Un grande educatore
Santi in penombra
Belluno e il suo Papa
Bella la predica... ma...
Il sorriso del forte...
L'asino e don Orione
L'Antonietta non si dimentica
Angeli e domoni, questi sconosciuti!
Verso la Beatificazione
Dal Centro Papa Luciani
Così nel quotidiano
Al via la 12a edizione degli incontri culturali
|
::: Un grande educatore:::
di Albino Luciani
Don Bosco è un santo,
che ha realizzato un’incredibile
quantità di opere,
impiegando il suo tempo
all’interesse del cento per
cento. Ha fondato missioni
in terre lontane; ha dato
origine a due congregazioni,
che oggi contano
decine di migliaia di sacerdoti
e di suore; è stato
scrittore versatile, editore
intraprendente, consigliere
di principi e ministri,
servitore fedele di papi; ha
fatto perfino miracoli e
profezie. Ciò che lo rende
caro a tutto il mondo, però,
è l’essere egli stato grande
educatore di giovani. Per
quarant’anni stette in
mezzo ad essi come amico
e padre, per così dire, “con
le mani in pasta”. Il metodo
educativo da lui usato e
trasmesso ai suoi figli è un
vero dono di Dio alla
chiesa; va apprezzato soprattutto
oggi, quando il
problema dei giovani
preoccupa tanto. Mi permetto
di farne qualche
breve cenno.
A chi si ispirò
don Bosco educatore?
1. A Cristo anzitutto,
che, maestro sommo (Gv
13,14), disse: «Imparate da
me, che sono mite e umile
di cuore» (Mt 11,29); a
Cristo, che applicò a se
stesso le parole di Isaia: «Non si sentirà la sua voce
al di fuori: le sue grida non
risuoneranno nelle piazze;
non schiaccerà la canna
già spezzata, e non spegnerà
il lucignolo che
fumiga ancora» (Mt 12,20).
2. Secondo punto di riferimento
di don Bosco è
stato Francesco di Sales,
santo di cui egli lesse avidamente
gli scritti, cui dedicò
il primo oratorio di ragazzi,
dal quale nominò la pia società
da lui fondata, sulla
cui vita modellò la propria
vita. Aveva scritto S. Francesco
di Sales: «Fate abbondante
provvista di
mansuetudine e di benignità...
compiendo tutte le
vostre azioni piccole e
grandi nel modo più dolce
che vi sarà possibile».
«Credete a me, Filotea, le rimostranze
di un padre,
fatte con dolcezza e
soavità, hanno nel fanciullo
potere ben più
grande che non le collere e
i corrucci, così è il nostro
cuore». In una sua lettera
del 16 maggio 1617 ad un
sacerdote raccomandava: «Bisogna che compiamo
sempre il nostro dovere,
per il servizio del nostro
dolce e buon maestro,
verso coloro che, in lui, ci
sono veramente figli e che,
in ogni luogo, quando la
loro necessità lo esige, mostriamo
loro il seno materno
del nostro amore per
la loro salvezza e diamo
loro il latte della dottrina.
Dico “seno materno”
perché l’amore della
madre per i figli è sempre
più tenero che quello dei
padri, forse perché costa
loro di più. Siamo, l’uno e
l’altro, materni perché
questo è il dovere che ci ha
imposto il Signore». Continuava
poi: « ...ho riso veramente
di cuore, quando ho
letto... che vi avevano
detto che mi ero adirato
tremendamente... Io sono
un misero uomo soggetto
alla passione; ma, per la
grazia di Dio, da quandosono pastore, non ho mai
rivolto una parola dettata
dalla collera al mio
gregge».
3. Terzo modello di don
Bosco fu la propria madre. “Mamma Margherita” con
l’esempio della vita e la
dolce fermezza delle maniere,
ebbe sul figlio influenza
decisiva. Non
sapeva né leggere né
scrivere, ma conosceva a
memoria tutta la dottrina
cristiana, che metteva in
pratica. Calma, dolce, padrona
di sé, non batteva i figlioli,
ma neppure cedeva
ai loro capricci; chiudeva
gli occhi su cose secondarie,
ma li teneva ben
aperti e interveniva,
quando si trattava di tendenze
meno rette; minacciava
i castighi, ma si arrendeva
al primo segno di
ravvedimento. Aveva una
volta preparato una
piccola verga da usare in
caso di mancanze. Il suo
Giovannino commise, lei
assente, un piccolo maldestro:
all’ora del ritorno
della mamma, egli prese la
verga, le andò incontro
mogio mogio e gliela consegnò,
offrendosi spontaneamente
al castigo. La
mamma poté soltanto sorridere,
più affettuosa di
prima.
E fu essa a interpretare
nel giusto senso di una
futura missione educativa
il sogno del figlio appena
novenne. «Mi pareva – raccontò
in famiglia Giovannino – di essere sul
prato dietro casa in mezzo
a fanciulli che gesticolavano,
bestemmiavano,
facevano monellerie di
ogni sorta e urlavano
come lupi. Tentai prima di
allontanarli con le buone,
poi mi ci provai con i
pugni. Mi fermò una voce
dolcissima: “No, non con le
percosse; con la dolcezza e
l’amore devi farteli amici”.
Intanto i lupi s’erano trasformati
in agnelli; la stessa
dolcissima voce concludeva: “Prendi il tuo bastone
e conducili al pascolo”.
«Cosa vorrà dire?»
chiedeva, concludendo,
Giovannino. «Forse diverrai
guardiano di pecore
e capre» disse il fratello
Giuseppe. «O capo di briganti » intervenne beffardo
il fratello Antonio. La
nonna ammonì che non
bisognava badare ai sogni.
La mamma, invece, avvolse
il figlio con uno
sguardo affettuoso e pensò:
«Chissà che un giorno
Giovannino non abbia a
diventare sacerdote».
Diventato davvero sacerdote
e circondato da
schiere di giovani, don
Bosco ricorderà il sogno,
ma anche la mamma. Ricorderà
quant’essa era paziente
con i suoi figlioli,
quanto dolce e ferma,
quanto sorridente anche
nell’esercizio della sua autorità
materna.
Ed ecco qualcuna
tra le caratteristiche
del metodo educativo
di don Bosco
1. La gioia. Cominciò
ad occuparsi di ragazzi che
era ragazzo lui stesso, ma il
gioco, lo spettacolo fin
d’allora fu il compagno inseparabile
dell’insegnamento
impartito. A sedici
anni fondò a Chieri, tra studenti,
la “società dell’allegria”.
“Sta’ allegro” sarà
l’invito che più tardi rivolgerà
continuamente. Di
gioia volle inondati tutti gli
ambienti: il cortile, l’aula
scolastica, perfino la cappella.
Non si concepisce
educazione salesiana
senza gite e feste, senza teatrino
con rappresentazioni
e canti, senza cortile
animato da partite, corse,
gare, risuonante di grida
festose e fanfare. Gioiosa
anche la scuola.
Allo psicologo che scrisse: “Non si impara divertendosi”,
don Bosco avrebbe
risposto: “Anzi si impara
solo divertendosi; i giovani
non digeriscono la scienza,
se non l’hanno prima ingoiata
con appetito”. Per
questo egli ha voluto una
scuola che stimolasse la
curiosità dei giovani e destasse
anzitutto in essi il
gusto e il piacere dello
studio grazie agli accorgimenti
vari, nuovi e, soprattutto,
grazie all’amore del
maestro. Questi, per don
Bosco, non deve farsi
vedere ai ragazzi solo dall’alto
della cattedra: deve
vivere con essi, partecipando
alle loro passeggiate,
ai loro giochi. La
storia delle due parallele,
che non si incontrano mai,
di qua l’alunno, di là l’insegnante,
sul terreno educativo,
non è mai andata
giù a don Bosco. Fin da
giovane, soffrendo per il
contegno severo e per la
distanza, che ponevano tra
sé e i ragazzi i preti sia di
parrocchia che di seminario,
egli quasi giurò a se
stesso: «Se divento prete, io
non farò così; amerò i
giovani, starò con loro, mi
farò da essi amare per portarli
ad amare Dio».
Però li portava anche al
pratico. Ai suoi tempi cominciava
in Italia l’industria,
ma era ancora vivo
l’artigianato. Don Bosco fu
il primo ad istituire scuole
professionali, che preparassero
i ragazzi al futuro
lavoro. Quando studiava
al ginnasio di Chieri, sui
sedici-diciassett’anni, per
pagarsi la pensione, aveva
dovuto, di sera, fare successivamente
il sarto, il ripetitore,
il garzone, il falegname,
l’apprendista
fabbro ferraio, il calzolaio.
Era in grado di valutare
cosa significasse per il
futuro dei suoi giovani
avere un mestiere in mano.
Anche così don Bosco rivelava
il suo amore per
essi.
2. La sua idea centrale
sull’amore ai ragazzi, però,
è stata di mettersi e di stare
continuamente al loro
fianco come padre, amico
e fratello a loro unico vantaggio
ed a costo di qualsiasi
proprio sacrificio; e a
fianco non per castigarli
qualora avessero sbagliato,
ma per aiutarli a
non sbagliare. A Roma –
narra A. Auffray – un
giorno del 1858 egli diceva
al cardinal Tosti: «È impossibile
educare la gioventù
se non se ne gode la confidenza
e l’amore». «Ma
come guadagnare quest’amore?» chiese il cardinale. «Facendo l’impossibile
per avvicinare i
ragazzi a noi, eliminando
tutti gli ostacoli, che ce li allontanano ». «Ma come avvicinarli? ». «Avvicinando
noi ad essi, piegarci ai lorogusti, farci come loro.
Vuole che passiamo dalla
teoria alla pratica? Mi dica
in quale angolo di Roma
possiamo trovare una
bella frotta di ragazzi». «A
piazza Termini o a piazza
del Popolo». Dieci minuti
dopo sono a piazza del
Popolo: il cardinale
rimane in carrozza a osservare,
don Bosco discende.
Un gruppo di ragazzi è
proprio là che gioca. Don
Bosco si avvicina e tutti
scappano. «Come successo, è un bel successo!»
pensa il cardinale.
Ma don Bosco non si dà
per vinto: con gesti pieni di
bontà, con parole piene di
affetto chiama i ragazzi.
Qualche momento di esitazione,
poi, uno dopo
l’altro, quasi tutti corrono
da lui. Il santo fa loro
qualche regalo, domanda
notizie della famiglia, della
scuola, del gioco. Vedendolo
così alla buona in
mezzo ai loro compagni,
anche i più selvaggi ritornano.
Allora il santo:
«Adesso, miei cari, riprendete
il gioco e permettete
che anch’io giochi
con voi». E, alzata leggermente
la sottana, eccolo
tutto impegnato nella
partita.
Mai visto nella Roma di
allora: lo spettacolo attira
dai quattro angoli della
piazza altri giovani bighelloni.
Il santo accoglie
tutti con grande bontà,
dice una buona parola,
offre una medaglia, dolcemente
chiede se dicono le
loro preghiere e se si confessano.
Quand’egli torna alla
carrozza, i ragazzi guadagnati
in un quarto d’ora
dalla carità dell’umile sacerdote,
gli fanno corte e la
vettura si allontana seguita
dai loro battimani. «Ha
visto?» chiese don Bosco al
cardinale. Se aveva visto!
Certo, il ragazzo, se
sbaglia, anche per don
Bosco deve ricevere un castigo.
Ma amoroso, ma
procrastinato il più possibile,
ma conveniente.
«Prima di
castigare – diceva –
misurate bene la
colpevolezza del
ragazzo: se basta
l’avvertimento,
non impiegate il
rimprovero; se basta
il rimprovero,
tralasciate il castigo ». E quali castighi?
Quelli che,
di solito, usano le
madri: un viso improvvisamente
mesto, una parola
più fredda dell’usato,
due occhi
che si volgono altrove,
una mano
che si ritira, un
sorriso mancato.
Castighi di questo
genere quattro
volte su cinque bastano
nel caso che
davvero l’educatore
abbia prima
conquistato
l’amore e la fiducia
del ragazzo.
3. Don Bosco
educatore ha
molto puntato sui
mezzi della religione.
Egli ritiene,
base indispensabile
la soda istruzione
cristiana. Per
i giovani egli ha
scritto la Storia ecclesiastica,
la Storia
sacra, il Giovane
provveduto,
alcune biografie di
giovani santi. Voleva che i
ragazzi possedessero non
tanto nozioni quanto convinzioni,
anzi che fossero
posseduti dalle convinzioni.
Tra queste, il sapersi
e sentirsi amici di Gesù e il
ricorrere con fiducia all’aiuto
della Madonna per
lui costituiscono una forza
capace di mantenere i
giovani nella grazia del Signore.
Succedeva poi che
il ragazzo cadesse, per debolezza,
nel peccato o
nella tiepidezza? A preservazione
o a rimedio, ecco il
grande mezzo della confessione
e della comunione
frequente, che sostengono
la debolezza
nostra con la forza di Dio.
Don Bosco fece della devozione
alla Madonna,
della confessione e della
comunione frequente tre
capisaldi dell’educazione.
Leggeva anche lui i “segni
dei tempi”. «La società non è più quella di una volta»
diceva, come diciamo noi
oggi.
Ma non si sognò
neppure di concludere: bisogna
andare in cerca di
nuovi mezzi religiosi. Disse
invece: bisogna usare in
modo nuovo e più intenso i
mezzi antichi messi a
nostra disposizione dal Signore:
confessioni e comunioni
più frequenti,
meglio fatte, a cui i ragazzi
accedano liberamente,
per intima e sentita convinzione.
Offrendo dei
modelli di vita in Domenico
Savio e in Michele
Magone, del primo sottolineò
che il giorno della
prima comunione aveva
promesso: «Mi confesserò
sovente... La morte, ma
non peccati». Del secondo
ricordò le parole pronunciate
prima della piissima
fine: «Che ricordo lasci, Michele,
ai tuoi compagni?».
«Di far sempre delle buone
confessioni».
Ritengo validissimo
anche oggi il metodo del
santo.
In casa, pertanto, i genitori
dovrebbero applicare
coi figli più piccoli
la sorridente fermezza di
mamma Margherita: con i
più grandi abituarsi a intrattenere
un dialogo, che
sia indulgente di fronte alle
nuove situazioni, ma intransigente – con la dovuta
pazienza – sui princìpi. La
testimonianza della vita
poi è il primo dovere dei
genitori.
Nella scuola le troppe
risse, la propaganda politica
per nulla nascosta, la
divisione del corpo insegnante
impediscono l’ambiente
sereno e gioioso che
don Bosco voleva. Strumentalizzando
i giovani,
torniamo più indietro dei
pagani, che ricordavano: «maxima debetur puero reverentia ».
Non sarebbe male se gli
insegnanti di oggi si mettessero
alla scuola di S.
Francesco di Sales insieme
a don Bosco.
Il quale, infine, con la
sua fiducia nella devozione
mariana e nella frequenza
ai sacramenti non
fa che confermare il
vecchio adagio:
Educazione
senza religione è pessima illusione è diabolica invenzione.
O.O. 8, 378-381
--- Senza rapimenti ed estasi ---
Quando eravamo giovani ci ricordava la preghiera
di Clemente XI,che recitava a memoria: “Signore voglio quello che tu vuoi, perché tu lo
vuoi, come tu lo vuoi, fin che tu lo vorrai”.
Passano gli anni e la sua figura di Servo di
Dio (è il titolo che gli compete in questo inizio del
cammino verso gli altari), lungi dall’annebbiarsi,
cresce sempre più, facendo emergere “la qualità” della sua vita: la santità. Una
santità la sua, direbbe il filosofo Bergson, “che
fu identificazione della volontà umana con
quella divina, senza rapimenti ed estasi”.
In questo numero di Humilitas la ritroviamo
questa santità che lui usava definire “feriale”,
vista attraverso figure di santi che lui particolarmente
venerava, come don Bosco (pag. 1),
Francesco di Sales (pag. 2), don Orione (pag.
9), e i “santi in penombra” che amava ricordare
(Vazza, pag. 4). Ma anche santi “senza diploma”
come la sua “carissima cognata Antonietta
che amava in modo straordinario” come “donna forte, intelligente, gentile, affettuosa e
saggia” (d. Licio, pag. 10).
Santità che non conosce “rapimenti ed
estasi”, appunto, ma autentica e luminosa.
Mario Carlin

::: Santi in penombra :::
Santi in penombra. In penombra,
non davanti a Dio,
ma davanti agli uomini, che
hanno memoria corta.
Luciani li sa scovare,
questi Santi, per metterli sul
candelabro, come meritano.
Così ci vuoi dire: “Transeat gloria mundi”,
ma la gloria dei Santi non
passa mai, è eterna.
Una figura in penombra è
la Beata Giuliana da Collalto.
Scrive Luciani nel
1963: «Giuliana è un fiore di
santità spuntato in pieno
medioevo, in uno dei tanti
castelli che punteggiano il
territorio della nostra
diocesi.
Oggi il castello non è
più... c’è solo la torre massiccia
e ben quadrata, che da
Collalto, guarda Pieve di
Soligo e la piana di Sernaglia ».
Da alcuni appunti di Luciani,
si sa che Giuliana
nacque nel 1186. Era figlia
del conte Rambaldo VI e di
Giovanna dei conti di S.
Angelo di Mantova.
A 10 anni, fu condotta al
monastero delle benedettine
di Solarola, sui colli
Euganei, presso Padova. A
36 anni, desiderosa di condurre
una vita ancor più austera,
passò in un’altra comunità
di benedettine,
fondata da Beatrice I d’Este.
Passò poi a Venezia, nell’isola
della Giudecca, dove
fondò un nuovo convento,
sempre cercando una perfezione
maggiore. «Più che
abbadessa (scrive Luciani),
le monache la sentirono
madre delicata e premurosa ».
Morì nel 1262 e il suo
corpo oggi si trova nella
chiesa di S. Eufemia a Venezia.
Chi sapeva queste cose,
se il culto della Beata rimase
sempre chiuso tra Venezia e
Vittorio Veneto?
Un’altra figura in penombra è S. Francesco
Maria da Camporosso. Ecco
alcuni dati biografici: nato
nel 1804 a Camporosso
(vicino Ventimiglia); la sua
fanciullezza e adolescenza
non hanno nulla di straordinario.
A 21 anni, Francesco
entra tra i Conventuali di
Sestri Ponente. Ma non è
contento... quindi passa dai
Cappuccini di Voltri, poi a
Genova. È un semplice frate laico
di casa: aiuta in cucina, nel
giardino e nell’infermeria.
Dopo cinque anni, lo nominano
frate “cercatore” e
obbedisce volentieri, anche
se il mestiere è umiliante.
Così racconta Luciani: «Un giorno, un giovinastro
lo colpisce alla testa, con un
sasso e lui si china a raccogliere
il sasso, lo bacia e se lo
mette lietamente nella
sporta».
Quindi frate cercatore
per 33 anni, con la bisaccia
in spalla, battendo sempre le
stesse vie della città. Divenne
presto popolarissimo
e a lui tutti, poveri e malati,
si rivolgevano per avere
grazie e preghiere. Viene
proclamato Santo da Papa
Giovanni XXIII, il 9 dicembre
1962.
Un’altra figura in penombra è il Servo di Dio P.
Giocondo Pio Lorgna.
Nasce nel 1870 a Tresana,
nell’Apuania. Entra in
Seminario di Parma e a 19
anni lascia il Seminario per
consacrarsi meglio a Dio,
nell’Ordine di S. Domenico.
Consacrato sacerdote
a 23 anni, p. Lorgna
ha proseguito gli studi, laureandosi
in filosofia e teologia.
Nel 1905, veniva destinato
Parroco ai Ss. Giovanni
e Paolo di Venezia,
dove rimase fino alla morte
nel 1928.
Non si può dimenticare
che p. Lorgna è il fondatore
della Congregazione delle
Suore domenicane della
Beata Imelda.
Alla sua morte, il Patriarca
La Fontaine parlò
così: «Con p. Lorgna, la
Chiesa veneziana perde un
parroco fattivo. Voi parrocchiani
perdete un padre. Il
Paradiso ha acquistato un
Santo».
Ma Luciani mette in luce
anche la figura del Servo di
Dio: p. Leone Dehon. Un
prete con la penna in mano.
E si presenta così, umilmente
alla Scuola Teologicadi Padova: «Sono un
povero cardinale, che
tenterà di mostrare in Leone
Dehon il sacerdote, l’apostolo
del magistero sociale
della Chiesa, il fondatore di
una moderna e vivace congregazione
religiosa».
A 16 anni, Leone Dehon
scopre la sua vocazione, ma
fu un colpo di fulmine per i
suoi genitori. A 20 anni è
dottore in Diritto. A 21 anni è avvocato alla corte imperiale
di Parigi. Nel 1865
entra in seminario a Roma.
Così scrive il suo Rettore: «Carattere: eccellente. Capacità:
grandissima. Pietà e
regolarità: perfette. Era uno
dei migliori alunni, sotto
tutti i punti di vista». Aveva
una speciale devozione al S.
Cuore e fondò la Società dei
Sacerdoti del S. Cuore: «un
fiore prezioso e profumato,
sbocciato tra le spine».
Ci può essere un insegnamento
da queste figure in
penombra? Per Luciani, sì:
«Non apprezziamo le grandezze
di questo mondo -
scrive - anche se luccicano e
fanno fracasso, passano.
Apprezziamo le buone
opere, le virtù: sono nascoste,
poco apprezzate
dagli uomini, ma restano!».
Cesare Vazza
::: Belluno e il suo Papa:::
a colloquio con il vescovo monsignor Maffeo Ducoli
Abbiamo rivolto alcune
domande a monsignor
Maffeo Ducoli, vescovo di
Belluno, patria di papa Luciani.
Cosa ha rappresentato il
papa Giovanni Paolo I per
la storia della chiesa?
«A mio modo di vedere
l’immagine più idonea ad inquadrare
il significato del
breve servizio pontificale di
Giovanni Paolo I è quello di
un “anello di congiunzione”.
Tra il pontificato di Paolo
VI, un uomo sensibile, prudente
tanto da dare talvolta
l’impressione di incertezza
in tempi di veloce e, per certi
aspetti, traumatico cambiamento
della società e della
chiesa a seguito del concilio,
e quello di Giovanni Paolo II,
l’uomo venuto da lontano,
forte di un’esperienza di lotta
per i diritti umani e religiosi
nella sua terra, che ha subito
dato impressione di coraggio,
decisione, chiarezza,
forse il passaggio sarebbe
stato troppo brusco.
Luciani fu la persona che
la Provvidenza chiamò al supremo
servizio pastorale, per
pochi giorni, con il compito
di dare al mondo serenità, fiducia ».
Cosa ha significato per la
diocesi bellunese?
«È difficile dirlo in poche
di vista religioso un impegno
sempre più sentito di unità e
comunione con il vicario di
Cristo. Ma anche dal punto di
vista civile e sociale, l’elezione
di Albino Luciani ebbe
il suo significato: fu vista
quasi un riconoscimento per
una popolazione ancora moralmente
sana, onesta, laboriosa.
Il bellunese, spesso dimenticato,
si sentì improvvisamente
valorizzato e,
quindi, orgoglioso.
Comunque, da questo
breve pontificato, hanno
preso il via in diocesi numerose
iniziative culturali,
religiose, artistiche che
hanno contribuito certamente
alla crescita della comunità
sia ecclesiale che
civile.
Ricordo, fra l’altro, il
Centro di spiritualità e di
cultura “Papa Luciani”. In
sei anni ha visto la presenza
di circa 60 mila persone. Nel
1987 abbiamo avuto per convegni,
esercizi, ritiri oltre 16
mila presenze. Il Centro ha
una capacità di accoglienza
di un centinaio di persone ed è fornito di circa quaranta
camere singole con servizi,
otto aule per gruppi di studio,
due sale rispettivamente per
200 e 120 persone, due sale
da pranzo, anfiteatro all’aperto
per 800 persone e due
cappelle. Attese le richieste
sempre più numerose, si
stanno ultimando lavori di
ampliamento».
Che impressione ha lasciato
nella gente il breve
pontificato di papa Luciani?
«Certamente ha aperto il
cuore di tutti a serenità, a speranza
e gioia. Il suo volto
sereno ebbe questo potere nei
confronti dei fedeli: farli
sentire certi dell’amore di
Dio. La gente comune,
questo, lo ha subito capito e
ha definito Luciani “il papa
del sorriso”».
Quale l’attualità e la peculiarità
del messaggio pastorale
di questo pontefice?
«La sua peculiarità, cioè lo “specifico”, potrebbe essere
identificato nell’aver richiamato
con forza al mondo
la presenza di Dio-Amore,
fonte di fiducia, serenità e
speranza. L’attualità: credo
che oggi l’umanità, sempre
più divisa e individualista,
abbia proprio bisogno di
qualcuno che le richiami
questa “presenza”: e Luciani
lo ha fatto in modo mirabile
con quella catechesi così
semplice e, al tempo stesso,
così ricca di contenuti evangelici,
che è stata la sua caratteristica ».
Per la sua esperienza
umana e di uomo di chiesa
ha avuto una particolare
incidenza la figura di papa
Luciani?
«Luciani fu un popolare e
geniale catechista. Ricordo
la diffusione che ebbe anche
in America latina il suo libro “Catechetica in briciole”,
edito nel 1949. La fugace apparizione
al soglio di Pietro
mi ha spinto ad un forte impegno
di evangelizzazione e
catechesi».
Con quali iniziative la
diocesi intende ricordare
questo papa?
«Alcune sono state già
realizzate: il Centro Papa Luciani,
le nuove porte in
bronzo della cattedrale, il
Premio della bontà papa Luciani
a favore di chi difende e
promuove la vita, la rivista “Humilitas”. In occasione
del decennio della elezione e
morte sono numerose le iniziative
di carattere religioso,
culturale e artistico che sono
state aperte dalla visita di
Giovanni Paolo II al Centro “Papa Luciani” il 16 luglio,
durante i giorni del suo soggiorno
a Lorenzago di
Cadore. Segnalo fra le altre la
pubblicazione, in collaborazione
con l’editrice “Messaggero”
di Padova, dell’Opera
omnia in sette
volumi».
da “Messaggero di S. Antonio”
settembre 1988”
::: Bella la predica... ma... :::
Alla uscita dalla chiesa,
dopo la celebrazione della
Cresima, un signore dice
al vescovo Luciani:
– Bella la predica che ha
fatto, ma non mi è piaciuta...
– ???
– Ho sentito parlare di obblighi,
di dieci comandamenti,
di doveri, che calavano
già fatti dall’alto,
senza nessuna possibilità
per me non solo di parlare,
ma anche di avere uno
spazio di libertà di scelta
nei miei impegni...
dialogo... libertà ci vuole...
– Oggi molti, spessissimo, – rispose Luciani – scrivono e parlano della “parola di Dio” con cui
confrontarsi. Benissimo,
ma bisogna parlare anche
della “legge di Dio”, ossia
dei dieci comandamenti
da osservare. Molti pur
leggendo la Bibbia, considerano
il Decalogo come
sorpassato. Invece, se osservato
da tutti, è proprio
il decalogo che sarebbe, da
solo, capace di far buoni
sia gli individui che la società:
è del decalogo che
Gesù ha detto: «Non
passerà neppure un jota o
un segno della legge».
Bella disinvoltura
davvero quella di leggere
la Bibbia, saltando o cancellando
ciò che Gesù ha
confermato solennemente.
– Se nella chiesa... ci fosse
un profeta forte come
Isaia...
– ...un Francesco di
Assisi... Pare incredibile,
ma lo stesso Lenin ha
detto: «Per salvare la
Russia, ci sarebbero voluti
dieci Francesco d’Assisi».
Voglio dire: moltiplichiamo
i Santi; sarà
salvato il mondo intero...
– Al tempo di Francesco
le cose non andavano
bene...
– Il tempo di Francesco di
Assisi è stato definito da
Daniel Rops «il secolo
delle cattedrali e delle crociate ». Secolo di
splendori, ma dietro la
facciata, tante vicende e situazioni
dolorose! Cinque
Papi in soli sedici anni
(1182-1198); Lucio III deve
fuggire da Roma e Urbano
III e Gregorio VIII non vi
possono ritornare. Gli imperatori
Federico Barbarossa,
Enrico VI e Federico
II conducono una lotta
continua contro il papato.
Gengis-Khan è alla conquista
dell’Asia e fa
tremare l’Europa; Saladino
toglie Gerusalemme
ai cristiani. Le città
sono in lotta fra loro; lo
stesso Francesco, da
giovane, partecipa alla
guerra tra Assisi e Perugia.
– E cosa ha fatto la
Chiesa?
– Papa Innocenzo III con
energia ridona un certo
ordine al mondo cristiano.
Ma quando lancia sul
regno di Francia l’interdetto
per indurre quel re a
riprendere la legittima
sposa ripudiata, la maggioranza
dei vescovi
francesi stanno col re
contro il papa.
– E poi?
– Ci sono errori di fede
che serpeggiano tra il
popolo cristiano, come le
traduzioni di Aristotele
condite con il panteismo
di Averroè; Gioacchino da
Fiore profetizza prossima
l’“età” dello Spirito e
provoca il movimento
anarchico-carismatico di “fraticelli”; Pietro Valdo
da origine ai “Poveri di
Lione”, bravi quando
vivono una povertà esemplare,
eretici quando pretendono
che tutta la
santità consista nel solo
essere poveri e che tutti
sono sacerdoti e depositari
dello Spirito allo
stesso modo; gli albigesi
diffondono teorie religiose
e sociali pericolose e
si costituiscono in chiesa
separata con propri vescovi.
– Va bene, ma Francesco
contesta questa società e la
chiesa...
– Sì, ma contestatore di se
stesso, non degli altri...
Fanno le guerre e Francesco:
Pace e bene e prescrive
ai suoi: chiunque
venga ai frati minori,
amico o avversario, ladro
o predone, sia ricevuto benignamente.
Hanno fame e sete di
potenza: lui lascia tutto e
prescrive che i suoi si
sentano “frati minori”. Si
diffondono insegnamenti
nuovi e lui raccomanda:
Vangelo intero e sine
glossa.
– Cosa ha ottenuto?
– Oltre a Francesco di
Assisi, altri due personaggi
hanno tentato di
portare rimedio: Arnaldo
da Brescia e S. Bernardo di
Chiaravalle. Il primo, scagliandosi
con virulenza e
senza rispetto contro le
autorità ecclesiastiche,
intimò loro di rinunciare a
ogni possedimento: ottenne
solo un aumento di
disagio nella chiesa. S.
Bernardo, con rispetto
unito ad audace franchezza,
chiese alle autorità
soltanto il retto uso
dei beni ecclesiastici e alle
prediche unì una vita
esemplare: ottenne
qualcosa. S. Francesco si
limitò a gridare il Vangelo
con la sua vita...; quanto
alle autorità, non chiese
loro niente, raccomandò
invece ai suoi frati rispetto
e venerazione verso tutti i
prelati, volle per il suo ordine un cardinale protettore,
che garantisse il
contatto con la santa Sede
e la fede ortodossa: ottenne
molto di più di S.
Bernardo.
– ... ma... oggi i tempi
sono cambiati...
– Si ha l’impressione che
la chiesa si trova oggi davanti
ad un ateismo in
espansione, ad errori, a
sperimentazioni imprudenti
e spericolate, ad un
continuo appello al carisma
riconosciuto a tutti
fuorché a papa e vescovi...
– Da dove verrà il rimedio?
– Francesco di Assisi risponde:
dai santi: da cristiani,
che sul mio
esempio si sforzino di riprodurre
in sé la vita di
Cristo, che vivano nell’amore
di Dio e del
prossimo, nella umiltà e
nello spirito di povertà.
– Molti contestano la
Chiesa..., bisogna avere fiducia
nei profeti...
– ...ma che siano autentici...
Ricordiamo poi
che il mestiere di profeta è
difficile, specialmente nel
caso nel quale, in nome di
Dio, volessimo o dovessimo
denunciare gli
altri, bisogna essere sicuri
di due cose: primo, di
avere davvero un incarico
da Dio; secondo, di essere
noi stessi abbastanza a
posto. Ha detto Gesù:
perché osservi la pagliuzza
nell’occhio di tuo
fratello, mentre non ti accorgi
della trave che hai
nel tuo occhio? E san
Giacomo ha scritto: chi sei
tu, che ti fai giudice del tuo
prossimo?
– Bisogna riconoscere i
propri sbagli... – Battere il proprio petto è
un buon gesto di pentimento;
andare a battere il
petto altrui, è cosa molto
più delicata: può essere
segno di profezia, di carità
e di zelo, ma anche di presunzione...
San Paolo
chiama buona la profezia,
buoni gli altri carismi.
Sopra tutte queste cose c’è
la carità, l’amore di Dio e
del prossimo.
– ...siamo in democrazia,
accettiamo un’etica a
patto che sia stata elaborata
insieme,... non ci
piacciono i comandi, che
piovono dall’alto, siamo
fieri della nostra libertà...
– È giusto essere fieri
della propria libertà, voler
aderire a occhi ben aperti.
Si dice: vogliamo una
chiesa più credibile! E
hanno ragione, ma è infantile
illusione che, una
volta fatta credibilissima,
la Chiesa sarà accettata da
tutti. Chi più credibile di
Cristo? Ma lo hanno crocifisso. È destino che la
Chiesa sia come Cristo “segno di contraddizione”.
La Chiesa deve
opporsi alle passioni
umane; se le ritrova per
forza tutte scatenate
contro... La chiesa, si dice,
ha in sé la forza intima di
espandersi: le strutture
sono un di più inutile, che
la inceppano, scandalizzano
gli uomini; liberatela
dalle strutture, lasciatela
sola con lo Spirito
e con il Vangelo... Che ci
siano strutture superflue
o sorpassate da togliere, è
vero.
Non tocca però a
chiunque a sentenziare...
Se la chiesa fosse composta
di angeli, la cosa sarebbe
semplice; invece è
fatta di uomini che
esigono nelle chiese
spazio, banchi, riscaldamento,
altoparlanti; è fatta
di genitori che reclamano
dalla parrocchia ambienti
per i ragazzi, di poveri che
chiedono aiuti, di sacerdoti
che anch’essi
hanno bisogno di casa e di
pane...
– E la fedeltà allo Spirito...
– Certamente: ogni cristiano,
la Chiesa, ha da
essere fedele allo Spirito
Santo... Ma io avverto “fermenti di infedeltà”: ci
si oppone alla gerarchia
quasi che ogni atto di tale
posizione sia un momento
costruttivo della verità
sulla Chiesa da far riscoprire
quale Cristo l’avrebbe
istituita...
i
pastori
sono messi
in stato di
accusa non
tanto per
quello che
fanno o per
come lo
fanno, ma
semplicemente
perché sarebbero
i
custodi di
un sistema
o apparato
ecclesiastico
concorrente
con la istituzione
di Cristo...
– Ci vuole pluralismo...
– A volte però è relativismo
affermando che la
verità è relativa agli
uomini e al tempo: ciò che
era vero ieri può essere
falso domani. Un certo
dogma poteva essere accettato
nel medioevo, ma
non più oggi, nel fulgore
della civiltà industriale...
altre volte è come piattaforma
da cui partire in antitesi
al magistero del
papa e dei vescovi, delle
tesi che sembrano teologia
utile o innocua e sono
invece autentici siluri... a
volte vuol dire libero
esame della parola di Dio:
ciascuno, letto un brano
della Bibbia, ne pensa
quello che gli pare e piace,
trascurando ciò che credette
la Chiesa nei secoli
passati, respingono la interpretazione
obbligatoria
che è proposta dal
Magistero... poi vi è il dissenso
polarizzato: si assiste
al formarsi di tanti
gruppi autocefali, sgregolatori,
opposti all’unica
comunità di salvezza,
ognuno poi ritiene di
rendere onore a Dio.
– Il Concilio è dimenticato...
– Parlando di Concilio ho
detto: al parlamento, i deputati
siedono con poteri
ricevuti dalla base e coi
loro elettori devono in
qualche modo fare i conti.
I vescovi rappresentano
bensì la loro diocesi, non
però dalla diocesi ricevono
i poteri, ma da Dio,
cui solo devono rendere
conto.
Anche al Concilio c’è discussione,
contraddittorio,
libera parola e voto
finale. Al parlamento la
maggioranza vince solo
perché è maggioranza e
vince anche se la cosa
decisa è ingiusta o cattiva.
Al concilio vince solo la
verità e perciò la maggioranza
tende ad essere unanimità
vincendo soltanto
se ha con sé il papa...
Il concilio non è una assemblea
costituente. Se è
costituente, un’assemblea,
deve preparare
la costituzione ossia la “magna charta” fondamentale
dello stato, con
strutture nuove e fisionomia
nuova. Alla chiesa
cattolica la fisionomia e le
strutture sono state fissate,
una volta per sempre,
dal Signore e non si
possono toccare. Semmai,
si possono toccare le sovrastrutture:
ciò che non
Cristo, ma i papi o i concili
o i fedeli stessi hanno introdotto
ieri, può essere
tolto o mutato oggi o
domani. Hanno introdotto
ieri un certo numero
di diocesi, un certo sistema
nel dirigere le missioni,
nel preparare i sacerdoti,
hanno usato un
certo tipo di cultura? Si potrà cambiare e si potrà
dire: «La chiesa che esce
dal Concilio è ancora
quella di ieri ma rinnovata ». Mai si potrà dire: «Abbiamo una chiesa
nuova, diversa da quella
di ieri»... Il vescovo che
entra al concilio deve dire: «Io faccio qui un tutt’uno
coi miei colleghi e col
papa; sono qui solo per il
bene della chiesa universale
e devo sostenere
gli interessi anche con
scapito apparente, della
mia propria diocesi»... «Il
concilio non si raduna
contro nessuno, non è il
concilio della difesa o
della paura, non ha scopi
politici».
– Ma la chiesa appare diversa...
– Caro amico, la chiesa è
un po’ come Cristo: consta
di un elemento divino invisibile,
ma anche di un
elemento umano visibile;
oltre ad essere mistero, è
organizzazione, che rende
la chiesa non folla incomposta
o massa amorfa,
ma popolo degno di
questo nome, ordinato e
compatto; la chiesa non è
solo esteriore: in essa ci
sono insieme istituzione e
comunione, carismi dello
Spirito e funzione gerarchica.
E appunto perché ordinato,
il popolo di Dio è
governato dal successore
di Pietro e dai vescovi in
comunione con il Papa. Lo
spirito di parte porta a
scelte discriminanti, secondo
un tipo condiviso a
livello di gruppo e porta
anche ad un isolamento
dettato dallo spirito di
presunzione, non certo
evangelico...
– E noi laici... dobbiamo
stare zitti e non dire nulla? – San Giovanni Crisostomo
insegna: «Questi
pastori della Chiesa presiedono
al popolo di Dio
in nome suo, con l’umiltà
dei servi, ma anche con la
franchezza degli apostoli,
hanno il diritto e il dovere
di proclamare: «fino a
quando sediamo in questa
sede; fino a quando presiediamo,
abbiamo autorità
e forza, anche se
siamo indegni».
Un pluralismo sano ha
certo diritto di cittadinanza
nella chiesa; esso è segno di ricchezza culturale,
vivacizza la spiritualità,
le istituzioni ecclesiali
e religiose, colorisce
di bella varietà la liturgia e
la disciplina; tale sano pluralismo
mette in evidenza
che il mistero di Cristo ha
una ricchezza imperscrutabile; è simile al pozzo di
San Patrizio, dal quale si
poteva sempre attingere
qualche nuovo tesoro...».
– Grazie, mi pare di aver
capito un po’; farò delle riflessioni... – E se restano delle domande,
sono sempre
pronto all’incontro, sempre
per il bene della fede in
Cristo Signore.
Taffarel don Francesco
::: Il sorriso del forte :::
Si racconta che quando il
Cardinale Luciani fu eletto
Papa e, dopo aver accettato,
fu condotto per essere rivestito
della veste bianca, egli
rimase per qualche minuto
in silenzio, come accasciato
per l’immane peso della responsabilità.
Ma poi si riprese,
riprese il dominio sui
suoi sentimenti profondi ed
il sorriso pur nella trepidazione
riapparve sul suo
volto. Così lo hanno visto i
pellegrini in Piazza San
Pietro, così lo abbiamo visto
tutti alla televisione per la
sua prima Benedizione
Apostolica: col sorriso del
forte.
È chiaro che questo
sorriso è stato il sorriso della
fiducia. Sono ancora vive le
frasi che il Pontefice ha pronunciato
pochi giorni fa:
non bisogna credere che,
malgrado il male esistente
nel mondo, tutto il mondo
sia male; no, per il Papa. ci
sono tanti, tantissimi che
operano il bene, in modo silenzioso,
ma reale, più reale
ancora che il male. Per
questo, diceva Papa Luciani,
l’amore vale più della
violenza, per questo i cristiani
devono “contagiare”
tutti con la loro bontà e con
la loro fiducia nella vita e
nell’avvenire.
Da dove il Pontefice
abbia attinto questa fiducia
nella vita e nell’amore rimarrà
per sempre un mistero,
noto solo alla sua coscienza
e a Dio. Ma pare non
azzardato supporre che ciò
gli sia derivato anche dalla
sua esperienza, quella di un
uomo che è sempre vissuto
al contatto con la vita, che
di essa ha assaporato
l’amaro calice, ma anche le
gioie semplici e sincere di
tutti gli uomini.
Talvolta ammalato, a
contatto con gli ammalati,
spesso in circostanze difficili
per il suo ministero, devoto
però di Santi semplici e “ilari” (ricordiamo la devozione
di Giovanni Paolo per
San Pio X e per San Filippo
Neri e l’ammirazione per
Giovanni XXIII)
egli ha capito che
nulla vale più
nelle circostanze
più disparate della
vita che la fiducia
e la serenità.
Per questo egli
ha voluto che
fosse sempre presente
nella sua
esistenza; per
questo l’ha predicata
nel suo purtroppo
breve pontificato.
La vita di
tutti i giorni è
quindi stata la sua
maestra.
Ed ancora la
vita gli ha insegnato un’altra
cosa preziosa: quella della
semplicità. Tutti hanno
notato con piacere che nei
discorsi adoperava l’“Io”
invece che il classico “Noi”;
molti hanno gioito nel vederlo
rinunciare all’incoronazione
ed alla sedia gestatoria.
Forse l’essere sempre
vissuto a contatto con la
gente, l’averne sentito le
esigenze profonde, anche se
inespresse, lo hanno portato
a questi gesti qualificanti.
Non sappiamo a che cosa sarebbe
giunta questa sua
semplicità. Ma è certo che
essa ha ormai tracciato una
via, ha mostrato una direzione
su cui si dovrebbe
camminare.
da “Le Dolomiti bellunesi”,
Natale 1978, pp. 21-22.

::: I suoi insegnamenti per esempi:::
L'asino e don Orione
L’asino è stato da
sempre l’amico della
povera gente. Narra una
leggenda popolare greca:
Satana si oppose fin dall’inizio
a Dio; creata da Dio
una cosa, Satana tentava
di contrapporgliene
un’altra; fu così che un
giorno egli fece un asino.
Ma non fu capace di dargli
la vita. Allora si mise in
cammino, andò dal Signore,
chiedendo: «Dagliela
tu, la vita». Dio l’ascoltò,
ma a suo modo: «Alzati, asino – disse – e sii
d’ora in avanti il braccio
destro del povero». Continua
la leggenda: i poveri,
che non possono mantenere
un mulo o un cavallo,
possiedono un
asino.
Lo caricano di fascine di
legna, e gliele fanno
portare a casa; lo caricano
di grano, e lo porta al
mulino; lo caricano di
concime, e l’asino lo porta
nei campi. L’asino è il loro
migliore aiuto; senza di lui
la vita dei poveri sarebbe
troppo dura.
Che dire ora, se persone
di grande valore si propongono
di essere nient’altro
nella vita che “asinelli”
dei poveri? Ignazio
Silone, in una pagina indimenticabile,
racconta
come incontrò, lui ragazzo,
che da Roma
doveva passare in un collegio
ligure, don Luigi
Orione alla stazione.
Notò, per badare a lui e ad
altri ragazzi, un piccolo
prete qualsiasi; si indispettì
per il fatto che non
fosse venuto il famoso
don Orione in persona, e
lasciò che il prete si caricasse
delle sue valigie e
dei suoi fagotti, senza
alzare un dito per aiutarlo.
Una volta in treno, il
piccolo prete gli chiese, se
desiderava un giornale. «Sì, l’“Avanti!”», rispose
Silone in tono provocatorio.
Il prete scese dal
treno, poco dopo riapparve
e gli portò l’“Avanti”.
Più tardi, sempre
in treno, il ragazzo chiese: «Perché don Orione non è
venuto?». Risposta: «Sono
io don Orione, e scusami
se non mi sono presentato ». «Rimasi male –
confessa Silone – mi sentii
spregevole e vile..., balbettai
alcune scuse per
avergli lasciato trasportare
le mie valigie e il
resto. Egli sorrise e mi
confidò la sua felicità di
poter talvolta portare valigie
per ragazzi impertinenti
come me... Mi
confidò anche: «La mia
vocazione sarebbe di poter
vivere come un autentico
asino di Dio, come
un autentico asino della
provvidenza». Bello, specialmente
oggi, quando i
poveri sono tanti, tanti
anche coloro che parlano o
scrivono per gli “emarginati”,
ma pochi sono gli
autentici “asinelli” che accettano
di caricarsi dei fardelli
degli altri. Che pena,
a volte, trovare famiglie,
che potrebbero tenere
senza gran disagio i loro
vecchi a casa, e invece se
ne sbarazzano, “scaricandoli”
alla casa di
riposo. Tante volte, lo so,
non è possibile fare diversamente.
Ma, allora, è doveroso
stare vicini a questi
congiunti con le visite, con
l’affetto: spesso, invece,
non si va mai o quasi mai a
trovarli, lasciandoli nel
dolore di sentirsi dei dimenticati.
O.O. 8, 339
::: L'Antonietta non si dimentica :::
Caro don Albino,
la notizia che tua cognata
Antonietta era
entrata nella beatitudine
della vita eterna
me la diede Loris con delicata
tempestività. Era
trascorsa forse un’ora e
seppi che sorella morte
aveva visitato la tua
casa all’improvviso, come
un ladro nella notte,
ma le valigie erano pronte
da tempo e la preghiera
quotidiana del
rosario appena conclusa.
Quella corona che le
faceva tanta compagnia
si sarebbe così intrecciata
alle mani come la
chiave di una abitazione
eterna, dove con Maria e
Gesù vi sarete preparati
in tanti ad accoglierla.
Al rito del congedo cristiano
ho voluto arrivare
ad ogni costo: di
domenica, alle prime
ore del pomeriggio, la
chiesa di Canale l’abbracciava
con tanti
paesani, diversi sacerdoti
e tutti i suoi familiari.
Tuo fratello era
sereno, normale, con la
dignità di un patriarca e
la semplicità di un cristiano,
addolorato certamente,
ma sostenuto
dalla schiera di quei defunti
di casa per i quali
aveva tanto pregato
ogni giorno con la sua
Antonietta.
Non tocca a me fare
l’elogio della tua carissima
cognata, perché
oltre a tuo fratello, ai
figli, nipoti e parenti, dovrebbero
parlare i
parroci che si sono succeduti
a Canale e i tanti
sacerdoti e laici - con i
suoi scolari in prima fila
- per mettere in luce le
virtù di questa donna
eccezionale. Il parroco
Don Sirio, all’omelia
delle esequie, ha bene
interpretato la Parola
del Signore intrecciandola
con la testimonianza
di vita della cara
Antonietta; e per quel
poco che l’ho conosciuta
anch’io, non mi meraviglierei
se qualcuno un
giorno avviasse anche
per lei una causa di beatificazione.
Peccato anzi
che tu non possa testimoniare
per lei davanti
agli uomini, perché da
tanti e importanti segni
avevamo compreso da
tempo che la stimavi in
un modo straordinario.
A me resta il ricordo
soave di una donna che
sorrideva al dolore; e in
questo speciale atteggiamento
dello spirito
non mi è difficile accostarla
ai 33 giorni del
tuo servizio sul colle Vaticano,
dove ti sei conquistato
l’appellativo in
un primo tempo “strano”
di Papa del sorriso.
Ora Dio sorrida anche a
lei, donna buona, forte,
intelligente, laboriosa,
gentile, prudente, affettuosa,
credente e saggia.
Aveva - e tu lo sai
bene, perché le chiedevi
a prestito i suoi libri -
una buona cultura e il
dono di comunicarla,
ma la consegna che ha
lasciato a tutti è una miscela
di umanità e di
fede che nella sua vita
non si è mai disgiunta.
Considero un dono del
cielo l’averla conosciuta
e tu che hai contribuito
a farmela incontrare
dovrai aiutarmi a ricordare
gli
insegnamenti di vita ordinaria
che ha incarnato
e trasmesso.
Pregheremo per lei e
per i suoi cari, ma credo
che possiamo anche
pregare lei che si è sicuramente
conquistato
un posto accanto al tuo.
Sul mio comodino ci
sono i tuoi occhiali da
Papa che Antonietta mi
donò spontaneamente
anni fa: adesso mi ricordano
anche lei e alla
preghiera del suffragio
cristiano ne aggiungerò
un’altra, quella del ringraziamento.
Tuo aff.mo don Licio
::: Angeli e demoni, questi sconosciuti! :::
Gli angeli sono i “grandi sconosciuti” in
questi tempi di tendenziale
cosmolatria.
Qualcuno ha insinuato il
dubbio che essi non
siano persone; molti non
ne parlano. Sarebbe opportuno
ricordarli più
spesso come ministri
della provvidenza nel
governo del mondo e
degli uomini, cercando
di vivere, come hanno
fatto i santi, da Agostino
a Newman, in familiarità
con essi.
Poco si parla anche del
diavolo. Nel medioevo
c’erano state delle esagerazioni. «Basta leggere il
De Miraculis di Pietro il
Venerabile per farci
un’idea di tutto ciò che
l’immaginazione era
capace di raccontare
sulle malefatte del maligno.
Il diavolo viene a tormentare
le anime fedeli,
attaccandosi di preferenza
alle più virtuose;
sotto apparenze ora spaventose
ora conturbanti
devasta i monasteri; è
lui, incube, che violenta
le vergini e procrea nel
loro seno figli maledetti,
o succube, che induce in
tentazione gli uomini
consacrati al Signore. Si
può dubitare che tutto
ciò sia vero, quando S.
Agostino, nel libro XV
della Città di Dio, capitolo
23, se n’è fatto garante?
Per questo il
diavolo è pure frequentemente
rappresentato:
subsanna ai capitelli
delle chiese, partecipa
con le sue terribili coorti
all’ultimo giudizio degli
architravi, si erge negli
affreschi e nelle miniature,
come nelle
sacre rappresentazioni
teatrali.
Egli è dovunque! ... La
superstizione, forma degradata
della fede nel
soprannaturale, può
produrre penose conseguenze.
Soprattutto
ritenendo per vera la
stregoneria, diffondendone
la paura. Su
questo punto, la credenza
nei demoni si
unisce alle più antiche
tradizioni di magia, che
la chiesa non ha mai
potuto sradicare. Fatto
strano: sembra che
queste pratiche, e la convinzione
che esse siano
efficaci, anziché diminuire
tra l’XI e il XIV
secolo, siano aumentate
d’importanza. La fattucchiera,
la donna malefica,
l’avvelenatrice
trova sempre più posto e
credito... Si assicura che
si possono utilizzare le
forze infernali contro un
nemico, fabbricando una
statuetta di cera con la
sua effige e trapassandola
con un pugnale: è il malefizio mortifero.
Si racconta che certi
uomini possono essere
cambiati in bestie e
correre la campagna per
commettere mille delitti:
sono i licantropi, o
lupi mannari.
Si pretende che delle
donne ossesse s’involino
di notte per andare a
partecipare ai sabba di
satana.
A queste credenze medioevali
esagerate son
successe reazioni moderne
pure esagerate,
tanto da far dire a Carlo
Baudelaire: «La più riuscita
beffa del diavolo è
questa: farci persuasi
che egli non esiste!». Il
diavolo si fa, cioè, negare
dagli uomini per portarli
a ripetere, essi, la rivolta
contro Dio, che fu già
sua.
Il teologo moderno
deve ritenere in materia
quel tanto che il magistero
ha detto ufficialmente,
mantenendosi riservato
e prudente nel
resto e specialmente nel
giudicare eventuali, assenti
fatti straordinari.
Quanto alla influenza
generale del diavolo sull’umanità,
conviene ammetterla,
ma molto attenuata
e ridimensionata
dalla vittoria, che Cristo
ha riportato su di lui.
Sulla croce Cristo pareva
vinto, mentre era
vincitore del diavolo.
Sulla stessa linea siamo
noi: nelle tentazioni,
nelle pene, ma, sorretti
dalla grazia di Cristo,
vincitori con Cristo!
O.O. 4,74-75
::: Verso la Beatificazione :::
Papa Luciani parla ai semplici
In questo numero di “Humilitas” mi piace lasciar
parlare di Albino
Luciani una persona
che recentemente mi ha
inviato una lettera da
cui stralcio alcuni passaggi. «Con questa mia,
vorrei unirmi a tutte
quelle persone che,
come me, hanno conosciuto
e amato Don
Albino Luciani. Non è
una mancanza di rispetto
chiamare “Don
Albino” anziché Papa
Luciani, una persona
così speciale, con il
grande carisma dell’umiltà,
che ha lasciato il
segno indelebile della
sua presenza nei nostri
cuori».
«Non posso parlare di
miracoli... Ma di un aiuto
costante da parte Sua in
ogni occasione difficile
della mia vita. E mi
creda, di momenti difficili,
ne ho avuti veramente
molti, compreso
la perdita di una figlia...
ma don Albino mi è
sempre stato vicino e
dopo pochi mesi ho
avuto la possibilità di
avere in adozione un
bellissimo bambino...».
«Ho avuto poi un altro
figlio, sanissimo, malgrado
i medici avessero
escluso questa possibilità
».
«Sarei tanto felice di
poter partecipare alla
sua beatificazione
terrena, anche se ho la
certezza che Lui in cielo è già tra gli Eletti».
Lettere di questo
tenore ne abbiamo
tante nell’archivio della
Postulazione. Quello
che più colpisce è come
Albino Luciani tocchi il
cuore delle persone
semplici per la sua
umiltà: viene sentito
vicino, uno di noi; una
persona alla quale si ricorre
per le incertezze di
fede, come per problemi
di famiglia o per le
preoccupazioni di
salute e... Lui risponde!
Questo, dalla gente –
che non si pone il problema
di quanto tutto
ciò “serva” alla causa di
canonizzazione – è percepito
chiaramente e testimoniato
con semplicità
disarmante,
parente stretta della
fede genuina, che nasce
da uno spirito veramente
umile.
Del resto, scriveva
Sant’Agostino che l’umiltà
è l’essenza del mistero
di Cristo. Dunque
la mancanza di umiltà è
la vera causa della
nostra incapacità di
credere. Luciani questo
lo aveva capito e perciò
ha cercato di vivere anzitutto
nell’umiltà:
perché in questa virtù,
la fede trovava l’humus
ideale per vivere e crescere.
Ora tocca a noi che,
guardiamo a Lui come
nostro modello di
umiltà e di fede, cercare
di seguire la stessa via
liberando il nostro
cuore da tutto ciò che lo
appesantisce e gli impedisce
un rapporto vero
con Dio, che è anzitutto
un “mettersi in ascolto
della sua voce e della
sua presenza”, con l’atteggiamento
sincero di
chi si sente umile e
povera creatura, bisognosa
di tutto. Con la
consueta immediatezza,
Albino Luciani
inviterebbe ciascuno a
sentirsi “piccolo figlio”,
ammettendo: «Io non
sono il tipo che sa tutto,
che dice l’ultima parola
su tutto, che verifica
tutto...».
C’è da chiedersi
allora come potrebbe
mettersi in ascolto di
Dio, accogliere la sua
voce, fidarsi di Lui chi è
abituato a vivere solo di
certezze proprie, a
credere di sapere
sempre più degli altri, a
mettere tutto in discussione?!
Veramente la
morte dell’umiltà pone
a rischio anche la fede.
Mentre il cammino
della fase diocesana
della Causa di canonizzazione
di Papa Luciani
procede in maniera
soddisfacente (anche
per quanto riguarda i
tempi), di pari passo
siamo testimoni di una
crescente attenzione ed
attesa da parte del
Popolo di Dio: Giovanni
Paolo I continua a
parlare al cuore dei
semplici, così come fece
in quegli indimenticabili
trentatre giorni
nei quali ha diffuso
nella Chiesa e nel
mondo un’ondata di
gioia. Ecco perché Papa
Luciani è tanto amato e
sentito vicino: perché è
sempre vissuto e si è
messo dalla parte degli
umili, dei liberi di cuore,
dei fanciulli evangelicamente
intesi e... li ha innalzati.
Con l’esempio
della sua vita ha mostrato
che, per il cristiano,
diventare
bambino è sinonimo di
piena maturità. Non è
così, forse, per il
mondo: ma noi sappiamo
che «la sapienza
di questo mondo è follia
davanti a Dio» (1Cor
3,19).
Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore
::: Dal Centro Papa Luciani :::
la riflessione del Direttore
La Chiesa italiana celebrerà
in quest’anno il suo
Convegno, il quarto dopo
quello di Roma (1976),
Loreto (1985), Palermo
(1995). Il tema è: “Testimoni
di Gesù risorto, speranza del
mondo”. Come lo scorso
anno abbiamo camminato insieme
riflettendo sull’eucaristia,
così, quest’anno, vogliamo
cercare con umiltà di
entrare un po’ nel profondo
di questa speranza, virtù teologale
e quindi, prima di
tutto, dono di Dio.
Nella lettera ai Romani
San Paolo scrive: «Giustificati
per la fede, noi siamo in
pace con Dio, per mezzo del
Signore nostro Gesù Cristo;
per mezzo suo abbiamo
anche ottenuto, mediante la
fede, di accedere a questa
grazia nella quale ci troviamo
e ci vantiamo nella
speranza della gloria di Dio.
E non soltanto questo; noi ci
vantiamo anche nelle tribolazioni,
ben sapendo che la
tribolazione produce la pazienza,
la pazienza una virtù
provata e la virtù provata, la
speranza. La speranza, poi,
non delude, perché l’amore
di Dio è stato riversato nei
nostri cuori per mezzo dello
Spirito Santo che ci è stato
donato» (Rm 5,1-5).
Questa parola di Paolo ci
fa assistere alla nascita della
speranza cristiana: dalla
morte e dalla risurrezione
Cristo, mediante la fede e
mediante lo Spirito Santo,
viene seminato nel cuore di
ogni battezzato un seme di
speranza. Noi siamo chiamati
a coltivare e a testimoniare,
facendolo crescere,
questo seme di speranza
nella nostra vita.
Ma di quale speranza
stiamo parlando? Certamente
della speranza nel
senso più alto, della virtù teologale
che, come dice Paolo,
rimane, insieme alla fede e
alla carità (1Cor c. 13); una
speranza, come dice l’Apostolo
Pietro, della quale dobbiamo
render ragione (1Pt
3,15), con dolcezza e con rispetto.
Sappiamo bene, infatti,
che non esiste una sola
speranza: ogni cultura, ogni
ideologia ha la sua speranza... È vitale che noi individuiamo,
allora, la vera speranza
cristiana e la sua
identità. Senza questo, tutto
rischia di confondersi. La
consistenza di ogni speranza
la si vede dal suo orizzonte.
La speranza legata alle capacità
dell’uomo ha un orizzonte
legato alla storia, non
rompe quel sipario che ci impedisce
di trascendere il
tempo e la dimensione semplicemente
umana. È una
speranza secolarizzata, così
affascinante anche per tanti
cristiani dei nostri giorni; ma
questo è anche il vero cancro
della vita cristiana del nostro
tempo! Noi cristiani non possiamo
fermarci ad una speranza
che garantisca... un
futuro migliore, capace di rispondere
alle attese del
mondo... Il cristianesimo
non è stato portato sulla terra
per rispondere alle attese del
mondo, ma ad attese più profonde!
La speranza cristiana è
straordinaria, è un miracolo!
Paolo, nel brano che abbiamo
premesso, ci ha detto
che la speranza cristiana non
nasce dal nostro cuore, non è
una velleità: nasce da un fatto
e da un evento storico che
ebbe luogo in un momento
preciso, in un posto preciso,
in un’ora precisa: la morte e
resurrezione di Cristo. E, per
ciascuno di noi, è nata il
giorno del nostro Battesimo,
quando siamo stati inseriti
nella morte stessa di Gesù e
partecipi della sua resurrezione.
Anche l’Apostolo Pietro
ha una parola simile quando
dice che la speranza sboccia
in pienezza dalla resurrezione
di Cristo: «Sia benedetto
Dio e Padre del Signore
nostro Gesù Cristo; egli,
nella sua grande misericordia,
ci ha rigenerati mediante
la resurrezione di
Gesù dai morti per una speranza
viva, per una eredità
che non si corrompe, non si
macchia e non marcisce»
(1Pt 1,3-4).
Il giorno della resurrezione
venne dunque alla luce
la pienezza della speranza
cristiana. Gesù, nel Vangelo,
non parla mai di speranza.
Dopo la sua resurrezione,
nelle lettere degli Apostoli,
abbiamo come una esplosione
del tema speranza. E
questo perché? Perché la speranza
cristiana aspettava di
esplodere proprio dalla resurrezione
del Signore; in
quel momento in cui, per laprima volta dalla creazione
del mondo, veniva infranta la
barriera della morte, è nata la
speranza cristiana che “spera
oltre la morte”.
E non possiamo non
vedere nell’Eucaristia la sorgente
della speranza piantata
in mezzo al popolo cristiano,
in mezzo ad ogni comunità,
perché l’Eucaristia ci attualizza,
ci presenta o rappresenta
proprio quell’evento da
cui, nella storia, è sbocciata
la speranza, dono di Dio: cioè
la morte di Cristo che ha infranto
il muro del peccato e la
resurrezione che ha infranto
il muro della morte. Tra noi e
Dio, tra noi ed il vero futuro
dell’eternità, c’erano due
muri massicci: il muro del
peccato ed il muro della
morte. Cristo li ha infranti,
uno dopo l’altro: così la speranza
ha potuto vedere la
luce.
Dunque la speranza non
nasce dai sentimenti di gioventù,
per quanto belli
possano essere o possano
essere stati. E nemmeno
dalle possibilità concrete che
abbiamo di progredire, di
raggiungere obiettivi, per
quanto questi siano alti e preziosi.
La nostra speranza
viene invece risvegliata e sostenuta,
alla fine anche soddisfatta,
da quel grande mistero
divino che sta al di
sopra di noi e dentro di noi,
che tutti ci avvolge e che ci è
più vicino di quanto noi possiamo
esserlo a noi stessi. È quel Mistero che incontriamo
come la grande promessa
per la nostra vita e
quella del nostro mondo.
Questo Mistero ci incontra
nel suo appello alla vita e
dice: “io vivo e anche voi vivrete”
(Gv 14,19); riecheggia
in questa promessa il
motto della nostra Chiesa in
Sinodo: “Tu non morirai
mai”.
Questo è il fondamento
della nostra speranza: Cristo
risorto e vivo, presente nell’Eucaristia.
Lui e solo Lui è
la sorgente della Speranza
che non delude.
Mons. Giorgio Lise

::: Così nel quotidiano :::
OTTOBRE
2005
Il mese di ottobre è iniziato
all’insegna della preghiera
con gli esercizi spirituali
dei Diaconi permanenti
della Diocesi dal 3 al 5. Domenica
9 ritiro spirituale per i
cresimandi di Pieve di Livinallongo
e Arabba e per i comunicandi
di Antole Sois
con i genitori. Sono ospiti del
Centro anche numerosi
adulti della parrocchia di
Sedico.
Dal 10 al 13 si tiene il tradizionale
corso per fioristi organizzato
dall’ASCOM di
Belluno. Venerdì 14 si riunisce
il Gruppo Adoratori di
Cortina per un ritiro spirituale
e inizia un week-end di
formazione per il Centro
Servizi Volontariato del Triveneto.
Sabato, la scuola di preghiera
per giovani e il ritiro
spirituale di un gruppo di
giovani di Paderno. Il Centro
ospita anche due interessanti
incontri culturali venerdì
e sabato.
Da domenica sera 16 a
sabato 22 corso di Esercizi
Spirituali per sacerdoti Missionari
della regalità, guidati
dal Vescovo di Asti.
Da venerdì 28 a domenica
30, fine settimana per fidanzati
organizzato da I.M.
Da domenica 30 a
martedì 1o novembre, ritiro
spirituale per un gruppo di
giovani della parrocchia di
Castello di Godego.
NOVEMBRE
2005
Venerdì 4 sera il Centro
ospita un incontro di alto livello
sulla santità, con il filosofo
Massimo Cacciari.
Da venerdì 4 a domenica
6 sono ospiti al
Centro la terza comunità
neocatecumenale di Castelfranco
Veneto e la
Commissione Regionale
di Pastorale Familiare;
inoltre, sabato, viene
vissuta la prima Giornata
sulla spiritualità di Papa
Luciani con un bel gruppo
di partecipanti. Da sabato
a domenica incontro per
un gruppo di consacrate
laiche e, nella giornata di
domenica, il ritiro spirituale
per i cresimandi di
Longarone, Pieve di Zoldo
e Falzè di Piave con i loro
genitori.
Mercoledì 9, ritiro per i
cresimandi di Zoldo Alto e
giovedì 10, incontro di fraternità
per il neonato
gruppo “Amici di Giovanni
Paolo II”.
Da venerdì 11 a domenica
13: convivenza
per una Comunità neocatecumenale
di Venezia e
fine settimana di ritiro spirituale
per i giovani della
parrocchia Duomo-Loreto
di Belluno; nel pomeriggio
di sabato, incontro mensile
di catechesi per gli
adulti sul “Compendio del
catechismo della Chiesa
Cattolica”; in serata e nella
mattinata di domenica, incontro
per alcuni giovani di
Cortina. Domenica, ritiro
per i cresimandi di Alleghe
accompagnati dai genitori.
Da venerdì 18 a domenica
20, convivenza
per la seconda Comunità
neocatecumenale di Castelfranco
Veneto.
Da sabato si aggiunge
anche la quinta comunità.
Nel pomeriggio di domenica,
ritiro spirituale per
il gruppo di Comunione e
Liberazione.
Da venerdì 25 a domenica
27, il Centro ospita
un numeroso gruppo di
giovani di Azione Cattolica. di Vittorio Veneto e, da
sabato, anche la seconda
Comunità neocatecumenale
di Volpago del
Montello.
Nella serata di sabato,
scuola di preghiera per
giovani.
Domenica 27, ritiro spirituale
per i cresimandi di
Farra d’Alpago con i genitori
e incontro per un
gruppo di catechiste di Castello
di Godego.
DICEMBRE
2005
Giovedì 1, riunione del
Consiglio Presbiterale
Diocesano.
Da venerdì 2 a domenica
5, ritiro spirituale
per giovani-adulti della
diocesi di Vittorio Veneto.
Sabato, seconda Giornata
sulla spiritualità di
Papa Luciani che vede la
partecipazione anche di
una coppia del Piemonte.
Domenica, ritiro spirituale
per un bel gruppo di
bambini di Farra di Feltre,
in preparazione alla Prima
Confessione e Prima Comunione,
accompagnati
dai genitori, nonché per i
cresimandi di Spert d’Alpago,
con i loro genitori.
Domenica si ritrova al
Centro anche la seconda
comunità neocatecumenale
di San Giovanni
Bosco-Belluno.
Da mercoledì 7 a venerdì
9, esercizi spirituali
per i seminaristi delle
medie di Treviso.
Da giovedì 8 a domenica
11, esercizi spirituali
per l’Azione Cattolica
Diocesana di Belluno-
Feltre; da sabato a domenica,
fine settimana per
il gruppo giovani di Agordo
e della Forania Zumellese
(Vittorio Veneto).
Nel pomeriggio di
sabato si tiene anche l’incontro
mensile di catechesi
per gli adulti. Domenica
ritiro spirituale per
Comunione e Liberazione
e di I.M. per sposi.
Mercoledì 14, serata di
preghiera per i giovani di
Villabruna.
Giovedì 15 il Centro
ospita i membri della Coldiretti
bellunese per una
mattinata di formazione,
un incontro di preghiera e
fraternità degli Amministratori
della Scuola Materna
parrocchiale “D.
Mario Pasa” di Cavarzano.
Venerdì 16, incontro
culturale con Giovanni
Galli, ex portiere della Nazionale
italiana di calcio.
Sabato 17, incontro di
formazione per il Centro
Servizi volontariato di
Belluno; pomeriggio di
ritiro per i ragazzi di seconda
e terza media di
Santa Giustina.
Domenica 18, ritiro per i
cresimandi di Antole-Sois
e per l’Associazione diocesana
dell’Unitalsi.
Nel pomeriggio, incontro
di preghiera per gli
adulti della forania di
Santa Giustina.
Nel pomeriggio di lunedì
19, incontro natalizio di
preghiera e fraternità con i
volontari e volontarie del
Centro.
Nella mattinata di Natale, Santa Messa per
le famiglie dei volontari e
collaboratori del Centro
Papa Luciani.
Da martedì 27 a mercoledì
28, due-giorni per i
cresimandi di Nervesa
della Battaglia.
Giovedì, 30 riunione di
tutta la giornata del Consiglio
Pastorale Diocesano.
Da giovedì 30 dicembre
al 1o gennaio è ospite del
Centro il Gruppo famiglie
della parrocchia dell’Addolorata
di Verona.


::: Al via la 12a edizione degli incontri culturali:::
È ripreso in ottobre il tradizionale
programma degli incontri
culturali, giunto alla
dodicesima edizione e promosso
dal Centro Papa Luciani,
con il sostegno economico
della Fondazione
Cariverona, e la collaborazione
di Comune di Santa
Giustina, Provincia di
Belluno e Ristorante “Il
Lauro”. La rassegna culturale è iniziata il 14 ottobre con
una serata in ricordo dell’esploratore
e navigatore Ambrogio
Fogar scomparso nell’agosto
2004. Per ricordarlo è intervenuto Giangiacomo
Schiavi, giornalista del “Corriere
della Sera”, coautore
proprio assieme a Fogar del
libro “Controvento”
(Rizzoli). Sono stati rivissuti i
momenti di un passato ricco,
avvincente e discusso ma soprattutto
con passione è stato
lanciato un invito a credere
nella vita e a cercare sempre
la speranza dentro ognuno di
noi, anche quando il destino
ci obbliga a navigare controvento.
Il 15 ottobre Lucetta
Scaraffia, docente di storia
contemporanea all’Università
La Sapienza di Roma,
ha presentato il suo libro “Contro il cristianesimo.
L’ONU e l’Unione Europea
come nuova ideologia”
(Piemme). La relatrice ha individuato
le radici della
nuova ideologia – insita nelle
organizzazioni internazionali – nella separazione fra sessualità
e procreazione, vedendo
lo sbocco oltre i
confini dell’aborto e nel ritorno
strisciante all’eugenetica.
A questo si aggiunge
l’obiettivo di abolire le religioni.
Chi osa mettere in discussione
questo pensiero,
come la Chiesa Cattolica,
viene criticato, penalizzato e
accusato di voler ostacolare
la “costruzione di un radioso
futuro di armonia”.
In novembre tre incontri.
Il primo una riflessione sul
concetto di santità con gli interventi
di Massimo Cacciari
(Filosofo e Sindaco di
Venezia) che ha parlato sul
tema “La santità vista da un
laico” e mons. Tommaso
Stenico (Capo Ufficio Catechistico
della Congregazione
per il Clero) che ha tenuto la
relazione “La santità nella famiglia”.
Altro importante incontro
con la presentazione
del libro “La Croce e la Sinagoga.
Ebrei e cristiani a
confronto”. Ad affiancare
l’autore – Giovan Battista
Brunori, redattore esteri e
vaticanista del Tg2 – è intervenuto
l’ambasciatore d’Israele
presso la Santa Sede
S.E. Oded Ben Hur. Una
storia tormentata, quella del
rapporto fra ebrei e cristiani,
fatta di secoli di violenza e di
diffamazione, che solo da
pochi decenni sta lasciando il
passo ad un cammino nel
quale “fratelli maggiori” e “fratelli minori” cominciano
a guardarsi negli occhi e a
parlarsi. Se tra gli ebrei aumentano
i fautori del dialogo,
da parte cristiana si fanno
sempre più convinti i riconoscimenti
delle radici ebraiche
della loro fede. Infine il terzo
incontro per ricordare la cantante
Giuni Russo con la testimonianza
della sua manager
Maria Antonietta
Sisini. La musica per avvicinarsi
all’Assoluto, il canto
per donarsi agli altri: a un
anno dalla scomparsa un incontro
per capire il percorso
di ricerca interiore e della spiritualità
che Giuni Russo ha
maturato nel dolore della
malattia.
L’anno 2005 si è concluso
con una significativa serata
in dicembre in ricordo di
Niccolò Galli, calciatore del
Bologna. Lo spunto di questa
iniziativa la presentazione
del libro “Storia di calcio e
d’amore: nel nome di
Niccolò” alla quale è intervenuto
oltre all’autore
Renzo Agasso, giornalista,
Giovanni Galli, già portiere
della nazionale italiana di
calcio. L’incontro ha confermato
la storia di un grande
campione del pallone, Giovanni
Galli. Ma è anche la
storia della sua famiglia, soprattutto
del figlio Niccolò.
Niccolò Galli era una promessa
del calcio italiano.
Esordio in serie A a 17 anni
con la maglia del Bologna,
nazionale Under 16 e poi 18.
Purtroppo il 9 febbraio 2001
dopo l’allenamento col Bologna
salta sul suo motorino
per tornare a casa a studiare
ma cade finendo contro un
guard-rail la cui lamiera gli
taglia l’aorta addominale e
muore. La famiglia e gli amici
però non si rinchiudono e
presto hanno dato vita alla
Fondazione Niccolò Galli per
il recupero di ragazzi vittime
di incidenti stradali e di
gioco, contribuendo ai costi
necessari per le cure: è così
cominciata un’altra storia di
vita e di speranza.
Michelangelo De Donà

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