di dare al mondo serenità, fiducia ».
Cosa ha significato per la diocesi bellunese?
«È difficile dirlo in poche di vista religioso un impegno sempre più sentito di unità e comunione con il vicario di Cristo. Ma anche dal punto di vista civile e sociale, l’elezione di Albino Luciani ebbe il suo significato: fu vista quasi un riconoscimento per una popolazione ancora moralmente sana, onesta, laboriosa. Il bellunese, spesso dimenticato, si sentì improvvisamente valorizzato e, quindi, orgoglioso. Comunque, da questo breve pontificato, hanno preso il via in diocesi numerose iniziative culturali, religiose, artistiche che hanno contribuito certamente alla crescita della comunità sia ecclesiale che civile. Ricordo, fra l’altro, il Centro di spiritualità e di cultura “Papa Luciani”. In sei anni ha visto la presenza di circa 60 mila persone. Nel 1987 abbiamo avuto per convegni, esercizi, ritiri oltre 16 mila presenze. Il Centro ha una capacità di accoglienza di un centinaio di persone ed è fornito di circa quaranta camere singole con servizi, otto aule per gruppi di studio, due sale rispettivamente per 200 e 120 persone, due sale da pranzo, anfiteatro all’aperto per 800 persone e due cappelle. Attese le richieste sempre più numerose, si stanno ultimando lavori di ampliamento».
Che impressione ha lasciato nella gente il breve pontificato di papa Luciani?

«Certamente ha aperto il cuore di tutti a serenità, a speranza e gioia. Il suo volto sereno ebbe questo potere nei confronti dei fedeli: farli sentire certi dell’amore di Dio. La gente comune, questo, lo ha subito capito e ha definito Luciani “il papa del sorriso”».
Quale l’attualità e la peculiarità del messaggio pastorale di questo pontefice?

«La sua peculiarità, cioè lo “specifico”, potrebbe essere identificato nell’aver richiamato con forza al mondo la presenza di Dio-Amore, fonte di fiducia, serenità e speranza. L’attualità: credo che oggi l’umanità, sempre più divisa e individualista, abbia proprio bisogno di qualcuno che le richiami questa “presenza”: e Luciani lo ha fatto in modo mirabile con quella catechesi così semplice e, al tempo stesso, così ricca di contenuti evangelici, che è stata la sua caratteristica ».
Per la sua esperienza umana e di uomo di chiesa ha avuto una particolare incidenza la figura di papa Luciani?
«Luciani fu un popolare e geniale catechista. Ricordo la diffusione che ebbe anche in America latina il suo libro “Catechetica in briciole”, edito nel 1949. La fugace apparizione al soglio di Pietro mi ha spinto ad un forte impegno di evangelizzazione e catechesi».
Con quali iniziative la diocesi intende ricordare questo papa?

«Alcune sono state già realizzate: il Centro Papa Luciani, le nuove porte in bronzo della cattedrale, il Premio della bontà papa Luciani a favore di chi difende e promuove la vita, la rivista “Humilitas”. In occasione del decennio della elezione e morte sono numerose le iniziative di carattere religioso, culturale e artistico che sono state aperte dalla visita di Giovanni Paolo II al Centro “Papa Luciani” il 16 luglio, durante i giorni del suo soggiorno a Lorenzago di Cadore. Segnalo fra le altre la pubblicazione, in collaborazione con l’editrice “Messaggero” di Padova, dell’Opera omnia in sette volumi».

da “Messaggero di S. Antonio”
settembre 1988”

::: Bella la predica... ma... :::

Albino LucianiAlla uscita dalla chiesa, dopo la celebrazione della Cresima, un signore dice al vescovo Luciani:
– Bella la predica che ha fatto, ma non mi è piaciuta...
– ???
– Ho sentito parlare di obblighi, di dieci comandamenti, di doveri, che calavano già fatti dall’alto, senza nessuna possibilità per me non solo di parlare, ma anche di avere uno spazio di libertà di scelta nei miei impegni... dialogo... libertà ci vuole...
– Oggi molti, spessissimo, – rispose Luciani – scrivono e parlano della “parola di Dio” con cui confrontarsi. Benissimo, ma bisogna parlare anche della “legge di Dio”, ossia dei dieci comandamenti da osservare. Molti pur leggendo la Bibbia, considerano il Decalogo come sorpassato. Invece, se osservato da tutti, è proprio il decalogo che sarebbe, da solo, capace di far buoni sia gli individui che la società: è del decalogo che Gesù ha detto: «Non passerà neppure un jota o un segno della legge». Bella disinvoltura davvero quella di leggere la Bibbia, saltando o cancellando ciò che Gesù ha confermato solennemente.
– Se nella chiesa... ci fosse un profeta forte come Isaia...
– ...un Francesco di Assisi... Pare incredibile, ma lo stesso Lenin ha detto: «Per salvare la Russia, ci sarebbero voluti dieci Francesco d’Assisi». Voglio dire: moltiplichiamo i Santi; sarà salvato il mondo intero...
– Al tempo di Francesco le cose non andavano bene...
– Il tempo di Francesco di Assisi è stato definito da Daniel Rops «il secolo delle cattedrali e delle crociate ». Secolo di splendori, ma dietro la facciata, tante vicende e situazioni dolorose! Cinque Papi in soli sedici anni (1182-1198); Lucio III deve fuggire da Roma e Urbano III e Gregorio VIII non vi possono ritornare. Gli imperatori Federico Barbarossa, Enrico VI e Federico II conducono una lotta continua contro il papato. Gengis-Khan è alla conquista dell’Asia e fa tremare l’Europa; Saladino toglie Gerusalemme ai cristiani. Le città sono in lotta fra loro; lo stesso Francesco, da giovane, partecipa alla guerra tra Assisi e Perugia.
– E cosa ha fatto la Chiesa?
– Papa Innocenzo III con energia ridona un certo ordine al mondo cristiano. Ma quando lancia sul regno di Francia l’interdetto per indurre quel re a riprendere la legittima sposa ripudiata, la maggioranza dei vescovi francesi stanno col re contro il papa.
– E poi?
– Ci sono errori di fede che serpeggiano tra il popolo cristiano, come le traduzioni di Aristotele condite con il panteismo di Averroè; Gioacchino da Fiore profetizza prossima l’“età” dello Spirito e provoca il movimento anarchico-carismatico di “fraticelli”; Pietro Valdo da origine ai “Poveri di Lione”, bravi quando vivono una povertà esemplare, eretici quando pretendono che tutta la santità consista nel solo essere poveri e che tutti sono sacerdoti e depositari dello Spirito allo stesso modo; gli albigesi diffondono teorie religiose e sociali pericolose e si costituiscono in chiesa separata con propri vescovi.
– Va bene, ma Francesco contesta questa società e la chiesa...
– Sì, ma contestatore di se stesso, non degli altri... Fanno le guerre e Francesco: Pace e bene e prescrive ai suoi: chiunque venga ai frati minori, amico o avversario, ladro o predone, sia ricevuto benignamente. Hanno fame e sete di potenza: lui lascia tutto e prescrive che i suoi si sentano “frati minori”. Si diffondono insegnamenti nuovi e lui raccomanda: Vangelo intero e sine glossa.
– Cosa ha ottenuto?
– Oltre a Francesco di Assisi, altri due personaggi hanno tentato di portare rimedio: Arnaldo da Brescia e S. Bernardo di Chiaravalle. Il primo, scagliandosi con virulenza e senza rispetto contro le autorità ecclesiastiche, intimò loro di rinunciare a ogni possedimento: ottenne solo un aumento di disagio nella chiesa. S. Bernardo, con rispetto unito ad audace franchezza, chiese alle autorità soltanto il retto uso dei beni ecclesiastici e alle prediche unì una vita esemplare: ottenne qualcosa. S. Francesco si limitò a gridare il Vangelo con la sua vita...; quanto alle autorità, non chiese loro niente, raccomandò invece ai suoi frati rispetto e venerazione verso tutti i prelati, volle per il suo ordine un cardinale protettore, che garantisse il contatto con la santa Sede e la fede ortodossa: ottenne molto di più di S. Bernardo.
– ... ma... oggi i tempi sono cambiati...
– Si ha l’impressione che la chiesa si trova oggi davanti ad un ateismo in espansione, ad errori, a sperimentazioni imprudenti e spericolate, ad un continuo appello al carisma riconosciuto a tutti fuorché a papa e vescovi...
– Da dove verrà il rimedio?
– Francesco di Assisi risponde: dai santi: da cristiani, che sul mio esempio si sforzino di riprodurre in sé la vita di Cristo, che vivano nell’amore di Dio e del prossimo, nella umiltà e nello spirito di povertà.
– Molti contestano la Chiesa..., bisogna avere fiducia nei profeti...
– ...ma che siano autentici... Ricordiamo poi che il mestiere di profeta è difficile, specialmente nel caso nel quale, in nome di Dio, volessimo o dovessimo denunciare gli altri, bisogna essere sicuri di due cose: primo, di avere davvero un incarico da Dio; secondo, di essere noi stessi abbastanza a posto. Ha detto Gesù: perché osservi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? E san Giacomo ha scritto: chi sei tu, che ti fai giudice del tuo prossimo?
– Bisogna riconoscere i propri sbagli... – Battere il proprio petto è un buon gesto di pentimento; andare a battere il petto altrui, è cosa molto più delicata: può essere segno di profezia, di carità e di zelo, ma anche di presunzione... San Paolo chiama buona la profezia, buoni gli altri carismi. Sopra tutte queste cose c’è la carità, l’amore di Dio e del prossimo.
– ...siamo in democrazia, accettiamo un’etica a patto che sia stata elaborata insieme,... non ci piacciono i comandi, che piovono dall’alto, siamo fieri della nostra libertà...
– È giusto essere fieri della propria libertà, voler aderire a occhi ben aperti. Si dice: vogliamo una chiesa più credibile! E hanno ragione, ma è infantile illusione che, una volta fatta credibilissima, la Chiesa sarà accettata da tutti. Chi più credibile di Cristo? Ma lo hanno crocifisso. È destino che la Chiesa sia come Cristo “segno di contraddizione”. La Chiesa deve opporsi alle passioni umane; se le ritrova per forza tutte scatenate contro... La chiesa, si dice, ha in sé la forza intima di espandersi: le strutture sono un di più inutile, che la inceppano, scandalizzano gli uomini; liberatela dalle strutture, lasciatela sola con lo Spirito e con il Vangelo... Che ci siano strutture superflue o sorpassate da togliere, è vero.
Non tocca però a chiunque a sentenziare... Se la chiesa fosse composta di angeli, la cosa sarebbe semplice; invece è fatta di uomini che esigono nelle chiese spazio, banchi, riscaldamento, altoparlanti; è fatta di genitori che reclamano dalla parrocchia ambienti per i ragazzi, di poveri che chiedono aiuti, di sacerdoti che anch’essi hanno bisogno di casa e di pane...
– E la fedeltà allo Spirito...
– Certamente: ogni cristiano, la Chiesa, ha da essere fedele allo Spirito Santo... Ma io avverto “fermenti di infedeltà”: ci si oppone alla gerarchia quasi che ogni atto di tale posizione sia un momento costruttivo della verità sulla Chiesa da far riscoprire quale Cristo l’avrebbe istituita... i pastori sono messi in stato di accusa non tanto per quello che fanno o per come lo fanno, ma semplicemente perché sarebbero i custodi di un sistema o apparato ecclesiastico concorrente con la istituzione di Cristo...
– Ci vuole pluralismo...
– A volte però è relativismo affermando che la verità è relativa agli uomini e al tempo: ciò che era vero ieri può essere falso domani. Un certo dogma poteva essere accettato nel medioevo, ma non più oggi, nel fulgore della civiltà industriale... altre volte è come piattaforma da cui partire in antitesi al magistero del papa e dei vescovi, delle tesi che sembrano teologia utile o innocua e sono invece autentici siluri... a volte vuol dire libero esame della parola di Dio: ciascuno, letto un brano della Bibbia, ne pensa quello che gli pare e piace, trascurando ciò che credette la Chiesa nei secoli passati, respingono la interpretazione obbligatoria che è proposta dal Magistero... poi vi è il dissenso polarizzato: si assiste al formarsi di tanti gruppi autocefali, sgregolatori, opposti all’unica comunità di salvezza, ognuno poi ritiene di rendere onore a Dio.
– Il Concilio è dimenticato...
– Parlando di Concilio ho detto: al parlamento, i deputati siedono con poteri ricevuti dalla base e coi loro elettori devono in qualche modo fare i conti. I vescovi rappresentano bensì la loro diocesi, non però dalla diocesi ricevono i poteri, ma da Dio, cui solo devono rendere conto. Anche al Concilio c’è discussione, contraddittorio, libera parola e voto finale. Al parlamento la maggioranza vince solo perché è maggioranza e vince anche se la cosa decisa è ingiusta o cattiva. Al concilio vince solo la verità e perciò la maggioranza tende ad essere unanimità vincendo soltanto se ha con sé il papa... Il concilio non è una assemblea costituente. Se è costituente, un’assemblea, deve preparare la costituzione ossia la “magna charta” fondamentale dello stato, con strutture nuove e fisionomia nuova. Alla chiesa cattolica la fisionomia e le strutture sono state fissate, una volta per sempre, dal Signore e non si possono toccare. Semmai, si possono toccare le sovrastrutture: ciò che non Cristo, ma i papi o i concili o i fedeli stessi hanno introdotto ieri, può essere tolto o mutato oggi o domani. Hanno introdotto ieri un certo numero di diocesi, un certo sistema nel dirigere le missioni, nel preparare i sacerdoti, hanno usato un certo tipo di cultura? Si potrà cambiare e si potrà dire: «La chiesa che esce dal Concilio è ancora quella di ieri ma rinnovata ». Mai si potrà dire: «Abbiamo una chiesa nuova, diversa da quella di ieri»... Il vescovo che entra al concilio deve dire: «Io faccio qui un tutt’uno coi miei colleghi e col papa; sono qui solo per il bene della chiesa universale e devo sostenere gli interessi anche con scapito apparente, della mia propria diocesi»... «Il concilio non si raduna contro nessuno, non è il concilio della difesa o della paura, non ha scopi politici».
– Ma la chiesa appare diversa...
– Caro amico, la chiesa è un po’ come Cristo: consta di un elemento divino invisibile, ma anche di un elemento umano visibile; oltre ad essere mistero, è organizzazione, che rende la chiesa non folla incomposta o massa amorfa, ma popolo degno di questo nome, ordinato e compatto; la chiesa non è solo esteriore: in essa ci sono insieme istituzione e comunione, carismi dello Spirito e funzione gerarchica. E appunto perché ordinato, il popolo di Dio è governato dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con il Papa. Lo spirito di parte porta a scelte discriminanti, secondo un tipo condiviso a livello di gruppo e porta anche ad un isolamento dettato dallo spirito di presunzione, non certo evangelico...
– E noi laici... dobbiamo stare zitti e non dire nulla? – San Giovanni Crisostomo insegna: «Questi pastori della Chiesa presiedono al popolo di Dio in nome suo, con l’umiltà dei servi, ma anche con la franchezza degli apostoli, hanno il diritto e il dovere di proclamare: «fino a quando sediamo in questa sede; fino a quando presiediamo, abbiamo autorità e forza, anche se siamo indegni». Un pluralismo sano ha certo diritto di cittadinanza nella chiesa; esso è segno di ricchezza culturale, vivacizza la spiritualità, le istituzioni ecclesiali e religiose, colorisce di bella varietà la liturgia e la disciplina; tale sano pluralismo mette in evidenza che il mistero di Cristo ha una ricchezza imperscrutabile; è simile al pozzo di San Patrizio, dal quale si poteva sempre attingere qualche nuovo tesoro...». – Grazie, mi pare di aver capito un po’; farò delle riflessioni... – E se restano delle domande, sono sempre pronto all’incontro, sempre per il bene della fede in Cristo Signore.
Taffarel don Francesco

::: Il sorriso del forte :::

Albino LucianiSi racconta che quando il Cardinale Luciani fu eletto Papa e, dopo aver accettato, fu condotto per essere rivestito della veste bianca, egli rimase per qualche minuto in silenzio, come accasciato per l’immane peso della responsabilità. Ma poi si riprese, riprese il dominio sui suoi sentimenti profondi ed il sorriso pur nella trepidazione riapparve sul suo volto. Così lo hanno visto i pellegrini in Piazza San Pietro, così lo abbiamo visto tutti alla televisione per la sua prima Benedizione Apostolica: col sorriso del forte.

È chiaro che questo sorriso è stato il sorriso della fiducia. Sono ancora vive le frasi che il Pontefice ha pronunciato pochi giorni fa: non bisogna credere che, malgrado il male esistente nel mondo, tutto il mondo sia male; no, per il Papa. ci sono tanti, tantissimi che operano il bene, in modo silenzioso, ma reale, più reale ancora che il male. Per questo, diceva Papa Luciani, l’amore vale più della violenza, per questo i cristiani devono “contagiare” tutti con la loro bontà e con la loro fiducia nella vita e nell’avvenire.

Da dove il Pontefice abbia attinto questa fiducia nella vita e nell’amore rimarrà per sempre un mistero, noto solo alla sua coscienza e a Dio. Ma pare non azzardato supporre che ciò gli sia derivato anche dalla sua esperienza, quella di un uomo che è sempre vissuto al contatto con la vita, che di essa ha assaporato l’amaro calice, ma anche le gioie semplici e sincere di tutti gli uomini. Talvolta ammalato, a contatto con gli ammalati, spesso in circostanze difficili per il suo ministero, devoto però di Santi semplici e “ilari” (ricordiamo la devozione di Giovanni Paolo per San Pio X e per San Filippo Neri e l’ammirazione per Giovanni XXIII) egli ha capito che nulla vale più nelle circostanze più disparate della vita che la fiducia e la serenità. Per questo egli ha voluto che fosse sempre presente nella sua esistenza; per questo l’ha predicata nel suo purtroppo breve pontificato. La vita di tutti i giorni è quindi stata la sua maestra.

Ed ancora la vita gli ha insegnato un’altra cosa preziosa: quella della semplicità. Tutti hanno notato con piacere che nei discorsi adoperava l’“Io” invece che il classico “Noi”; molti hanno gioito nel vederlo rinunciare all’incoronazione ed alla sedia gestatoria. Forse l’essere sempre vissuto a contatto con la gente, l’averne sentito le esigenze profonde, anche se inespresse, lo hanno portato a questi gesti qualificanti. Non sappiamo a che cosa sarebbe giunta questa sua semplicità. Ma è certo che essa ha ormai tracciato una via, ha mostrato una direzione su cui si dovrebbe camminare.
da “Le Dolomiti bellunesi”,
Natale 1978, pp. 21-22.


::: I suoi insegnamenti per esempi:::
L'asino e don Orione

Don OrioneL’asino è stato da sempre l’amico della povera gente. Narra una leggenda popolare greca: Satana si oppose fin dall’inizio a Dio; creata da Dio una cosa, Satana tentava di contrapporgliene un’altra; fu così che un giorno egli fece un asino. Ma non fu capace di dargli la vita. Allora si mise in cammino, andò dal Signore, chiedendo: «Dagliela tu, la vita». Dio l’ascoltò, ma a suo modo: «Alzati, asino – disse – e sii d’ora in avanti il braccio destro del povero». Continua la leggenda: i poveri, che non possono mantenere un mulo o un cavallo, possiedono un asino. Lo caricano di fascine di legna, e gliele fanno portare a casa; lo caricano di grano, e lo porta al mulino; lo caricano di concime, e l’asino lo porta nei campi. L’asino è il loro migliore aiuto; senza di lui la vita dei poveri sarebbe troppo dura. Che dire ora, se persone di grande valore si propongono di essere nient’altro nella vita che “asinelli” dei poveri? Ignazio Silone, in una pagina indimenticabile, racconta come incontrò, lui ragazzo, che da Roma doveva passare in un collegio ligure, don Luigi Orione alla stazione. Notò, per badare a lui e ad altri ragazzi, un piccolo prete qualsiasi; si indispettì per il fatto che non fosse venuto il famoso don Orione in persona, e lasciò che il prete si caricasse delle sue valigie e dei suoi fagotti, senza alzare un dito per aiutarlo. Una volta in treno, il piccolo prete gli chiese, se desiderava un giornale. «Sì, l’“Avanti!”», rispose Silone in tono provocatorio. Il prete scese dal treno, poco dopo riapparve e gli portò l’“Avanti”. Più tardi, sempre in treno, il ragazzo chiese: «Perché don Orione non è venuto?». Risposta: «Sono io don Orione, e scusami se non mi sono presentato ». «Rimasi male – confessa Silone – mi sentii spregevole e vile..., balbettai alcune scuse per avergli lasciato trasportare le mie valigie e il resto. Egli sorrise e mi confidò la sua felicità di poter talvolta portare valigie per ragazzi impertinenti come me... Mi confidò anche: «La mia vocazione sarebbe di poter vivere come un autentico asino di Dio, come un autentico asino della provvidenza». Bello, specialmente oggi, quando i poveri sono tanti, tanti anche coloro che parlano o scrivono per gli “emarginati”, ma pochi sono gli autentici “asinelli” che accettano di caricarsi dei fardelli degli altri. Che pena, a volte, trovare famiglie, che potrebbero tenere senza gran disagio i loro vecchi a casa, e invece se ne sbarazzano, “scaricandoli” alla casa di riposo. Tante volte, lo so, non è possibile fare diversamente. Ma, allora, è doveroso stare vicini a questi congiunti con le visite, con l’affetto: spesso, invece, non si va mai o quasi mai a trovarli, lasciandoli nel dolore di sentirsi dei dimenticati.
O.O. 8, 339

::: L'Antonietta non si dimentica :::

Antonietta Marinelli moglie di Edoardo Luciani. Vive in Dio dal 2 dicembreCaro don Albino, la notizia che tua cognata Antonietta era entrata nella beatitudine della vita eterna me la diede Loris con delicata tempestività. Era trascorsa forse un’ora e seppi che sorella morte aveva visitato la tua casa all’improvviso, come un ladro nella notte, ma le valigie erano pronte da tempo e la preghiera quotidiana del rosario appena conclusa. Quella corona che le faceva tanta compagnia si sarebbe così intrecciata alle mani come la chiave di una abitazione eterna, dove con Maria e Gesù vi sarete preparati in tanti ad accoglierla. Al rito del congedo cristiano ho voluto arrivare ad ogni costo: di domenica, alle prime ore del pomeriggio, la chiesa di Canale l’abbracciava con tanti paesani, diversi sacerdoti e tutti i suoi familiari.
Tuo fratello era sereno, normale, con la dignità di un patriarca e la semplicità di un cristiano, addolorato certamente, ma sostenuto dalla schiera di quei defunti di casa per i quali aveva tanto pregato ogni giorno con la sua Antonietta. Non tocca a me fare l’elogio della tua carissima cognata, perché oltre a tuo fratello, ai figli, nipoti e parenti, dovrebbero parlare i parroci che si sono succeduti a Canale e i tanti sacerdoti e laici - con i suoi scolari in prima fila - per mettere in luce le virtù di questa donna eccezionale. Il parroco Don Sirio, all’omelia delle esequie, ha bene interpretato la Parola del Signore intrecciandola con la testimonianza di vita della cara Antonietta; e per quel poco che l’ho conosciuta anch’io, non mi meraviglierei se qualcuno un giorno avviasse anche per lei una causa di beatificazione. Peccato anzi che tu non possa testimoniare per lei davanti agli uomini, perché da tanti e importanti segni avevamo compreso da tempo che la stimavi in un modo straordinario. A me resta il ricordo soave di una donna che sorrideva al dolore; e in questo speciale atteggiamento dello spirito non mi è difficile accostarla ai 33 giorni del tuo servizio sul colle Vaticano, dove ti sei conquistato l’appellativo in un primo tempo “strano” di Papa del sorriso. Ora Dio sorrida anche a lei, donna buona, forte, intelligente, laboriosa, gentile, prudente, affettuosa, credente e saggia. Aveva - e tu lo sai bene, perché le chiedevi a prestito i suoi libri - una buona cultura e il dono di comunicarla, ma la consegna che ha lasciato a tutti è una miscela di umanità e di fede che nella sua vita non si è mai disgiunta. Considero un dono del cielo l’averla conosciuta e tu che hai contribuito a farmela incontrare dovrai aiutarmi a ricordare gli insegnamenti di vita ordinaria che ha incarnato e trasmesso. Pregheremo per lei e per i suoi cari, ma credo che possiamo anche pregare lei che si è sicuramente conquistato un posto accanto al tuo. Sul mio comodino ci sono i tuoi occhiali da Papa che Antonietta mi donò spontaneamente anni fa: adesso mi ricordano anche lei e alla preghiera del suffragio cristiano ne aggiungerò un’altra, quella del ringraziamento.
Tuo aff.mo don Licio

::: Angeli e demoni, questi sconosciuti! :::

San Michele ArcangeloGli angeli sono i “grandi sconosciuti” in questi tempi di tendenziale cosmolatria. Qualcuno ha insinuato il dubbio che essi non siano persone; molti non ne parlano. Sarebbe opportuno ricordarli più spesso come ministri della provvidenza nel governo del mondo e degli uomini, cercando di vivere, come hanno fatto i santi, da Agostino a Newman, in familiarità con essi. Poco si parla anche del diavolo. Nel medioevo c’erano state delle esagerazioni. «Basta leggere il De Miraculis di Pietro il Venerabile per farci un’idea di tutto ciò che l’immaginazione era capace di raccontare sulle malefatte del maligno. Il diavolo viene a tormentare le anime fedeli, attaccandosi di preferenza alle più virtuose; sotto apparenze ora spaventose ora conturbanti devasta i monasteri; è lui, incube, che violenta le vergini e procrea nel loro seno figli maledetti, o succube, che induce in tentazione gli uomini consacrati al Signore. Si può dubitare che tutto ciò sia vero, quando S. Agostino, nel libro XV della Città di Dio, capitolo 23, se n’è fatto garante? Per questo il diavolo è pure frequentemente rappresentato: subsanna ai capitelli delle chiese, partecipa con le sue terribili coorti all’ultimo giudizio degli architravi, si erge negli affreschi e nelle miniature, come nelle sacre rappresentazioni teatrali. Egli è dovunque! ... La superstizione, forma degradata della fede nel soprannaturale, può produrre penose conseguenze. Soprattutto ritenendo per vera la stregoneria, diffondendone la paura. Su questo punto, la credenza nei demoni si unisce alle più antiche tradizioni di magia, che la chiesa non ha mai potuto sradicare. Fatto strano: sembra che queste pratiche, e la convinzione che esse siano efficaci, anziché diminuire tra l’XI e il XIV secolo, siano aumentate d’importanza. La fattucchiera, la donna malefica, l’avvelenatrice trova sempre più posto e credito... Si assicura che si possono utilizzare le forze infernali contro un nemico, fabbricando una statuetta di cera con la sua effige e trapassandola con un pugnale: è il malefizio mortifero.
Si racconta che certi uomini possono essere cambiati in bestie e correre la campagna per commettere mille delitti: sono i licantropi, o lupi mannari. Si pretende che delle donne ossesse s’involino di notte per andare a partecipare ai sabba di satana. A queste credenze medioevali esagerate son successe reazioni moderne pure esagerate, tanto da far dire a Carlo Baudelaire: «La più riuscita beffa del diavolo è questa: farci persuasi che egli non esiste!». Il diavolo si fa, cioè, negare dagli uomini per portarli a ripetere, essi, la rivolta contro Dio, che fu già sua.
Il teologo moderno deve ritenere in materia quel tanto che il magistero ha detto ufficialmente, mantenendosi riservato e prudente nel resto e specialmente nel giudicare eventuali, assenti fatti straordinari. Quanto alla influenza generale del diavolo sull’umanità, conviene ammetterla, ma molto attenuata e ridimensionata dalla vittoria, che Cristo ha riportato su di lui. Sulla croce Cristo pareva vinto, mentre era vincitore del diavolo. Sulla stessa linea siamo noi: nelle tentazioni, nelle pene, ma, sorretti dalla grazia di Cristo, vincitori con Cristo!
O.O. 4,74-75

::: Verso la Beatificazione :::
Papa Luciani parla ai semplici

Il momento dell'avvio del processo di BeatificazioneIn questo numero di “Humilitas” mi piace lasciar parlare di Albino Luciani una persona che recentemente mi ha inviato una lettera da cui stralcio alcuni passaggi. «Con questa mia, vorrei unirmi a tutte quelle persone che, come me, hanno conosciuto e amato Don Albino Luciani. Non è una mancanza di rispetto chiamare “Don Albino” anziché Papa Luciani, una persona così speciale, con il grande carisma dell’umiltà, che ha lasciato il segno indelebile della sua presenza nei nostri cuori». «Non posso parlare di miracoli... Ma di un aiuto costante da parte Sua in ogni occasione difficile della mia vita. E mi creda, di momenti difficili, ne ho avuti veramente molti, compreso la perdita di una figlia... ma don Albino mi è sempre stato vicino e dopo pochi mesi ho avuto la possibilità di avere in adozione un bellissimo bambino...». «Ho avuto poi un altro figlio, sanissimo, malgrado i medici avessero escluso questa possibilità ». «Sarei tanto felice di poter partecipare alla sua beatificazione terrena, anche se ho la certezza che Lui in cielo è già tra gli Eletti». Lettere di questo tenore ne abbiamo tante nell’archivio della Postulazione. Quello che più colpisce è come Albino Luciani tocchi il cuore delle persone semplici per la sua umiltà: viene sentito vicino, uno di noi; una persona alla quale si ricorre per le incertezze di fede, come per problemi di famiglia o per le preoccupazioni di salute e... Lui risponde! Questo, dalla gente – che non si pone il problema di quanto tutto ciò “serva” alla causa di canonizzazione – è percepito chiaramente e testimoniato con semplicità disarmante, parente stretta della fede genuina, che nasce da uno spirito veramente umile. Del resto, scriveva Sant’Agostino che l’umiltà è l’essenza del mistero di Cristo. Dunque la mancanza di umiltà è la vera causa della nostra incapacità di credere. Luciani questo lo aveva capito e perciò ha cercato di vivere anzitutto nell’umiltà: perché in questa virtù, la fede trovava l’humus ideale per vivere e crescere. Ora tocca a noi che, guardiamo a Lui come nostro modello di umiltà e di fede, cercare di seguire la stessa via liberando il nostro cuore da tutto ciò che lo appesantisce e gli impedisce un rapporto vero con Dio, che è anzitutto un “mettersi in ascolto della sua voce e della sua presenza”, con l’atteggiamento sincero di chi si sente umile e povera creatura, bisognosa di tutto. Con la consueta immediatezza, Albino Luciani inviterebbe ciascuno a sentirsi “piccolo figlio”, ammettendo: «Io non sono il tipo che sa tutto, che dice l’ultima parola su tutto, che verifica tutto...». C’è da chiedersi allora come potrebbe mettersi in ascolto di Dio, accogliere la sua voce, fidarsi di Lui chi è abituato a vivere solo di certezze proprie, a credere di sapere sempre più degli altri, a mettere tutto in discussione?! Veramente la morte dell’umiltà pone a rischio anche la fede. Mentre il cammino della fase diocesana della Causa di canonizzazione di Papa Luciani procede in maniera soddisfacente (anche per quanto riguarda i tempi), di pari passo siamo testimoni di una crescente attenzione ed attesa da parte del Popolo di Dio: Giovanni Paolo I continua a parlare al cuore dei semplici, così come fece in quegli indimenticabili trentatre giorni nei quali ha diffuso nella Chiesa e nel mondo un’ondata di gioia. Ecco perché Papa Luciani è tanto amato e sentito vicino: perché è sempre vissuto e si è messo dalla parte degli umili, dei liberi di cuore, dei fanciulli evangelicamente intesi e... li ha innalzati. Con l’esempio della sua vita ha mostrato che, per il cristiano, diventare bambino è sinonimo di piena maturità. Non è così, forse, per il mondo: ma noi sappiamo che «la sapienza di questo mondo è follia davanti a Dio» (1Cor 3,19).
Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore


::: Dal Centro Papa Luciani :::
la riflessione del Direttore


Anziani della Casa di Riposo di Meano al Centro Papa Luciani con il Vescovo di Asti e il direttoreLa Chiesa italiana celebrerà in quest’anno il suo Convegno, il quarto dopo quello di Roma (1976), Loreto (1985), Palermo (1995). Il tema è: “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”. Come lo scorso anno abbiamo camminato insieme riflettendo sull’eucaristia, così, quest’anno, vogliamo cercare con umiltà di entrare un po’ nel profondo di questa speranza, virtù teologale e quindi, prima di tutto, dono di Dio. Nella lettera ai Romani San Paolo scrive: «Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per mezzo suo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo; noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce la pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata, la speranza. La speranza, poi, non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato» (Rm 5,1-5). Questa parola di Paolo ci fa assistere alla nascita della speranza cristiana: dalla morte e dalla risurrezione Cristo, mediante la fede e mediante lo Spirito Santo, viene seminato nel cuore di ogni battezzato un seme di speranza. Noi siamo chiamati a coltivare e a testimoniare, facendolo crescere, questo seme di speranza nella nostra vita. Ma di quale speranza stiamo parlando? Certamente della speranza nel senso più alto, della virtù teologale che, come dice Paolo, rimane, insieme alla fede e alla carità (1Cor c. 13); una speranza, come dice l’Apostolo Pietro, della quale dobbiamo render ragione (1Pt 3,15), con dolcezza e con rispetto. Sappiamo bene, infatti, che non esiste una sola speranza: ogni cultura, ogni ideologia ha la sua speranza... È vitale che noi individuiamo, allora, la vera speranza cristiana e la sua identità. Senza questo, tutto rischia di confondersi. La consistenza di ogni speranza la si vede dal suo orizzonte. La speranza legata alle capacità dell’uomo ha un orizzonte legato alla storia, non rompe quel sipario che ci impedisce di trascendere il tempo e la dimensione semplicemente umana. È una speranza secolarizzata, così affascinante anche per tanti cristiani dei nostri giorni; ma questo è anche il vero cancro della vita cristiana del nostro tempo! Noi cristiani non possiamo fermarci ad una speranza che garantisca... un futuro migliore, capace di rispondere alle attese del mondo... Il cristianesimo non è stato portato sulla terra per rispondere alle attese del mondo, ma ad attese più profonde! La speranza cristiana è straordinaria, è un miracolo! Paolo, nel brano che abbiamo premesso, ci ha detto che la speranza cristiana non nasce dal nostro cuore, non è una velleità: nasce da un fatto e da un evento storico che ebbe luogo in un momento preciso, in un posto preciso, in un’ora precisa: la morte e resurrezione di Cristo. E, per ciascuno di noi, è nata il giorno del nostro Battesimo, quando siamo stati inseriti nella morte stessa di Gesù e partecipi della sua resurrezione. Anche l’Apostolo Pietro ha una parola simile quando dice che la speranza sboccia in pienezza dalla resurrezione di Cristo: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; egli, nella sua grande misericordia, ci ha rigenerati mediante la resurrezione di Gesù dai morti per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce» (1Pt 1,3-4). Il giorno della resurrezione venne dunque alla luce la pienezza della speranza cristiana. Gesù, nel Vangelo, non parla mai di speranza. Dopo la sua resurrezione, nelle lettere degli Apostoli, abbiamo come una esplosione del tema speranza. E questo perché? Perché la speranza cristiana aspettava di esplodere proprio dalla resurrezione del Signore; in quel momento in cui, per laprima volta dalla creazione del mondo, veniva infranta la barriera della morte, è nata la speranza cristiana che “spera oltre la morte”. E non possiamo non vedere nell’Eucaristia la sorgente della speranza piantata in mezzo al popolo cristiano, in mezzo ad ogni comunità, perché l’Eucaristia ci attualizza, ci presenta o rappresenta proprio quell’evento da cui, nella storia, è sbocciata la speranza, dono di Dio: cioè la morte di Cristo che ha infranto il muro del peccato e la resurrezione che ha infranto il muro della morte. Tra noi e Dio, tra noi ed il vero futuro dell’eternità, c’erano due muri massicci: il muro del peccato ed il muro della morte. Cristo li ha infranti, uno dopo l’altro: così la speranza ha potuto vedere la luce. Dunque la speranza non nasce dai sentimenti di gioventù, per quanto belli possano essere o possano essere stati. E nemmeno dalle possibilità concrete che abbiamo di progredire, di raggiungere obiettivi, per quanto questi siano alti e preziosi. La nostra speranza viene invece risvegliata e sostenuta, alla fine anche soddisfatta, da quel grande mistero divino che sta al di sopra di noi e dentro di noi, che tutti ci avvolge e che ci è più vicino di quanto noi possiamo esserlo a noi stessi. È quel Mistero che incontriamo come la grande promessa per la nostra vita e quella del nostro mondo. Questo Mistero ci incontra nel suo appello alla vita e dice: “io vivo e anche voi vivrete” (Gv 14,19); riecheggia in questa promessa il motto della nostra Chiesa in Sinodo: “Tu non morirai mai”. Questo è il fondamento della nostra speranza: Cristo risorto e vivo, presente nell’Eucaristia. Lui e solo Lui è la sorgente della Speranza che non delude.
Mons. Giorgio Lise

 

::: Così nel quotidiano :::
Il gruppo di Azione Cattolica agli esercizi spirituali guidati da don Francesco Silvestri

OTTOBRE 2005
Il mese di ottobre è iniziato all’insegna della preghiera con gli esercizi spirituali dei Diaconi permanenti della Diocesi dal 3 al 5. Domenica 9 ritiro spirituale per i cresimandi di Pieve di Livinallongo e Arabba e per i comunicandi di Antole Sois con i genitori. Sono ospiti del Centro anche numerosi adulti della parrocchia di Sedico. Dal 10 al 13 si tiene il tradizionale corso per fioristi organizzato dall’ASCOM di Belluno. Venerdì 14 si riunisce il Gruppo Adoratori di Cortina per un ritiro spirituale e inizia un week-end di formazione per il Centro Servizi Volontariato del Triveneto. Sabato, la scuola di preghiera per giovani e il ritiro spirituale di un gruppo di giovani di Paderno. Il Centro ospita anche due interessanti incontri culturali venerdì e sabato. Da domenica sera 16 a sabato 22 corso di Esercizi Spirituali per sacerdoti Missionari della regalità, guidati dal Vescovo di Asti. Da venerdì 28 a domenica 30, fine settimana per fidanzati organizzato da I.M. Da domenica 30 a martedì 1o novembre, ritiro spirituale per un gruppo di giovani della parrocchia di Castello di Godego.

NOVEMBRE 2005
Venerdì 4 sera il Centro ospita un incontro di alto livello sulla santità, con il filosofo Massimo Cacciari. Da venerdì 4 a domenica 6 sono ospiti al Centro la terza comunità neocatecumenale di Castelfranco Veneto e la Commissione Regionale di Pastorale Familiare; inoltre, sabato, viene vissuta la prima Giornata sulla spiritualità di Papa Luciani con un bel gruppo di partecipanti. Da sabato a domenica incontro per un gruppo di consacrate laiche e, nella giornata di domenica, il ritiro spirituale per i cresimandi di Longarone, Pieve di Zoldo e Falzè di Piave con i loro genitori. Mercoledì 9, ritiro per i cresimandi di Zoldo Alto e giovedì 10, incontro di fraternità per il neonato gruppo “Amici di Giovanni Paolo II”. Da venerdì 11 a domenica 13: convivenza per una Comunità neocatecumenale di Venezia e fine settimana di ritiro spirituale per i giovani della parrocchia Duomo-Loreto di Belluno; nel pomeriggio di sabato, incontro mensile di catechesi per gli adulti sul “Compendio del catechismo della Chiesa Cattolica”; in serata e nella mattinata di domenica, incontro per alcuni giovani di Cortina. Domenica, ritiro per i cresimandi di Alleghe accompagnati dai genitori. Da venerdì 18 a domenica 20, convivenza per la seconda Comunità neocatecumenale di Castelfranco Veneto. Da sabato si aggiunge anche la quinta comunità. Nel pomeriggio di domenica, ritiro spirituale per il gruppo di Comunione e Liberazione. Da venerdì 25 a domenica 27, il Centro ospita un numeroso gruppo di giovani di Azione Cattolica. di Vittorio Veneto e, da sabato, anche la seconda Comunità neocatecumenale di Volpago del Montello. Nella serata di sabato, scuola di preghiera per giovani. Domenica 27, ritiro spirituale per i cresimandi di Farra d’Alpago con i genitori e incontro per un gruppo di catechiste di Castello di Godego.

DICEMBRE 2005
Giovedì 1, riunione del Consiglio Presbiterale Diocesano. Da venerdì 2 a domenica 5, ritiro spirituale per giovani-adulti della diocesi di Vittorio Veneto. Sabato, seconda Giornata sulla spiritualità di Papa Luciani che vede la partecipazione anche di una coppia del Piemonte. Domenica, ritiro spirituale per un bel gruppo di bambini di Farra di Feltre, in preparazione alla Prima Confessione e Prima Comunione, accompagnati dai genitori, nonché per i cresimandi di Spert d’Alpago, con i loro genitori. Domenica si ritrova al Centro anche la seconda comunità neocatecumenale di San Giovanni Bosco-Belluno. Da mercoledì 7 a venerdì 9, esercizi spirituali per i seminaristi delle medie di Treviso. Da giovedì 8 a domenica 11, esercizi spirituali per l’Azione Cattolica Diocesana di Belluno- Feltre; da sabato a domenica, fine settimana per il gruppo giovani di Agordo e della Forania Zumellese (Vittorio Veneto). Nel pomeriggio di sabato si tiene anche l’incontro mensile di catechesi per gli adulti. Domenica ritiro spirituale per Comunione e Liberazione e di I.M. per sposi. Mercoledì 14, serata di preghiera per i giovani di Villabruna. Giovedì 15 il Centro ospita i membri della Coldiretti bellunese per una mattinata di formazione, un incontro di preghiera e fraternità degli Amministratori della Scuola Materna parrocchiale “D.
Mario Pasa” di Cavarzano. Venerdì 16, incontro culturale con Giovanni Galli, ex portiere della Nazionale italiana di calcio. Sabato 17, incontro di formazione per il Centro Servizi volontariato di Belluno; pomeriggio di ritiro per i ragazzi di seconda e terza media di Santa Giustina. Domenica 18, ritiro per i cresimandi di Antole-Sois e per l’Associazione diocesana dell’Unitalsi. Nel pomeriggio, incontro di preghiera per gli adulti della forania di Santa Giustina. Nel pomeriggio di lunedì 19, incontro natalizio di preghiera e fraternità con i volontari e volontarie del Centro. Nella mattinata di Natale, Santa Messa per le famiglie dei volontari e collaboratori del Centro Papa Luciani. Da martedì 27 a mercoledì 28, due-giorni per i cresimandi di Nervesa della Battaglia. Giovedì, 30 riunione di tutta la giornata del Consiglio Pastorale Diocesano. Da giovedì 30 dicembre al 1o gennaio è ospite del Centro il Gruppo famiglie della parrocchia dell’Addolorata di Verona.

Volontari del Centro dopo l’incontro di preghiera in preparazione al Natale

 

::: Al via la 12a edizione degli incontri culturali:::


Il Centro Papa LucianiÈ ripreso in ottobre il tradizionale programma degli incontri culturali, giunto alla dodicesima edizione e promosso dal Centro Papa Luciani, con il sostegno economico della Fondazione Cariverona, e la collaborazione di Comune di Santa Giustina, Provincia di Belluno e Ristorante “Il Lauro”. La rassegna culturale è iniziata il 14 ottobre con una serata in ricordo dell’esploratore e navigatore Ambrogio Fogar scomparso nell’agosto 2004. Per ricordarlo è intervenuto Giangiacomo Schiavi, giornalista del “Corriere della Sera”, coautore proprio assieme a Fogar del libro “Controvento” (Rizzoli). Sono stati rivissuti i momenti di un passato ricco, avvincente e discusso ma soprattutto con passione è stato lanciato un invito a credere nella vita e a cercare sempre la speranza dentro ognuno di noi, anche quando il destino ci obbliga a navigare controvento. Il 15 ottobre Lucetta Scaraffia, docente di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, ha presentato il suo libro “Contro il cristianesimo. L’ONU e l’Unione Europea come nuova ideologia” (Piemme). La relatrice ha individuato le radici della nuova ideologia – insita nelle organizzazioni internazionali – nella separazione fra sessualità e procreazione, vedendo lo sbocco oltre i confini dell’aborto e nel ritorno strisciante all’eugenetica. A questo si aggiunge l’obiettivo di abolire le religioni. Chi osa mettere in discussione questo pensiero, come la Chiesa Cattolica, viene criticato, penalizzato e accusato di voler ostacolare la “costruzione di un radioso futuro di armonia”. In novembre tre incontri. Il primo una riflessione sul concetto di santità con gli interventi di Massimo Cacciari (Filosofo e Sindaco di Venezia) che ha parlato sul tema “La santità vista da un laico” e mons. Tommaso Stenico (Capo Ufficio Catechistico della Congregazione per il Clero) che ha tenuto la relazione “La santità nella famiglia”. Altro importante incontro con la presentazione del libro “La Croce e la Sinagoga.
Ebrei e cristiani a confronto”. Ad affiancare l’autore – Giovan Battista Brunori, redattore esteri e vaticanista del Tg2 – è intervenuto l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede S.E. Oded Ben Hur. Una storia tormentata, quella del rapporto fra ebrei e cristiani, fatta di secoli di violenza e di diffamazione, che solo da pochi decenni sta lasciando il passo ad un cammino nel quale “fratelli maggiori” e “fratelli minori” cominciano a guardarsi negli occhi e a parlarsi. Se tra gli ebrei aumentano i fautori del dialogo, da parte cristiana si fanno sempre più convinti i riconoscimenti delle radici ebraiche della loro fede. Infine il terzo incontro per ricordare la cantante Giuni Russo con la testimonianza della sua manager Maria Antonietta Sisini. La musica per avvicinarsi all’Assoluto, il canto per donarsi agli altri: a un anno dalla scomparsa un incontro per capire il percorso di ricerca interiore e della spiritualità che Giuni Russo ha maturato nel dolore della malattia.
L’anno 2005 si è concluso con una significativa serata in dicembre in ricordo di Niccolò Galli, calciatore del Bologna. Lo spunto di questa iniziativa la presentazione del libro “Storia di calcio e d’amore: nel nome di Niccolò” alla quale è intervenuto oltre all’autore Renzo Agasso, giornalista, Giovanni Galli, già portiere della nazionale italiana di calcio. L’incontro ha confermato la storia di un grande campione del pallone, Giovanni Galli. Ma è anche la storia della sua famiglia, soprattutto del figlio Niccolò. Niccolò Galli era una promessa del calcio italiano. Esordio in serie A a 17 anni con la maglia del Bologna, nazionale Under 16 e poi 18. Purtroppo il 9 febbraio 2001 dopo l’allenamento col Bologna salta sul suo motorino per tornare a casa a studiare ma cade finendo contro un guard-rail la cui lamiera gli taglia l’aorta addominale e muore. La famiglia e gli amici però non si rinchiudono e presto hanno dato vita alla Fondazione Niccolò Galli per il recupero di ragazzi vittime di incidenti stradali e di gioco, contribuendo ai costi necessari per le cure: è così cominciata un’altra storia di vita e di speranza.
Michelangelo De Donà