HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXII-luglio 2005-n. 3

Ogni Papa è il nostro Papa

#2 Due anime umili si incontrano

#3 Caro don Albino

#4 L'alba di un pontificato...

#5 La maestra Carmela...

#6 Una trasfusione...

#7 Luciani: testimone di...

#8 I suoi insegnamenti...

Il cocchiere delle virtù

#10 Verso la Beatificazione

 

::: Ogni Papa è il nostro Papa :::
Di Albino Luciani

Chi legge con attenzione il Vangelo, nota facilmente la preminenza singolare riservata a Simon Pietro dal libro santo. Quattro volte, per esempio, viene presentato l’elenco completo dei Dodici apostoli. I nomi degli altri variano di posto: il nome di Pietro, invece, è sempre il primo in tutti e quattro gli elenchi. Ancora: succede a volte che dal mazzo dei Dodici, Gesù scelga solo due o tre, perché siano testimoni alla propria trasfigurazione, alla propria agonia, alla risurrezione della figlia di Giairo o perché preparino l’ultima cena. Ebbene, Pietro è sempre tra i prescelti e sempre nominato per primo. Qualcuno dirà: «Perché Pietro era il più santo!». Ahimè! Dopo Giuda, nessuno tra gli apostoli fa, nei giorni della passione, più brutta figura di Pietro che rinnega tre volte il maestro. È ancora lui, che si sente dire da Gesù: «Via da me Satana. Tu mi sei di scandalo: i tuoi sentimenti non sono quelli di Dio, ma quelli degli uomini » (Mt 16,23; cf. Mc 8,33). Altri diranno: «Forse Pietro s’era imposto agli altri apostoli col suo carattere generoso, intraprendente e con la fede più viva». Neppure questo è vero. Gli apostoli, purtroppo, prima di ricevere lo Spirito Santo, nonché lasciare agli altri il primo posto, erano soliti contenderselo fra loro (cf. Mt 18,1; 20,25-28; Mc 9,33-37; 10,42 45; Lc 9,46-48; 22,24.29). E allora? Il motivo vero del primo posto riconosciuto dagli evangelisti a Pietro è nelle parole che abbiamo appena sentito nella terza lettura: «Beato te, Simone figlio di Giona – dice Gesù – ...Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli» (Mt 16,17-19). Queste parole dicono che il primo posto è stato voluto e dato da Gesù stesso al di là dei meriti di Pietro, in vista di una sua funzione per il bene e l’unità della Chiesa. Esse (queste parole) racchiudono, infatti, tre immagini: 1. Pietro è pietra - roccia: ciò significa che la Chiesa posa su di lui come su fondamento e da lui riceve la sua unità; 2. Pietro ha le chiavi: ciò lo indica intendente e amministratore supremo; 3.Pietro lega e scioglie con l’approvazione di Dio: qui c’è il diritto sovrano di legiferare e dispensare. Le tre immagini sono legate l’una all’altra: non si possono separare; spiegandosi e rinforzandosi a vicenda, esse parlano chiaro di una vera autorità, di un primato spirituale effettivo di Pietro sulla Chiesa di Gesù. Miei fratelli, questa autorità non è però cosa personale di Pietro, scomparsa con lui: legata alla Chiesa e presentata da Cristo come necessaria all’unità della Chiesa stessa, da Pietro passa ai suoi successori, i papi. S. Francesco di Sales scriveva: «non vengano a dirmi che l’autorità concessa a Pietro non è stata trasmessa al romano pontefice. Essendo stata conferita a Pietro per il bene comune della Chiesa, quest’autorità non poteva cessare con Pietro, destinato a morire dopo pochi anni... riconosciamo, dunque, che la sede del romano pontefice è questa pietra, su cui è stata fondata la Chiesa». È questo il pensiero, che ho voluto richiamare questa sera alla vostra attenzione. Non si tratta di opinione mia o di taluni teologi, ma è verità rivelata da Dio che il papa possiede autorità su tutta la Chiesa e che a lui noi dobbiamo non solo rispetto e onore, ma vera obbedienza. Lo so: non tutti gli atti del papa hanno lo stesso valore; non tutti obbligano alla stessa maniera. In qualche maniera, però, tutti obbligano. Ed è tutt’altro che utile vedere oggi cattolici continuamente col micrometro in mano a misurare fin dove può arrivare la loro obbedienza, che, poi, si riduce a obbedienza concessa col contagocce. Neppure è edificante quest’altro fenomeno: appena uscito un documento pontificio, la prima cosa che fanno alcuni è di verificare, se il papa si è mantenuto o no dentro certi confini: in seguito decidono, se concedere o meno la loro adesione e fino a qual punto. Altri distinguono: quel papa sì, quest’altro no. Sento dire: «quello era il nostro papa!». Ma ogni papa dev’essere il nostro papa! Altri distinguono anche tra i vari atti dello stesso papa: proprio oggi un giornale plaude a Paolo VI, perché ha ricevuto Gromiko, ma pone le sue brave riserve sul fatto che il papa abbia di recente alluso all’opera sempre presente e deleteria del demonio nell’interno della Chiesa. D’accordo, a nessuno Dio chiede che, credendo, egli consegni ad occhi chiusi la sua testa. Nessuno, dice s. Tommaso, crede, se prima, a occhi ben aperti, non vede che è opportuno e doveroso per lui credere. Dio, però, esige che, nelle cose di fede o legate alla fede, chi è credente non tenga la testa altezzosamente alta. Non si può dire a Dio il sì della fede, se non ci si sente piccoli davanti sia a lui sia al vicario, che rappresenta in terra il Figlio di Dio. Noi dobbiamo badare alle sue direttive come figli alle direttive di un padre e pregare per lui, affinché il Signore lo conforti, sostenga ed aiuti. Questo è anche il senso e lo scopo della celebrazione liturgica, che ci riunisce questa sera attorno alla tomba di s. Marco, il quale sarà – lo spero vivamente – sempre figlio di Pietro attraverso le nostre persone.
Opera Omnia, 7,99-100

--- In semplicità ---

L’incontro dei due futuri Papi, Giovanni Paolo I e Benedetto XVI, a Bressanone nel 1977 è ricordato due volte nella pagine di questo numero di Humilitas. Lo richiama Gloria Molinari (pag. 3) e lo descrive di prima mano l’allora card. Joseph Ratzinger, in una bella intervista, rilasciata a “30 Giorni” nel 2003 (pag. 8 e 9). Ma è in atto un “incontro”, che potremmo definire “spirituale”, fra i due pontefici. Stiamo infatti percependo ogni giorno un’affinità nel modo di fare il Papa: umile, cordiale, immediato. Si ripetono, anzi si fanno continui, “la semplicità del sorriso e del gesto, la remissività e la pace che irradia dalla persona” che furono il motivo del “successo travolgente” di Giovanni Paolo I (Frezza, pag. 5). Uno stile che, pur in dimensioni diverse, abbiamo ammirato anche nel secondo Giovanni Paolo e che può essere riassunto nell’esortazione di Gesù: “Se qualcuno mi vuol seguire rinneghi se stesso” (Lc 9,23); “Bisogna - diceva Luciani - sgonfiare la superbia e sentirsi umili per lasciar posto al Signore nel nostro animo” (Taffarel, pag. 7). In questo contesto ci appare molto opportuno l’accenno che don Licio fa dell’umile lavoro della mamma di Albino Luciani “come inserviente nell’ospedale dei santi Giovanni e Paolo” (pag. 4). È dalla mamma, infatti che normalmente mutuiamo le coordinate fondamentali della nostra vita, e don Albino non ha fatto certo eccezione alla regola. Anche dal padre, che da emigrante aveva scritto al figlio, desideroso di entrare in seminario: “Se diventerai prete dovrai aver cura soprattutto dei poveri”. La maestra Carmela, donna molto stimata, già insegnante del piccolo Albino, nel giorno della prima Messa del suo alunno, elogiò entrambi i genitori “contenti di nascondersi perché la gioia e la vita risplendano nell’anima del figlio” (Vazza, pag. 6) Luciani, Wojtyla, Ratzinger: ogni Papa è a suo modo “eucaristia”, segno efficace e meravigliosamente umano della divina condiscendenza con la quale, in ammirabile semplicità, “Dio ha voluto legarsi per sempre alla famiglia degli uomini” (don Giorgio, pag. 13).

Mario Carlin

 

::: Due anime umili si incontrano :::

Avevo pregato il Signore di darci un Papa umile, buono, affettuoso, fermo nella fede e nella dottrina, che amasse il contatto diretto con la gente così come hanno fatto i due Giovanni Paolo (questa per me era una qualità fondamentale che doveva avere il “Padre di tutti” perché i figli, noi, abbiamo bisogno di sentire la carezza di un padre). Avevamo appena perso Giovanni Paolo II che ci ha lasciati orfani. Lo so: la Chiesa va avanti, gli uomini passano, la Chiesa resta. Così la possono pensare freddamente coloro che non hanno avuto mai un padre e che non sentono il bisogno di averlo. Credo che per noi cattolici non è precisamente così. È vero che la Chiesa resta ma... non ci piace sentirci orfani! Personalmente ho vissuto con ansietà questi giorni di Sede Vacante. Tanti giorni senza padre... Ho pensato che magari il conclave poteva essere un po’ lungo visto che i cardinali disponevano della Casa Santa Marta, più comoda, certamente, degli alloggi di fortuna dei due conclavi del 1978 e allora ci sarebbe stato più tempo per pensare al candidato adatto a succedere papa Wojtyla. Invece, lo Spirito Santo, come di solito fa, soffia quando e come vuole e ha scelto colui che aveva chiesto a Dio «di risparmiarmi questo destino». Colui che ha detto che «il Signore non mi ha ascoltato » e che si augurava di trascorrere «anni più tranquilli ». «Altri ti porteranno dove tu non vuoi», si è sentito dire San Pietro, e magari si può pensare che qualche confratello Cardinale gliel’abbia ricordato nel bel mezzo della lettura delle schede di votazione. Adesso ce l’abbiamo il padre e si chiama Benedetto. A differenza di lui, posso dire che il Signore ha ascoltato la mia preghiera. Una felicità immensa! Una gioia che volevo esprimere di persona in Piazza San Pietro il 24 aprile, per il suo insediamento. Un giorno di festa che ho vissuto in quella affollatissima piazza, dove la stanchezza del lungo viaggio da Venezia e l’attesa di due ore prima dell’inizio della Messa, ha lasciato posto a dimostrazioni di esultanza e di amore per il padre tanto desiderato. Luciani e Ratzinger. Ratzinger e Luciani. Cosa hanno in comune? Due anime umili, miti, cordiali, dal sorriso facile e la battuta pronta, dalla fede forte e il cuore appassionato per il bene della Chiesa, inconsapevoli del destino comune che le attendeva, si sono incontrate per la prima volta un bel giorno del 1977. Per il primo «appena è cominciato il pericolo» l’anno successivo. Per il secondo «si avvicinava la ghigliottina » quasi 28 anni dopo. Il futuro papa Benedetto XVI è stato testimone di quel fiume in piena che era il cuore di Luciani, della povertà fatta carne nonostante la porpora cardinalizia. Questa testimonianza di Ratzinger, di alcuni anni fa, si può dire che svela un po’ un altro segreto del Conclave dell’agosto del 1978: «Incontrai, la prima volta, il cardinale Luciani nell’agosto del 1977 al seminario di Bressanone. Il 25 maggio ero stato ordinato vescovo e, il giorno consacrato a Pietro e Paolo, ero entrato a far parte del collegio cardinalizio. A quell’epoca trascorrevo una parte della villeggiatura con i miei familiari nell’antica sede vescovile sulle sponde dell’Isarco, come mi era accaduto di fare già alcuni anni indietro. In gioventù, il cardinale Luciani si era recato spesso con la madre in pellegrinaggio a Pietralba, per questo conosceva bene quella regione. Non so come, gli era giunta all’orecchio la notizia che il nuovo arcivescovo di Monaco si trovava al seminario di Bressanone; fu così che si accinse a farmi visita. Questo nobile gesto mi fece una profonda impressione ma, ancor più di esso, mi colpirono la cordialità spontanea e la grande bontà umana che trasparivano da lui. Lo vedo ancora seduto di fronte a me, vestito del suo semplice abito talare nero e con le scarpe alquanto consumate, raccontarmi della sua giovinezza e aprirmi completamente il suo cuore. Allorché, un anno dopo, lo rividi in conclave, mi venne spontaneo il pensiero che un uomo che possedeva tali doti di cuore e una mente illuminata dal cuore, doveva per forza essere un buon Papa, e fui contento di poter notare che molti altri la pensavano come me».

Gloria C. Molinari

::: Caro don Albino:::
La mamma in lista d'attesa

Caro don Albino, quando si dice “I corsi e i ricorsi della storia...” non facciamo altro che ricordarci di certe situazioni della vita già viste o vissute in prima persona e che si ripresentano con qualche ritocco di facciata senza cambiare la sostanza. Chiacchierando con dei paesani nei pressi della tua casa a Canale, il discorso è caduto nel modo più naturale sul servizio che da qualche anno offrono un po’ dovunque le “badanti”, brave signore generalmente proveniente dall’Est Europa, disposte a lasciare per qualche tempo la loro famiglia per assistere le nostre persone anziane nella loro abitazione. Si sa che questo sacrificio non indifferente loro lo fanno per bisogno e svolgono questo lavoro generalmente con dignità e dedizione, fornendoci anche un argomento da presentare a chi dà per scontato che tutto gli sia dovuto in eredità o per grazia ricevuta. La mamma tua aveva attraversato per qualche tempo le Alpi per mantenere te e i tuoi fratelli, poi si era portata a Venezia “in lista di attesa” con la speranza di entrare come inserviente all’ospedale dei santi Giovanni e Paolo. Credo che sia rimasta così un paio d’anni, a servizio di una distinta famiglia veneziana, a due passi da san Marco e con vista sull’ospedale civile che le avrebbe potuto dare finalmente un decoroso e sicuro posto di lavoro. Portando Gesù nell’eucaristia tutti i mesi ad una quindicina di anziani (diversi dei quali teneramente in coppia), vedo in aumento le badanti anche da noi, scambio con loro qualche parola ricordando il patriarca Alessio II, il “papa ortodosso” di Mosca, ancora lontano dall’unione con i cattolici, ma che nel 2000 ci accolse con sincera fraternità. Domenica scorsa, fra una Messa e l’altra, è venuto a trovarmi un anziano medico: ha un figlio laureato che non trova lavoro; capisco subito che in quella casa i giorni trascorrono con un pesante carico di angoscia, mi attivo per quanto posso e poi prego per quanto è giusto abbandonarsi in altre mani. Adesso quella famiglia è in lista di attesa: lo verifico al telefono, mantenendo viva la speranza in Dio e negli uomini di buona volontà, ma sto rendendomi conto che i poveri e i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i puri di cuore e gli operatori di pace attraversano anche oggi una persecuzione strisciante. Dalla loro finestra di casa c’è da sperare che possano vedere qualche segnale incoraggiante e che nel frattempo si sentano accolti nella loro fragilità. Quando alla mamma tua giunse l’invito a presentarsi sul nuovo posto di lavoro, in quella nobile famiglia fecero buon viso ad uno strappo doloroso. Non so se da patriarca di Venezia sei andato a visitare quella casa, ma nell’ospedale dei santi Giovanni e Paolo sei entrato più volte con un tenerissimo ricordo. I corsi e i ricorsi della storia dicono che c’è poco di nuovo sotto il sole, salvo il fatto che la fede illumina gli angoli più oscuri della vita e può trasformare i drammi in opportunità di crescita spirituale e di bene sommo. Quel tuo nome da Papa (Giovanni Paolo) l’hai spiegato bene dalla grande loggia di san Pietro, ma forse è nato a Venezia dalla finestra di servizio. Con affetto.
don Licio

::: L'alba di un pontificato che si spense troppo presto:::
Ripercorrendo i 33 giorni di Giovanni Paolo I sul soglio di Pietro

Il Patriarca di Venezia Albino Luciani viene eletto papa in un conclave-lampo, durato un giorno, e con soli quattro scrutini, il 26 agosto 1978. Una simile rapidità postula un paziente lavoro preparatorio, nel quale ha avuto un ruolo influente l’abilità organizzativa del principale fautore della candidatura di Luciani, il cardinale Giovanni Benelli. Il successo di Luciani è travolgente tra gli elettori del terzo mondo e anche fra gli europei. La figura che appare alla loggia centrale di S. Pietro quella sera sorprende e
rallegra per la semplicità del sorriso e del gesto, la remissività e la pace che irradiano dalla sua magra figura di prete di campagna. Dopo un rapido diario in pubblico dell’elezione, Luciani, che ha scelto di chiamarsi con il duplice nome dei suoi predecessori, confessa di non possedere né la “sapienza del cuore” di papa Giovanni XIII, né l’intelligenza di Paolo VI, che a Venezia gli mise sulle spalle la propria stola, quasi per un profetico passaggio delle consegne. Alla prima udienza ai cardinali, il 30 agosto, egli rinuncia a pronunciare il testo preparato dalla Segreteria di Stato: «Sono un novizio – dice – in Vaticano. Non so niente degli ingranaggi di questa specie di orologeria. La prima cosa che ho fatto è sfogliare l’Annuario Pontificio per vedere il “Chi è” di ogni persona e come funziona la macchina». E fa appello ai cardinali affinché aiutino «questo povero cristo, il vicario di Cristo, a portare la croce». Giovanni XXIII lo ha scelto personalmente come vescovo di Vittorio Veneto alla fine del 1958. «Sto imparando di nuovo la teologia», diceva durante il Concilio. Alla fine del 1969 Paolo VI gli ha affidato Venezia e lo ha fatto cardinale. La chiave di volta del suo programma sta nell’impegno, che manifesta, di applicare il Concilio e di aggiornare la prassi della Chiesa. Il 3 settembre, nella cerimonia dell’intronizzazione, l’imposizione del pallio sostituisce quella della tiara, simbolo dei tre poteri del Papa, che già Paolo VI aveva abbandonato. Egli confida di scorgere “un segno” nella morte del metropolita di Leningrado e Novgorod Bosris Nikodim, il 5 settembre, e di voler assumere come un programma le ultime parole del russo: «Chissà che un giorno possiamo insieme salire l’altare di Dio, divenuto l’altare di tutti i cristiani». In un’altra confidenza di quei giorni, egli dichiara di voler fare preparare un motu proprio per la trasformazione del Sinodo dei vescovi in un vero e proprio governo permanente della Chiesa universale, con e sotto il Papa, in rappresentanza delle Chiese. Non si tarda a notare nell’ambiente vaticano che Giovanni Paolo I è poco versato nella diplomazia, che conosce male la curia e che si è messo ad imparare l’inglese. Nelle udienze generali del mercoledì egli dà l’impressione di un pastore che ha assimilato la Bibbia, ma anche i Padri della Chiesa, i grandi autori spirituali e gli scrittori cattolici degli ultimi due secoli. Il 6 settembre, nella sua prima udienza, si felicita dell’incontro di Camp David tra Carter, Sadat e Begin. E dedica le altre tre udienze generali a parlare della fede, della speranza e della carità, in uno stile catechistico semplice. Il 13 settembre dichiara che Giovanni XXIII aveva la speranza che con il Concilio la Chiesa avrebbe fatto un balzo in avanti, «un balzo sulla strada delle verità certe e immutabili e non su quelle verità cangianti». «L’aggiornamento consiste nel proporre queste verità in modo adatto ai tempi nuovi», precisa. Il 20 settembre ammonisce: «È falso affermare che la liberazione politica, economica e sociale coincida con la salvezza in Gesù Cristo; che il regno di Dio si identifichi con il regno dell’uomo “Ubi Lenin, ibi Jerusalem” (dove è Lenin, là è Gerusalemme)». Il 24 settembre, nel discorso a S. Giovanni in Laterano per la presa di possesso della cattedra di vescovo di Roma, Luciani cita i testi di Gregorio Magno sul dovere della Chiesa di servire i poveri: «Troveranno qui a Roma i pellegrini un modello di vera comunità cristiana? Saremo noi capaci, con l’aiuto di Dio, vescovi e fedeli, di realizzare le parole di Isaia: “Non si udrà più parlare di violenza nella tua terra, il tuo sarà un popolo tutto di giusti?”». E si impegna come vescovo di Roma a «dimenticare il proprio grado, considerandosi uguale ai sudditi buoni», senza però rinunciare ad «esercitare contro i malvagi i diritti dell’autorità». Egli sollecita i cristiani a mettersi al servizio dei poveri, “tesoro della Chiesa”. All’alba del 29 settembre il segretario particolare monsignor John Magee trova il Papa morto nel suo letto. I medici accorsi diagnosticano un infarto e indicano approssimativamente l’ora del decesso: il 28 settembre alle 23. Luciani non godeva di buona salute. Aveva denunciato anche nelle ultime settimane delle disfunzioni circolatorie. Al segretario di Stato cardinale Jean Villot, che notava la stanchezza ed il gonfiore delle gambe e dei piedi del Papa, egli aveva risposto tranquillamente: «Morto un Papa, se ne fa un altro». A Roma e nel mondo, per la morte di Papa Luciani, l’impressione fu enorme. Il Papa dal sorriso, quel sorriso paterno, semplice ma nello stesso tempo penetrante, pur nei soli 32 giorni di pontificato, rimane nella memoria visiva e nella vita vissuta delle persone, cattoliche e non, e viene evocato ogni volta che si ricorda il suo nome. Alcuni mesi prima, a Venezia, alla festa di san Francesco di Sales, i giornalisti, tramite monsignor Mario Senigaglia, gli donarono un prezioso Vangelo in Curia. Lo accettò con entusiasmo e con il suo sorriso ricordava spesso la necessità della formazione dottrinale e l’annuncio del messaggio cristiano ed evangelico di cui il magistero della Chiesa è l’interprete autentico. Era partito da Venezia per Roma con quel sorriso...

Giovanni Frezza

::: La maestra Carmela ha visto lontano :::

Settanta anni fa, Luciani veniva ordinato sacerdote e precisamente il 7 luglio 1935, nella chiesa di S. Pietro a Belluno. Il giorno dopo celebrava la prima
Messa a Canale d’Agordo,
tra il tripudio di un popolo in festa. Ho avuto in mano, direi per caso, ma tutto è grazia, il discorso che la maestra Carmela Ronchi, insegnante locale, di solida fede e raffinata scrittrice, fece in questa fausta occasione.
Inizia così il suo discorso:
«Vorrei in questo giorno, possedere il linguaggio degli Angeli... poiché di cose celesti, di
cose alte e pure, è illuminata la strada che conduce all’altare del Signore ». E continua: «Lo vedo ancora bambino, alle porte della scuola, anche lui, come gli altri, con la sua cartella, con i suoi libri, con la sua infanzia serena». Il discorso poi contiene un delicato pensiero ai suoi genitori. «E le piaccia, don Albino, ch’io ricordi quanto disinteressato fu l’amore dei suoi genitori. Non hanno temuto il lavoro, la rinuncia, si sono dimenticati, per poter presentare la loro creatura a Cristo. Dietro la luce di ogni ministro di Dio, vedo l’ombra cara d’un padre e d’una madre. Essi sono contenti di nascondersi, perché la gioia e la vita risplendano nell’anima del loro figliolo». Infine, a nome anche dei maestri locali, porge il suo fervido augurio: «Che abbia spighe il campo ove semina, che abbia luce il sentiero ove cammina, che sia senza stanchezza il suo passo e senza tristezza il suo lavoro, che il dolore sia amore di anime, che la
croce sia segno di vita e d’ogni benedizione». E aggiunge con finezza: «Per virtù delle sue preghiere, don Albino, la vostra missione conduca altre anime per il cammino che lei ha prescelto». Non basta. Carmela Ronchi ha partecipato anche alla prima Messa di Luciani, come Vescovo, sempre a Canale d’Agordo, il 6 gennaio 1959. In un discorso, pieno di stima e ammirazione, a lui si rivolgeva con queste parole. «Permettete, Eccellenza, che agli auguri di tutti, io aggiunga che il dono dal Signore a voi dato ritorni al Signore, senza diminuzione; che con la vostra nobile vita possiate stare al suo cospetto, con cuore sempre umile e ardente... In voi nasca, come fiamma bianca, la santità. Mediante voi sia reso presente il regno di Dio nell’umanità... Si compia in noi e in voi, luminosa, la volontà del Signore, perché desideriamo vivere con Lui in eterno». Il discorso continua sempre più profondo: «La luce celeste sia la vostra immensa ricchezza, la vostra immedesimazione in Gesù... Il peso delle responsabilità vostre sarà grave e vi parrà d’essere schiacciato come un granello vivente, ma dalla vostra fede e dalla vostra saggezza ciò che pareva morto rivivrà; ciò che sembrava abbattuto risorgerà ». Il lungo discorso termina con l’augurio più sentito: «Vi auguro che facciano ala sulla vostra strada, nel tempo e nell’eternità, tutti i poveri che avete beneficato, i feriti nell’anima che avete sanato; tutti gli oppressi, i perseguitati e i poveri di spirito che avete confortato. Questi saranno le luci splendenti della vostra corona; la musica più bella del vostro paradiso». Questo discorso non ha qualcosa di profetico? Non proietta Luciani sempre più in alto?... Così la maestra Carmela, senza saperlo e volerlo, ha visto lontano. «Vi auguro che dalle profondità vi leviate verso meravigliose altezze per la forza inestinguibile della vostra fede. Vi auguro che il vostro cuore non si turbi per quanto potrà accadere, perché riposa in Cristo».

Cesare Vazza


::: Una trasfusione straordinaria :::

Una sera, il vescovo Luciani incontrava i genitori e i figli che si preparavano alla Messa di prima Comunione. Diceva Luciani: – Io ricordo quando ho fatto la mia prima Comunione... non ho ricevuto regali... ma mi sono sentito dentro diverso... Fare la Comunione è una specie di trasfusione... straordinaria. In ospedale era ricoverato un ammalato, che aveva riportato molte ferite. Il medico gli dice: – Occorre subito fare una trasfusione! Hai perso tanto sangue! Dopo alcune ore, il medico domanda all’ammalato: – Come va ora? Rispose: – Dottore, mi sento rivivere... mi sento meglio... credo che ora ce la farò a guarire. Se quel ferito, continuò Luciani, si fosse opposto alla trasfusione e non l’avesse accettata o non avesse dato importanza alla proposta del medico? Siamo anche noi feriti dal male, abbiamo perso tanta bontà, amore, amicizia con Dio e fra di noi, abbiamo perso il timore di Dio, non ci ricordiamo della Parola di Dio, dei comandamenti... siamo deboli; abbiamo bisogno siano trasfusi in noi la grazia, la vita, i sentimenti di Gesù... Gesù è la vita ed ha deciso di farsi donatore del proprio sangue... dona la sua vita nuova in noi, diventiamo figli di Dio e fratelli fra noi, siamo un solo corpo e scorre nelle vene sangue cristiano... Poi Luciani domandò ad un ragazzo: – Perché la mamma prepara la cena, il pranzo? – Perché vuole che noi abbiamo a star bene, a vivere, ad avere forza... – Anche Gesù ha preparato una cena per i suoi amici... è la Messa, l’Eucaristia... per farli vivere, per farli star bene... – Tua mamma cosa mette sulla tavola per la cena? – Mette il risotto, la verdura, l’acqua, il vino e il pane... – Il Signore mette sulla tavola dell’altare un pane speciale, che è il suo Corpo e il suo Sangue e dice: chi mangia di questo pane vive... vive da cristiano; chi beve il mio Sangue ha la vita... Egli dà da mangiare il suo Corpo e da bere il suo Sangue perché abbiamo a vivere... Diceva Gesù: i vostri antenati nel deserto, nel viaggio verso la terra promessa, hanno mangiato il pane della manna ma sono morti, chi mangia questo pane vivrà per sempre... Raccontava il vescovo Luciani: – Uno zio, ricchissimo, fa studiare il nipote e paga di tasca propria. Il nipote pensa: che buono è lo zio a farmi studiare: bisogna proprio che mi metta sul serio. Mi torna conto ascoltare lo zio: lui è ricco e un giorno tutto sarà mio! Io devo amare Dio perché è buono, ma anche perché mi torna conto.
Un grosso autocarro doveva attraversare il sottopassaggio della ferrovia, ma rimase incastrato; l’autocarro era alto 4 mt, mentre l’altezza del sottopassaggio misurava mt 3.90. Tutti i tentativi furono inutili ed il traffico rimase bloccato su ambedue le corsie. Arrivò, di corsa, un ragazzo, furbo e intelligente; si fermò ad osservare incuriosito, poi si avvicinò all’autista e disse: – Signore, per far passare l’autocarro sotto il sottopassaggio, sgonfiate le ruote... E così l’autocarro riuscì a passare dall’altra parte... Concluse allora Luciani: – Bisogna lasciar posto al Signore nel nostro animo, sgonfiare la superbia e sentirsi umili, bisognosi di Dio... Quando tu vai alla Comunione come ti comporti? – Il Parroco mi ha insegnato a mettermi in fila e a tendere la mano, se lo voglio, oppure ad aprire la bocca, per ricevere il Corpo di Cristo. – Vedi: si incomincia muovendosi dal proprio posto e mettendosi insieme ad altri, in processione: significa il desiderio di andare incontro a Gesù, di attendere da Lui un dono e diminuire le distanze. Descrive anche la vita del cristiano: a partire da Abramo ogni credente è un pellegrino, che è in ascolto di Dio che gli parla e si rende disponibile ad andare dove Dio lo conduce. Partecipare alla Eucaristia fa sentire famiglia, popolo di Dio, forma la Chiesa. Tendere la mano o aprire la bocca diventano gesto di invocazione, richiesta di aiuto, gesto di chi ha fame. Noi andiamo a Gesù perché siamo poveri, abbiamo fame di Dio, ci accorgiamo che senza quel pane la vita diventa impossibile... Senza domenica non possiamo vivere... è il Pane che dà forza di camminare a tutti coloro che si mettono sui passi di Gesù e hanno deciso di prendere sul serio il Vangelo. Non è una medaglia al merito... nella Messa ci battiamo il petto e diciamo: Signore, pietà!... Signore, io non sono degno di riceverti... Noi andiamo alla Comunione perché vogliamo essere buoni e chiediamo a Gesù che in noi faccia una trasfusione: che il suo spirito, il suo amore entrino anche in noi... una trasfusione in noi del suo Sangue... e in noi scorrerà allora sangue e vita di Cristo!

Taffarel don Francesco

::: L'intervista al card. Ratzinger, agosto 2005:::
Luciani: testimone di bontà e fede religiosa

Come seppe della scomparsa di papa Montini?

RATZINGER
– Ero andato in vacanza in Austria. Venni informato la mattina stessa del 6 agosto che i Santo Padre si era sentito improvvisamente male. Chiamai il vicario generale di Monaco per dirgli di invitare subito tutta la diocesi a pregare per il Papa. Poi feci una piccola gita e quando tornai mi telefonarono per dirmi che il Papa si era aggravato e poco dopo mi chiamarono di nuovo per comunicarmi che era morto. Allora decisi che la mattina successiva sarei tornato a Monaco, e quella sera stessa venne la tv per intervistarmi. Dopo aver scritto una lettera alla diocesi partii per Roma.

Dove assistette ai funerali del Papa.

RATZINGER
– Mi colpì l’assoluta semplicità della bara con il Vangelo posato sopra. Questa povertà, che il Papa aveva voluto, mi aveva quasi scioccato. Mi impressionò anche la messa funebre celebrata dal cardinale Carlo Confalonieri, che, essendo ultraottantenne, non avrebbe partecipato al conclave: fece un’omelia molto bella. Come fu bella quella pronunciata in un’altra messa dal cardinale Pericle Felici, che sottolineò come durante il funerale le pagine del Vangelo posto sopra la bara del Papa fossero state sfogliate dal vento. Ritornai poi a Monaco per celebrare una messa in suffragio: il Duomo era molto affollato. Quindi tornai a Roma per il conclave.

Lei era un cardinale “novello”...

RATZINGER
– Ero tra i più giovani ma, siccome ero vescovo diocesano, appartenevo all’ordine dei presbiteri e quindi, nel protocollo, venivo prima di molti cardinali curiali che appartenevano all’ordine dei diaconi. Così non ero agli ultimi posti. Ricordo che al pranzo, anche in questo contesto venivano rispettate le precedenze, mi trovavo tra i cardinali Silvio Oddi e Felici, due porporati italianissimi.

Ebbe realmente un ruolo importante in quel conclave?

RATZINGER
– È vero che con alcuni cardinali germanofoni ci siamo visti qualche volta. A questi incontri partecipavano Joseph Schröffer, già prefetto dell’Educazione cattolica, Joseph Höffner di Colonia, il grande Franz König di Vienna – che vive ancora –, Alfred Bengsch di Berlino; c’erano inoltre Paulo Evaristo Arns e Aloísio Lorscheider, brasiliani di origine tedesca. Si trattava di un piccolo gruppo. Non volevamo assolutamente decidere niente, ma solo parlare un po’. Io mi sono lasciato guidare dalla Provvidenza, ascoltando i nomi, e vedendo come si è formato finalmente un consenso sul patriarca di Venezia.

Lo conosceva?

RATZINGER
– Sì, lo conoscevo personalmente. Durante le vacanze estive del ’77, ad agosto, mi trovavo nel seminario diocesano di Bressanone e Albino Luciani venne a farmi visita. L’Alto Adige fa parte della regione ecclesiastica del Triveneto e lui, che era un uomo di una squisita gentilezza, come patriarca di Venezia si sentì quasi in obbligo di recarsi a trovare questo suo giovane confratello. Mi sentivo indegno di una tale visita. In quella occasione ho avuto modo di ammirare la sua grande semplicità, e anche la sua grande cultura. Mi raccontò che conosceva bene quei luoghi, dove da bambino era venuto con la mamma in pellegrinaggio al santuario di Pietralba, un monastero di Serviti di lingua italiana a mille metri di quota, molto visitato dai fedeli del Veneto. Luciani aveva tanti bei ricordi di quei luoghi e anche per questo era contento di tornare a Bressanone.
Prima non l’aveva mai conosciuto di persona? RATZINGER – No. Io ero vissuto, come ho già
detto, nel mondo accademico, molto lontano dalle gerarchie, e non conoscevo di persona i vertici ecclesiastici.

Poi lo incontrò di nuovo?

RATZINGER
– No, mai prima del conclave del ’78.

In quell’occasione scambiò delle parole con lui?

RATZINGER
– Qualcuna, perché ci conoscevamo,
ma non molte. C’era molto da fare e da meditare.

Che impressione fece la sua elezione?

RATZINGER
– Io sono stato molto felice. Avere come pastore della Chiesa universale un uomo con quella bontà e con quella fede luminosa era la garanzia che le cose andavano bene. Lui stesso era rimasto sorpreso e sentiva il peso della grande responsabilità. Si vedeva che soffriva un po’ di questo colpo. Non si aspettava questa elezione. Non era un uomo che cercava la carriera, ma concepiva gli incarichi che aveva avuto come un servizio e anche una sofferenza.

Quale fu il suo ultimo colloquio con lui?

RATZINGER
– Il giorno del suo insediamento, il 3 settembre. L’arcidiocesi di Monaco e Frisinga è gemellata con le diocesi dell’Ecquador, e per quel mese di settembre a Guayaquil era stato organizzato un Congresso mariano nazionale. L’episcopato locale aveva chiesto che venissi nominato delegato pontificio per questo Congresso. Giovanni Paolo I aveva già letto la richiesta e deciso positivamente in merito; così, durante il tradizionale omaggio dei cardinali, parlammo del mio viaggio e lui invocò molte benedizioni su di me e su tutta la Chiesa ecuadoregna.

Lei andò in Ecuador?

RATZINGER
– Sì, e proprio quando ero lì, mi raggiunse la notizia della morte del Papa. In un modo un po’ strano. Dormivo nell’episcopio di Quito. Non avevo chiuso la porta perché nell’episcopio mi sento come nel seno di Abramo. Era notte fonda quando entrò nella mia stanza un fascio di luce e si affacciò una persona con un abito da carmelitano. Rimasi un po’ sbigottito da questa luce e da questa persona vestita in maniera lugubre che sembrava messaggera di notizie infauste. Non ero sicuro se fosse sogno o realtà. Infine scoprii che era un vescovo ausiliare di Quito (Alberto Luna Tobar, oggi arcivescovo emerito di Cuenca, ndr), il quale mi comunicò che il Papa era morto. E così seppi di questo avvenimento tristissimo e imprevisto. Nonostante questa notizia, riuscii a dormire in grazia di Dio e la mattina dopo celebrai messa con un missionario tedesco, il quale nella preghiera dei fedeli pregò “per il nostro papa morto Giovanni Paolo I”. Alla funzione assisteva anche il mio segretario laico, il quale alla fine venne da me e mi disse costernato che il missionario aveva sbagliato nome, che avrebbe dovuto pregare per Paolo VI e non per Giovanni Paolo I. Lui ancora non sapeva della morte di Albino Luciani.

Lei aveva visto il Papa al conclave. Nel rendergli omaggio le sembrava un uomo che nel giro di un mese potesse morire?

RATZINGER
– Mi sembrava che stesse bene.
Certo non appariva un uomo di grande salute. Ma tanti sembrano fragili e poi vivono cento anni. A me appariva di buona salute. Non sono un medico, ma mi sembrava un uomo che, come me, non pareva avere una salute molto forte. Ma queste persone sono poi quelle che hanno di solito una maggiore aspettativa di vita.

Quindi fu per lei una morte inaspettata?

RATZINGER
– Assolutamente inaspettata.

Ebbe qualche dubbio quando cominciarono a girare voci su una morte violenta del Papa?

RATZINGER
– No.

Il vescovo di Belluno- Feltre, il salesiano Vincenzo Savio, ha annunciato di aver ricevuto, lo scorso 17 giugno, il nullaosta della Congregazione delle cause dei santi affinché si possa procedere alla causa di beatificazione del servo di Dio Albino Luciani. Cosa pensa a riguardo?

RATZINGER
– Personalmente, sono convintissimo che era un santo. Per la sua grande bontà, semplicità, umiltà. E per il suo grande coraggio. Perché aveva anche il coraggio di dire le cose con grande chiarezza, anche andando contro le opinioni correnti. E anche per la sua grande cultura di fede. Non era solo un semplice parroco che per caso era diventato patriarca. Era un uomo di grande cultura teologica e di grande senso ed esperienza pastorale. I suoi scritti sulla catechesi sono preziosi. Ed è bellissimo il suo libro Illustrissimi, che lessi subito dopo l’elezione. Sì, sono convintissimo che è un santo.

Pur avendolo incontrato in non più di tre occasioni?

RATZINGER
– Sì, è stato sufficiente perché la sua figura luminosa irradiasse in me questa convinzione.

Quando vi incontraste per il secondo conclave del 1978 quale era la sensazione dominante nel Collegio cardinalizio?

RATZINGER – Dopo questa morte improvvisa eravamo tutti un po’ depressi. Era stato un colpo forte. Certo, anche dopo la morte di Paolo VI c’era tristezza. Ma quella di Montini era stata una vita completa, che aveva avuto un epilogo naturale. Lui stesso aspettava la morte, parlava della sua morte. Dopo un pontificato così grande c’era stato un nuovo inizio, con un Papa di tipo diverso ma in piena continuità. Ma che la Provvidenza avesse detto di no alla nostra elezione fu veramente un colpo duro. Benché l’elezione di Luciani non fu un errore.

Quei trentatré giorni di pontificato hanno avuto una funzione nella storia della Chiesa. Quale?

RATZINGER – Non fu solo la testimonianza di bontà e di una fede gioiosa. Ma quella morte improvvisa aprì anche le porte ad una scelta inaspettata. Quella di un Papa non italiano.

Nel primo conclave del 1978 era stata presa in considerazione questa ipotesi?

RATZINGER – Si parlò anche di questo. Ma non era un’ipotesi molto reale, anche perché c’era la bella figura di Albino Luciani. Dopo si pensò che c’era bisogno di qualcosa di assolutamente nuovo.

Gianni Cardinale
da “30 giorni” n. 5/2005

::: I suoi insegnamenti per esempi:::
Paul ed Elisabetta

Ottantanove anni or sono, nella cattedrale di Notre-Dame si celebrava il vespero di Natale come qui stasera. Tra la folla c’era un giovanotto di 18 anni, che più tardi sarebbe diventato celebre: ambasciatore di Francia in Giappone, Stati Uniti, Belgio; letterato, poeta e drammaturgo; membro dell’Accademia francese, Paul Claudel. Dopo la prima comunione – scrive – «avevo dimenticato la religione e riguardo ad essa mi trovavo nella più supina ignoranza». A Notre-Dame, in quel Natale, era entrato “en amateur” cioè spinto da un “puro e sdegnoso dilettantismo”. I fanciulli della schola-cantorum nelle loro piccole cotte bianche stavano per intonare il Magnificat. Claudel era in piedi, tra la gente, vicino all’entrata del coro. «Ad un tratto – racconta – io mi sentii toccare il cuore e credetti. Credetti con una tale forza di adesione... che anche in seguito tutti i libri, tutti i ragionamenti, tutte le peripezie di una vita agitatissima, non furono capaci di scuotere la mia fede e neppure di intaccarla». Claudel in quel momento fu certo che Dio esisteva, che lo amava, che lo chiamava e ch’egli doveva arrendersi per cominciare una vita pulita e nuova. Ma non s’arrese a Dio prima di quattro anni, tentando anzi ogni mezzo per resistere. Solo «a poco a poco, lentamente e faticosamente spuntava nella mia anima l’idea che... i piaceri sensuali non soltanto non sono necessari, ma recano danno». Finalmente, dopo tre anni di lotta intima, si presentò al confessionale della propria parrocchia di S. Médard, ma gli parve di non venir compreso: «uscii dal confessionale pieno di rabbia e di umiliazione». Tornò un anno dopo; un altro confessore lo ascoltò con delicata, fraterna pazienza e gli diede l’assoluzione. Claudel fece la sua seconda confessione nel Natale 1900 e diventò un grande testimone del cristianesimo.
* * *
Singolare il caso di Elisabetta Leseur. Dopo nove anni di matrimonio senza figli, senza pratica religiosa, ma umanamente riuscito e felice. Il marito nel 1898 le regala la Vita di Gesù di Renan. Essa legge il libro, ma le empietà, di cui è pieno, provocano in lei un fenomeno di rigetto. Compera un Vangelo, se lo legge con calma, studia altri libri religiosi e, pur continuando ad amare molto il marito e a frequentare gli ambienti mondani, vive una vita intensamente religiosa. Muore nel 1914, lasciando un Journal o diario spirituale. Il marito lo trova, lo legge e resta talmente sconvolto nello scoprire la vita di santità vissuta dalla moglie, accanto a lui ignaro, che si converte, facendosi più tardi sacerdote domenicano. E fu proprio lui a diffondere a stampa i libri spirituali della moglie.

Opera Omnia 8,343

::: Il cocchiere delle virtù :::
di albino Luciani

La prudenza è una specie di motore. Parrà paradossale questa affermazione, ma è di s. Tommaso: “prudentia est motor”. La prudenza è una virtù ed ogni virtù spinge all’azione. Questo dà il ben servito agli eroi del “quieta non movere”, ai cosiddetti “santoni della prudenza”, a quelli che dicono sistematicamente: «Non mi ci colgono!», «Non voglio seccature! », confondendo la prudenza col barcamenarsi, col fuggire, in ogni caso, ogni responsabilità e ogni lotta. No, questa non è prudenza, ma inerzia, pigrizia, sonnolenza, passività, parenti tutte di quella cosa brutta che si chiama viltà. La prudenza esclude lo zelo cieco e l’audacia pazza, ma vuole l’azione franca, decisa, audace, quando è necessaria. Platone chiamava la prudenza il cocchiere delle virtù; ebbene, il cocchiere, di solito, cerca di arrivare alla meta risparmiando la vita del cavallo, se può; ma se non si può, maneggia la frusta e sacrifica anche il cavallo pur di arrivare e arrivare in tempo. L’uomo prudente – si dice – tiene il giusto mezzo. Sì, ma attenti!, sia davvero il mezzo giusto, perché anche i consiglieri del card. Borromeo predicavano il “mezzo”, ma il «mezzo lo fissan giusto in quel punto dov’essi sono arrivati e ci stanno comodi». È un “mezzo” non geometrico, ma morale; varia secondo i casi e i bisogni; ora agisce da freno, ora da acceleratore; ora spinge a risparmiarsi ora a prodigarsi; ora reprime la lingua, le speranze, le collere, ora le lascia, a ragion veduta, esplodere. Era di questo parere anche Cavour, negli anni in cui i suoi emissari lavoravano per l’annessione della Romagna. Venne a Torino, da lui, Paolo Ferrari, il commediografo, e gli disse: «Conte, laggiù non sappiamo più a chi credere: il Boncompagni predica la prudenza, il La Farina predica l’audacia. Chi, dei due, interpreta il vostro pensiero ed è vostro vero inviato?». «Tutti e due – rispose Cavour – perché occorre un’audacia prudente e una prudenza audace!». Le azioni poi messe in moto dalla prudenza vanno considerate in tre tempi diversi, che si chiamano: deliberazione, decisione, esecuzione. Deliberare vuol dire andar in cerca dei mezzi che conducono al fine; si fa a base di riflessione, di consigli chiesti, di esame. Pio XI diceva spesso: «Lasciatemi prima pensare!». La Scrittura (Sir 32,24) ammonisce: «Figliolo, non far nulla senza consiglio». Il buon senso popolare cobra tutto questo, ripetendo: «Quattro occhi vedono meglio di due», «Chi falla in fretta, piange adagio », «Presto e bene raro avviene », «La gatta frettolosa ha fatto i micini ciechi». Decidere vuol dire: dopo aver studiato i vari mezzi possibili, mettere la mano su uno: «Scelgo questo, è il più adatto o l’unico realizzabile! ». Non è prudenza l’eterno altalenare, che sospende tutto e lacera l’animo con l’incertezza. Gesù ha preso con forza e coraggio le sue decisioni. Era in Galilea, si avvicinava l’ora di partire, «firmavit faciem suam ut iret in Jerusalem», dice s. Luca, «decise con fermezza di andare» (Lc 9,51). Era nell’orto, ciò che doveva fare gli pesava molto, pregava aiuto; ad un certo punto si alza, sveglia gli apostoli e dice: «È giunta l’ora... Alzatevi, andiamo! » (Mt 26,46). Non è sempre prudenza aspettare, per decidere, l’ottimo; si dice che «la politica è l’arte del possibile»; in un certo senso è giusto. Eseguire è il più importante dei tre tempi; la prudenza qui si associa alla fortezza nel non permettere lo scoraggiamento davanti alle difficoltà e agli impedimenti. E il momento in cui uno si rivela capo e guida. A questo momento alludeva Filippo il Macedone, quando asseriva: «Meglio un esercito di timidi cervi guidati da un leone, che un esercito di forti leoni guidati da un cervo! ».
Opera Omnia, 3,145-147


::: Verso la Beatificazione :::
Beati insieme: perchè no?

Da un po’ di tempo mi frulla in mente una domanda: e se Giovanni Paolo I venisse beatificato insieme a Giovanni Paolo II? Sarebbe una gioia immensa per la Chiesa e una festa per il mondo intero. Vedremmo accomunate due santità diverse, eppure espressione e dono dello stesso Spirito che soffia dove e quando vuole. Ma soprattutto come vuole! Ambedue hanno testimoniato in maniera inequivocabile – e questo il popolo di Dio lo ha subito compreso per papa Luciani come per papa Wojtyla – l’amore a Cristo dell’apostolo prediletto, Giovanni, ma anche il coraggio intrepido dell’Apostolo delle Genti, Paolo. Nel loro duplice nome, il programma della loro vita, prima ancora che del Ministero petrino. Sono poi due figure che sentiamo particolarmente “nostre”: l’uno perché nato e cresciuto tra le nostre montagne, quasi frutto maturo di una terra generosa e feconda di personaggi luminosi; l’altro perché tra i nostri monti ha desiderato, per diverse volte, rinfrancare il corpo e lo spirito, divenendo per tutti un dono inestimabile di umanità e di fede. Tanto diversi, dicevo, ma accomunati da un grande amore: Gesù Cristo e la sua Chiesa. Così si esprimeva Giovanni Paolo I nell’omelia di inizio del suo pontificato: «... fatti voce di Pietro, con gli occhi e la mente fissi al suo Figlio, Gesù, proclamiamo nel mondo, con gioiosa fermezza, la nostra professione di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” ». Non possiamo non accostare a questa professione di fede il grido di Giovanni Paolo II, il 22 ottobre 1978: «Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Lui solo sa quello che c’è nel cuore di ogni uomo». E sulla Chiesa, Luciani, nel 1976 nell’omelia di Pasqua diceva: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stessa per lei. Povera Chiesa! Immacolata nel capo, Cristo; assistita dallo Spirito Santo; stupenda per la Bibbia, per i sacramenti e altri mezzi di santificazione; conta anche membra inferme, che si macchiano di colpe. Ci si sta dentro bene se la si ama, se si cerca di migliorarla, ma cominciando da se stessi». Gli fa eco, potremmo dire, Giovanni Paolo II quando parla della Chiesa che aiuta a scoprire la misericordia di Dio: «...La Chiesa professa e proclama la conversione. La conversione a Dio consiste sempre nello scoprire la sua misericordia » (Dives in misericordia, 132). Per non parlare di come i due Papi, con identico, filiale affetto, hanno manifestato la loro devozione a Maria, che – ebbe a dire Luciani – «ha guidato con delicata tenerezza la nostra vita di fanciullo, di seminarista, di sacerdote e di Vescovo», e che Giovanni Paolo II ha additato a tutti, con la parola e gli scritti, come il riflesso più puro della misericordia divina, disseminando di corone del rosario il mondo intero. Due beati insieme? Lo auspichiamo, perché riflettendo sul messaggio della loro vita e cercando di imitarli, ci sentiamo portati a desiderare di essere come loro: camminare sulla vita della santità per essere capaci di mostrare agli uomini un po’ di Dio; e far risplendere questo nostro mondo della Sua bellezza. Di quella bellezza che, sola, può salvarlo. Dio, appunto.
Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore

--- La riflessione del direttore ---
L'Eucaristia, ringraziamento e alleanza

L’Eucaristia è anzitutto ringraziamento. La capacità di dire “grazie” è il segno più chiaro della gentilezza dell’animo, e proprio dalla capacità di dire “grazie” si può essere aiutati a stabilire il valore di un uomo. Un uomo che non ringrazia mai nessuno, che ritiene tutto ciò che riceve come dovuto, che è così ripiegato su se stesso da non accorgersi di ciò che gli altri fanno per lui, è un individuo socialmente difficile, di quelli che di solito cerchiamo di non incontrare. Ma, anche sul piano religioso, io credo che con chi non sa mai dire la parola “grazie” perfino il Signore faccia fatica ad intendersi. Perciò Gesù ha lasciato come testamento ai credenti di radunarsi a celebrare un rito che si chiama “eucaristia”, cioè ringraziamento, tanto aveva paura che i suoi discepoli diventassero ingrati e cadessero nella rozzezza spirituale di chi non eleva mai il suo cuore con gioia al Dio autore di tutti i nostri beni. Sappiamo che il ringraziare è per i nostri animi chiusi e inariditi un’arte difficile. Ma il Signore dell’universo ci è venuto incontro e ha posto tra le nostre mani la sua stessa azione di grazie – la sua “eucaristia” – con la quale possiamo, per così dire, adeguatamente sdebitarci con l’Autore di ogni buon regalo e di ogni dono perfetto (cfr. Gc 1,17), come scrive l’apostolo Giacomo. L’Eucaristia è alleanza. Un’alleanza è sempre una cosa seria, impegnativa, vincolante, anche in questo tempo dove tutto sembra effimero e provvisorio, e dove talvolta sembra svanito il senso della fedeltà agli impegni presi. La serietà, l’impegno di questo fatto, che rinnoviamo nell’Eucaristia, è speciale, eccezionale, sconcertante. È sconcertante per i suoi stessi contraenti. È un patto tra Dio e noi: tutta la religione cristiana è nata da questa strabiliante notizia: che il Dio eterno ha voluto legarsi per sempre alla famiglia degli uomini. Abbiamo bisogno di richiamare spesso questa fondamentale verità: essa ci aiuta a superare ogni peso pessimismo, inevitabile in chi si pone a considerare gli avvenimenti, troppo spesso assurdi, del mondo, e l’enigma della stoltezza umana. L’Eucaristia – il rito della alleanza nuova ed eterna – è dunque l’alimento della nostra speranza, della nostra fiducia pur nelle ore più oscure, nella certezza che alla fine il Dio alleato non manca di intervenire. Questo patto ha il suo mediatore unico e necessario nel Signore Gesù. Per suggellare eternamente questa alleanza c’è voluto il suo sangue: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza » (Mt 26,28). Quel sangue che gli ha consentito di entrare una volta per sempre nel santuario celeste dove resta glorioso quasi a garanzia e anticipazione della nostra sorte (cfr. Eb 9, 11-12). Quel sangue che ritorna presente in ogni Messa sui nostri altari, perché noi tutti lo si possa offrire al Padre, unitamente a Cristo, unico ed eterno sacerdote. È un patto con cui Dio si è legato a noi; e in ogni celebrazione, noi gli ricordiamo le sue promesse e lo preghiamo di affrettarne il compimento. Ma è anche un patto con cui noi ci siamo legati a Dio; e in ogni Messa noi rinnoviamo i nostri impegni: l’osservanza dei suoi comandamenti, l’accoglienza esistenziale del comando dell’amore che li riassume tutti e li sublima, la fedeltà all’unico Dio, senso e traguardo della nostra vita. Come si vede, l’Eucaristia non può mai essere un gesto spensierato, distratto, puramente cerimoniale. Non può neppure ridursi a un semplice gesto di fratellanza tra i partecipanti o di solidarietà coi problemi umani: è l’atto più serio e più impegnativo, che ci coinvolge in profondità e ci collega e ci vincola in un rapporto essenziale col Dio eterno, che incredibilmente ci ama e ha voluto entrare nella nostra storia. Nella nostra preghiera personale non possiamo, a questo punto, non chiedere al Signore, per noi per tutti i cristiani, il dono di un amore sempre più vivo e fedele all’Eucaristia.
don Giorgio


 

 

ultimo aggiornamento 17.07.2007
centro Papa Luciani 2005© - tutti i diritti riservati -