Anno XXI-Ottobre 2004-n.4

Mia madre, mediatrice, sorella

#2 Un corpo sempre per amico

#3 un pastore confortato dalla speranza

#4 Riflettendo, con in uno specchio, la luce del Signore

#6Sempre accanto a Cristo e alla Chiesa

#6 Ho trovato un pupazzo

#7 Laici nella Chiesa

#8 Verso la Beatificazione

Eucarestia e Vita

#10 La Pace, quella vera

#11 Dal Centro Papa Luciani

::: Mia madre, mediatrice, sorella :::

Di Albino Luciani

Se si incorona una statua della Madonna e si viene ad onorarla, ciò vuol dire che si è persuasi che la Madonna davvero è nostra regina, nostra avvocata, nostra mediatrice, interceditrice e che paga la spesa veramente il venerarla, onorarla con giusta devozione. Ho detto, giusta devozione. S. Paolo ha scritto: “Uno solo è mediatore tra Dio e gli uomini e questo è Gesù Cristo”. Mi spiego: io mi metto gli occhiali; se sono occhiali verdi o rossi io vedo tutto verde o tutto rosso. Il Padre eterno guarda noi, per nostra fortuna. Guarda attraverso quell’occhiale che si chiama Gesù Cristo, nostro fratello. Vedendo Maria attraverso Gesù Cristo, così buono, ci vede buoni anche noi, con gli occhi pieni di compassione, pieni di tenerezza. È lui il grande mediatore: Gesù Cristo. In grazia sua noi siamo accetti davanti al Padre. La Madonna cosa ci sta a fare allora? Succede quello che è successo a Cana: a Cana di Galilea, alle nozze, solo Cristo ha fatto il miracolo: ma per sua volontà, l’ha strappato la preghiera di Maria. Anche adesso Gesù Cristo ha disposto, con delicata provvidenza, di essere lui a concedere attraverso la mano di Maria. Dunque: lui, primo; Maria, seconda: è la madre, è la mediatrice;ma è anche la nostra sorella. Anche essa ha avuto bisogno di essere aiutata, di essere salvata; ha avuto bisogno della mediazione di suo figlio Gesù Cristo. * * * Abbiamo sentito le tre etture. Nella prima Isaia arlava di una madre chevergine. Dopo, io anterò o reciterò: “Sempre intatta la sua gloria verginale: Maria ha irradiato sul mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore”. Noi crediamo che la Madonna sia stata vergine, anche se madre. Gesù Cristo non ha avuto nessun padre; è stato concepito di Spirito Santo. Qualcuno salta fuori adesso e dice: “Sì, è scritto così; ma “concepito di Spirito Santo” vuol soltanto dire che è stato concepito come noi; però, più che su qualunque altro uomo, in Gesù Cristo si è riversata un’abbondanza straordinaria di Spirito Santo”. Mi dispiace: non si può accettare. Il corpo di Cristo è passato attraverso a pietra del sepolcro ed è entrato nel cenacolo enza he la porta fosse aperta, ha potuto passare anche attraverso il corpo della Madonna senza lederne la verginità. È duro; è mistero, è miracolo; però una religione senza miracoli e senza misteri è scienza. Il Signore vuole che non tutto sia capito da noi. È facile inginocchiarsi col ginocchio; è molto difficile inginocchiarsi col ginocchio della mente davanti a Dio. Io dico: “Signore, non capisco, ma accetto”. Noi accettiamo il mistero, il miracolo della verginità di Maria, della Madonna. La seconda lettura, da s. Paolo. Un passo stupendo; pare che s. Paolo abbia registrato la prima parola di Gesù Cristo, entrando in questo mondo: “Vengo, Padre, a fare la tua volontà”. Le prime parole, parole di obbedienza. Sentiamo le ultime. Sulla croce, le ultime parole: “Padre, tutto è consumato”. Tutto è fatto; ho obbedito in tutto. Comincia e finisce la sua vita con professione esplicita di obbedienza. E, in mezzo, in mezzo a queste due parole tutta la vita di Cristo è stata obbedienza, obbedienza a Dio ed obbedienza anche agli uomini. “È mio cibo, questo: fare, o Padre, la tua volontà”, anche quando gli pesava moltissimo; si è voltato infatti dall’altra parte (come avesse a bere un bicchiere di ricino) esclamando un giorno: “Padre, il calice, che mi hai dato... Sia fatta la tua volontà”. E ha obbedito anche agli uomini, a s. Giuseppe. Ha obbedito anche all’autorità civile. Il papa, l’altro giorno, in un discorso, ha citato il capitolo 17 di s. Matteo: l’episodio delle tasse in Cafarnao. Trovano s. Pietro sulla strada e gli dicono: “Bada bene: tu e il tuo maestro non pagate le tasse”. “Certo”, dice Pietro, ma il poverino non ha un soldo. Allora arriva in casa dov’era Gesù Cristo, e gli dice: “Fuori ci stanno quelli delle tasse”. E Gesù a Pietro: “Pietro, chi paga le tasse? I sudditi del re o il figlio del re?”. “Signore, è chiaro: i sudditi”. E allora? Io che sono Figlio di Dio, dovrei pagare le tasse? Però, Pietro, perché non dicano che siamo dei contestatori, dei disobbedienti all’autorità, va’ al lago, getta l’amo; il primo pesce che tiri fuori, sventralo: troverai uno statere”, cinquecento lire, pensate: non aveva neanche cinquecento lire in tasca, “e paga le tasse per te e per me”. È significativo: per me. Ha fatto una pesca miracolosa per paura di passare da contestatore dell’autorità civile e religiosa, umana. * * * La Madonna, nella terza lettura, è consonante, è sulla stessa linea. “Si faccia di me secondo la tua parola” ha detto. Al concilio abbiamo citato sant’Ireneo ed altri padri; abbiamo detto: “L’obbedienza della Madonna insieme alla fede della Madonna, ci ha salvati”. Guardate: nel Paradiso terrestre c’è Adamo, un albero, Eva, Eva disobbediente: siamo persi. Dove si volta, si capovolta la situazione? Sul Calvario! Gesù Cristo al posto di Adamo; la croce al posto dell’albero; Maria al posto di Eva e siamo salvati; ma attraverso l’obbedienza. Posso domandare a tutte queste brave persone che per carità non cancellino l’obbedienza dalla lavagna delle virtù cristiane? Oggi si vuole cancellata l’obbedienza. I figli bisogna che si sforzino di obbedire ai loro genitori, ai loro maestri, ai loro professori. I sacerdoti che predicano l’obbedienza, devono obbedire al loro vescovo, al papa; le suore devono obbedire alla loro superiora. E non mettetevi in testa che il Signore domandi una obbedienza per suo vantaggio; il Signore, se domanda qualcosa, è sempre per dare; torna conto a noi, non a lui. “È a nostro vantaggio”! Il Signore ha messo qualche stop; il nono comandamento, per esempio: “Non desiderare la donna d’altri”. Si fa un po’ di fatica, ma torna conto a noi. Quanta pace nelle famiglie se si sta a posto! Certe tempeste che si vedono è perché non si è osservato lo stop; si è andati avanti lo stesso. Non è quindi a vantaggio del Signore, ma unicamente a vantaggio nostro. Ultima lettura: l’angelo, la Madonna, il sì della Madonna! Essa ha avuto fiducia in Dio, si è fidata di Dio. E questa è tutta la base della nostra redenzione: credere! Quando S. Elisabetta la incontra esclama: “Fortunata, fortunata, perché tu hai creduto”. Posso dire altrettanto di voi, miei fratelli? Fortunati se starete saldi nella vostra fede, specialmente in questi tempi.

Dal discorso per il 50 ° dell’ incoronazione dell’Immagine della Madonna di Follina (TV) il 26 settembre 1977 Ora Omnia 5, 260-262

::: Un corpo sempre per amico :::

Caro Don Albino, fra le tante “Giornate” che la società civile dedica ogni anno ai tanti problemi della salute – e quindi anche alle persone che soffrono per malattie invalidanti – se n’è aggiunta di recente un’altra per combattere l’obesità. Sarà forse per un fatto strettamente (si fa per dire) personale, ma questa cosa, che inizialmente poteva suscitare fastidio o ilarità, alla fine si è rivelata interessante e utile per più di un motivo. Anzitutto perché è giusto che se ne parli: l’allarme infatti viene da un ambiente scientifico che si preoccupa molto per le dimensioni che il fenomeno ha raggiunto in Italia e nelle nazioni del benessere. Si punta quindi sulla informazione e sulla prevenzione, attivando i canali che raggiungono in modo convincente anche i giovani, vittime indebolite da una pubblicità ingannevole e da uno stile di vita che si va consumando tra il frenetico e il pantofolaio. Mi dirai: ma che discorso è questo? Cosa possiamo fare noi nel contesto di una giornata che vuole combattere il sovrappeso? Vedi, anche tu, sul Gazzettino, scrivevi al costo non indifferente di una notte in bianco, pur di trovarti con qualche amico in più. Faccio da anni qualcosa del genere anch’io con Il Resto del Carlino e ultimamente ho preso “Lo spunto” (si chiama così la rubrica settimanale), proprio dalla Giornata dell’obesità che ancora non si fa dappertutto. giudicare dal fatturato che registrano le palestre, le farmacie, le erboristerie e i centri estetici, non si direbbe che noi italiani andiamo trascurando il nostro corpo; per la verità, c’è chi suda le proverbiali sette camicie per un fisico mozzafiato e chi se ne fa un baffo della sua taglia forte o fortissima. Un amico mi ricordava ieri che se conosce dei magri che mangiano molto, non si ricorda di un grasso che mangia poco: poveretto! Anche lui è una vittima della moda da scheletrati che sta facendo la fortuna di quelle Ville dei Tigli che accolgono e curano a buon prezzo le modelle di ritorno. E pensare che tanti amici in soprappeso sono dei capolavori di tenerezza, sensibilità, umorismo e generosità! Meno male che per noi una persona non è soltanto il suo corpo, perché altrimenti san Tommaso d’Aquino o il beato Papa Giovanni XXIII sarebbero rimasti fuori dal Paradiso degli “allineati” e insieme a tanti amici. La nostra forza è altra, come lo è la nostra grandezza, amabilità, simpatia e durata. Aver cura della salute è un dovere; difendere e migliorare la propria immagine - creati ad immagine e somiglianza di Dio! - è insieme un dovere e un diritto; ma puntare tanto o addirittura tutto su quello che il serafico Francesco chiamava Fratello sino (il corpo), è come ire: mi candido al fallimento totale. Quando Gesù ha guarito i dieci lebbrosi e si è trovato con un solo grato ai suoi piedi, non ha detto “Va’ che sei guarito!”“, ma: “Va’ in pace, perché sei salvato!”. Il corpo è per il viaggio, ma la vita è per sempre. E noi la vogliamo bella come la tua. Con affetto.

Don Licio

::: Un pastore confortato dalla speranza :::

Un pastore confortato dalla speranza

1) Eminenza ha conosciuto il Cardinale Luciani o Papa Giovanni Paolo I? Non potrei dire di aver conosciuto il Cardinale da vicino. Ricordo che, avendo io preso parte a quasi tutti i Sinodi dei Vescovi, del Patriarca di Venezia avevo una certa conoscenza, che si fece un po’ più profonda quando egli venne eletto Successore di Pietro. Come Vescovo Segretario del CELAM assistetti all’Eucaristia per l’inizio del Pontificato e fui attratto fortemente dalla sua personalità, che rapidamente conquistò il mondo, grazie alla sua cordialità. Allora lessi con piacere ed ammirazione il suo libro “Illustrissimi”, che mi colpì per la chiarezza nell’approfondire i temi affrontati attraverso una ricca ed espressiva sintesi, che mostrava la statura di un catechista che dialogava facilmente con la gente. Capisco che il suo modo conciso e trasparente di esporre i temi era anche una scelta di brevità per limitare la fatica di catechesi lunghe e che questo era necessario per la sua salute, a motivo di malattie polmonari, di cui aveva sofferto da giovane. Presto alcuni temi del suo libro “Illustrissimi” emersero nelle catechesi del mercoledì, e ciò mi sembra che manifestasse l’interesse di elaborare, in una forma più personale, i suoi interventi, quando, all’inizio del suo Pontificato, così breve, non aveva avuto il tempo di concertare una metodologia funzionale. Le sue catechesi erano realmente suggestive. Si poteva dedurre che c’era stata una riflessione previa, propria di un pastore sperimentato e vicino al suo gregge. Questa era la fama che il Patriarca si era guadagnato in poco tempo a Venezia. 2) Come ha accolto la Elezione di papa Luciani a Sommo Pontefice e che impressione Le ha fatto nei 33 giorni di Pontificato, e quale segno, secondo Lei, ha lasciato nella Chiesa e nei Cristiani? Ricevetti con piacere la notizia della sua elezione come Successore di Pietro, e fu il Cardinale Anı´bal Muñoz Duque, Arcivescovo di Bogotà, del quale ero Vescovo ausiliare, a delinearmi i tratti del profilo di questo Papa, che era stato appena eletto nel Conclave. Pochi furono i giorni in cui rimasi a Roma all’inizio del suo Pontificato. Da lontano tuttavia si poteva vedere come egli andasse guadagnando sempre più simpatie, grazie alla sua tempra umana, tranquilla, dal ben definito carattere pastorale. I mezzi di comunicazione lo presentavano come il Papa del sorriso e fu un’immagine che si diffuse rapidamente. Tuttavia dobbiamo proteggerci da una facile assimilazione a

questa immagine, come se potesse togliere valore alla sua preoccupazione per la Chiesa, alla sua conoscenza delle situazioni e alla immensa mole delle sue responsabilità ed è questo che ho potuto apprezzare personalmente e direttamente. 3) In quali occasioni ha potuto dialogare con Papa Luciani? L’unica volta che ho avuto l’altissimo onore di una Udienza, come un grande privilegio, fu in occasione della imminente celebrazione della Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano, che si sarebbe realizzato a Puebla de Los Angeles, in Messico. Credo di essere stato uno dei pochi Vescovi latinoamericani, se non l’unico, ad avere questa fortuna, poiché il brevissimo tempo che il Signore gli concesse di servire la Chiesa come Vescovo di Roma fu in buona parte un periodo di vacanze, durante il quale pochi si recavano in Vaticano dall’America Latina. Ottenni tale Udienza nella mia qualità di Segretario della Conferenza di Puebla e mi sembra che sia stata la sua prima disposizione, quando fu eletto Papa, quella di convocare di nuovo la Conferenza di Puebla e di confermare i Presidenti e il Segretario generale. Se non erro, credo che l’Udienza si sia tenuta il 16 settembre 1978. La IV Conferenza generale doveva inaugurarsi il 12 ottobre. Conservo ancora molto vivo il ricordo di questa lunga Udienza così speciale. Il papa Giovanni Paolo I aveva deciso di registrare il suo discorso inaugurale, che sarebbe stato presentato per televisione dalla Conferenza, poiché non sarebbe stato presente personalmente. Ne aveva già registrato una parte. La prima cosa che mi colpì fu la sua estrema cordialità nel ricevermi, quasi come se io fossi un collaboratore conosciuto. L’Udienza si svolse in un clima di confidenza e di dialogo. Numerose furono le domande che mi rivolse, poiché desiderava avere una informazione completa e dava alla Conferenza una grande importanza. Ovviamente non devo rivelare il contenuto del dialogo, per un semplice senso di fedeltà, però posso dire che fui colpito dalla sua preoccupazione e dal suo grande amore per la Chiesa, dalla conoscenza dei suoi problemi, che notoriamente lo preoccupavano. Nulla appariva di un pastore permissivo o, per così dire, conciliante, ma piuttosto di un pastore convinto dell’unità nella verità, nella comunione, nella disciplina. Non erano semplicemente domande di circostanza o di carattere funzionale o organizzativo, ma di fondo. Feci il possibile per rispondere alle domande postemi, iniziando dal cammino intrapreso fino all’elaborazione del documento chiamato “di lavoro”, che da alcune settimane era stato inviato ai partecipanti. Durante tutta la lunga Udienza si era manifestata la preoccupazione e la speranza di un Pastore per il quale questioni vitali dell’America Latina, che aveva recentemente visitato, non erano affatto sconosciute. Credo che la sua evidente preoccupazione per la Chiesa, con una chiara visione, era confortata dalla virtù della speranza, della quale avrebbe parlato n una elle Udienze del mercoledì. Credo che quella

pace dello spirito era profondamente dovuta a questa virtù e alla sicurezza che la Chiesa di Cristo onta sulla certezza ella sua presenza pasquale.

4) È iniziata la Causa di Beatificazione e noi speriamo possa concludersi presto, lo speriamo anche con la Sua preghiera e amabile benedizione. Ho cercato di informarmi meglio sulla vita del Papa Luciani. Due volte sono stato invitato nell’Istituto che opera laddove egli plasmò il suo profilo di Pastore, prima di recarsi a Venezia. In questa città ho raccolto gli echi della sua attività di Pastore e della sua fama di santità. Per questo non mi meraviglia che la Causa di Beatificazione di questo Servo di Dio e servitore della Chiesa sia stata iniziata con entusiasmo e spero che giunga presto al termine, poiché è facile percepire che nella vita del Papa Luciani il primo posto era occupato dal Signore, per il quale visse fedelmente. Lo Spirito Santo ha diffuso e non cessa di diffondere e sue grazie nei api che anno governato che governano la barca di Pietro con amore e con santità.

don Ettore Fornezza

::: Riflettendo, con in uno specchio, la luce del Signore :::

Padre Roberto Busa presenta il libro Mio fratello Albino di T. Fallasca
Articolerò ciò che vorrei dirvi in tre capitoli. Primo “Un catino di ghiaccio”; secondo: “Cantando sotto la luna”; terzo: “Il tutto e il nulla”. Non abbiate paura, ché non è filosofia, bensì soltanto una mia traduzione del Todo y nada di san Giovanni della Croce.
Primo: “Un catino di ghiaccio”.
Dunque, dovete sapere che io so­no montanaro, nel senso che mio nonno paterno viene dall’altopia­no di Asiago, esattamente da Lu­siana. Sono nato a Vicenza e mio padre era un impiegato delle Fer­rovie dello Stato e veniva trasferito da una città all’altra: nel ‘17 a Genova, durante la guerra, nel ‘18 a Bolzano, nel ‘21 a Verona. Poi, dopo alcuni passaggi, arrivò a Belluno, e io a Belluno sono entrato in seminario, nel 1928, in prima li­ceo. E fui in classe proprio con don Albino Luciani. Io vi facevo la figu­ra della mosca bianca: i compagni mi chiamavano “il cittadino”, “il bocio” cioè “il ragazzo”... “Il citta­dino”. Perché? Perché tutti gli altri, provenienti dalle valli di Belluno e Feltre, erano nati e vissuti nello stesso paese e anche i loro genitori e i loro nonni erano sempre vissuti nello stesso paese. Quell’inverno, del ‘28-‘29, fu un inverno di freddo eccezionale. Ri­cordo a Belluno un metro e mezzo di neve in piazza Campitello. Noi avevamo una fila di letti in uno stanzone, io ero in fondo, ultimo della fila, prima c’era don Dante Cassoli, e poi don Albino. Ai piedi del letto avevamo cati­no e brocca, come si usava a quei tempi, e il camerone non era ri­scaldato. La mattina ci svegliavano alle cinque e mezza, e per lavarci bisognava rompere il ghiaccio che si era formato nel catino… e io per cinque minuti perdevo la vocazio­ne! “No, no, no, non con l’acqua gelata! Torno dalla mamma che mi prepara l’acqua calda!”. Per mia fortuna, dopo lavato, tornava subi­to la vocazione, ogni giorno! Ave­vamo mezz’ora per vestirci, lavarci e rifare i letti: don Albino faceva tutto in dieci minuti e impiegava gli altri venti minuti a leggere. Ricordo che leggeva di tutto, per esempio i libri edificanti del pa­dre Croiset, gesuita francese; ma lesse anche tutto Goldoni, che pu­re, dopo un po’, diventa noioso perché ripete gli stessi tipi di eventi teatrali. E continuò sempre a leg­gere molti libri, tra cui vari testi di letteratura francese del 1800. Leg­geva, ricordava e semplificava. Os­sia essenzializzava. E giudicava. Leggeva di corsa e ricordava per sempre. I frutti di queste letture li trovate nel suo libro Illustrissimi. A Venezia, una mattina mi mo­strò un articolo di una rivista di teo­logia (ne leggeva tante) edita da miei confratelli, e mi disse: “Que­sto non è detto correttamente”. Era andato al di là delle parolone altisonanti, e ne aveva centrato il nucleo con quelle semplici, corren­ti e comuni parole che erano la sua caratteristica. Ricordo che quando lo seppi Papa, e lessi che qualcuno sui gior­nali lo aveva definito un “buon par­roco di campagna”, mi dissi: “Sì, sì, aspettate che tiri fuori le un­ghie!”, pensando a Eb 4,12: “Vi­vus est sermo Dei et efficax et pe­netrabilior omni gladio ancipiti”. Fatto sta che alla fine di quell’anno scolastico, veramente a me piangeva il cuore a lasciare il seminario per tornare a casa a fare vacanza, perché la compagnia di quei giovani, che erano pulitissimi, intelligenti, birbanti, simpaticissi­mi, era una cosa meravigliosa.
Secondo: “Cantando sotto la Luna”.
All’inizio degli anni di Teo­logia, dal camerone ci trasferiro­no ognuno in una stanzetta, sotto il tetto, da quella parte del semina­rio che era confinante con la chie­sa di San Pietro. Era una specie di mansarda. In seminario era ovvia­mente proibito fumare, ma il no­stro compagno don Costante Pampanin (già morto anche lui), che noi definivamo “una sago­ma”, diceva: “In seminario è proi­bito fumare, però non fuori!”. Al­lora nelle sere tiepide uscivamo da un abbaino sul tetto, ci sedevamo sulle tegole e cantavamo – che bello! – al riparo del campanile di San Pietro, mentre don Costante fumava. Prediligeva dei pezzi di sigaro. Vi dirò che in seminario ho imparato a studiare! Perché durante le ore del pomeriggio del pomeriggio, in camerata, per non sentire l’appeti­to ed evitare di domandarsi in con­tinuazione: “Quanto manca alla ce­na?”, bisognava studiare per forza. E lì ho imparato quel metodo di studio al quale attribuisco tutto quello che poi sono riuscito a fare. Il nostro prefetto, subito, durante la prima estate, mi invitò a casa sua per alcuni giorni. Egli era di Valla­da, un paese in cima a una piccola valle confluente a Forno di Canale; da Forno si poteva raggiungere Vallada solo a piedi. Per cui si com­binò che, arrivando da Belluno, io pernottassi da don Albino. Conob­bi casa sua e la sua famiglia. Non ne ricordo nulla. Mi è rimasta solo una vaga immagine di sua madre, che oggi traduco così: due occhi che “trapanavano”, poche e since­re parole che tradivano tanto pen­sare severo e buono. A Vallada presi parte anch’io al­le fienagione in montagna: falcian­do l’erba venivano in luce i buchi fatti dai calabroni: al termine di un cuniculo vi era il favo a sfera, con un miele che ricordo fluido e cri­stallino come un liquore. Dopo cinque anni, in seconda Teologia, nel 1933, chiesi al ve­scovo, monsignor Giosuè Catta­rossi, un friulano forte, di andare missionario gesuita. Mi disse di sì. Anche don Giuseppe Strim, di Fal­cade, che era già in terza Teologia, glielo chiese e ne ebbe egli pure un sì. Poi anche don Albino, che era parente del celebre padre Felice Cappello dell’Università Gregoria­na, chiese al vescovo di farsi gesui­ta. Ma egli ebbe un “no”: altro esempio di come il Signore gioca con gli uomini così che paia che il loro futuro dipenda da loro. Lasciai il seminario. Come ge­suita fui ordinato sacerdote il 30 maggio 1940 a Chieri, in Pie­monte. Il 14 giugno rividi in seminario a Belluno i miei compagni già sacer­doti e con loro don Albino, già pro­fessore in esso. Poi lo rividi durante la guerra in Roma, all’Università Gregoriana, quando vi venne per la difesa della sua tesi: il papa Pio XII lo aveva di­spensato dalla frequenza. Passarono gli anni. Da vescovo a Vittorio Veneto egli mi chiamò (15-18 marzo 1960) perché predicassi un ritiro spirituale a suoi seminaristi.
A causa dei lavori con la Ibm per l’Index Thomisticus, dal 1967 al 1969 fui a Pisa e poi dal 1969 al 1971 in America, a Boulder, nel Colorado. Da là, nel gennaio 1971 mi trasferii, con trenta tonnellate tra carta e nastri magnetici, a Ve­nezia, dove egli come patriarca era arrivato l’anno prima. Quando il cardinale Giovanni Battista Monti, vescovo a Vittorio Veneto, aveva accettato la presidenza del comita­to promotore dell’Index Thomisti­cus (alla sua morte gli succedette il cardinale Carlo Maria Martini). Il 2 maggio 1977, a Venezia, presso la Fondazione in San Gior­gio, il patriarca Luciani com­mentò, alla chiusura della cerimo­nia, il significato dei 56 volumi dell’opera, della quale la allora Banca Cattolica del Veneto, diretta dal dottor Vahan Pasargiklian, gli aveva fatto dono per il seminario. A Venezia io, assorbito dal com­pletamento dei 56 volumi dell’In­dex, non presi parte alla vita né cattolica né culturale della città. Gli feci visita parecchie volte: mi dava appuntamento alle 7,30 del matti­no, quando, dopo le preghiere, ini­ziava la sua giornata di lavoro. Dopo che fu eletto Pontefice, il mercoledì 13 settembre gli presen­tai in Roma la direzione e le mae­stranze della ditta Borghi Trasporti (i signori Melloni, Ognibene e Vale­ra) che avevano graziosamente tra­sportato tutte le sue cose personali da Venezia a Roma (ricordo che con i Carabinieri avevano provve­duto a garantirsi contro furti di do­cumenti e di souvenir), così come per trent’anni avevano graziosa-mente provveduto ai tanti trasporti dell’Index Thomisticus. Fu l’unico Papa – li conobbi tut­ti da Pio XI in poi –cui potei dare del “tu”. Il mattino del 30 settembre, tutti noi compagni di classe eravamo stati convocati per concelebrare in Vaticano con lui nella sua cappella privata: ma egli ci fu compresente dal cuore di quel Dio che è in terra, in cielo, in ogni luogo, quando cia­scuno di noi nella sua sede celebrò, addolorato, per lui, defunto il gior­no prima.
Terzo: “Il tutto e il nulla”.
Per ul­timo, chiedo a voi se vi siete accorti che io non ho raccontato alcun aneddoto o fatto particolare su di lui. Ciò è dovuto al fatto che dopo i cinque anni del nostro seminario ci siamo frequentati pochissimo e saltuariamente. Ma perché anche dei cinque an­ni non ho ricordi né puntuali né co­loriti? La prima volta che la dotto­ressa Falasca mi intervistò, le dissi che don Albino per me era un vetro trasparente e non una vetrata colorata. Ci ripensavo la notte scorsa. Cos’è la trasparenza? Già Aristotele se lo chiedeva (diaphá­neia). E vi ricordate Manzoni in La Pentecoste: “Come la luce rapida / piove di cosa in cosa, / e i color vari suscita / dovunque si ripo­sa...”. La luce è una realtà miste­riosa, umile, che fa vedere non sé stessa ma tutto il resto: i nostri oc­chi vedono quei raggi di luce che, rimbalzati su qualcos’altro, arriva­no a essi: il cielo è buio di notte, benché nello spazio ci sia luce, quando a noi non ne arriva alcun raggio. Eppure essa è tanto in sé stessa piena di colori da riuscire trasparente. Se dalle frequenze fisiche e cor­poree della luce passiamo alla no­stra intelligenza, vediamo che an­ch’essa è trasparenza della realtà, ma non più frequenza fisica, bensì forza del nostro “io” personale e sostanziale. Nel più profondo di ogni “io” che sia in grazia di Dio, vi è la mistura (d’amore) come quella di gocce d’acqua che perse nel vino ne diventano partecipi e poten­ziate: è il matrimonio della forza teologale della “carità” tra una persona d’uomo e Dio “appro­priato” alla Sua Terza Persona, lo Spirito Santo. Il senatore Andreotti ci ha or ora riferito che qualcuno ha defini­to “scolorita” la personalità di pa­pa Luciani. Scolorita sì, ma come la luce e la forza della luce. La sem­plicità sintetica di don Albino era ovviamente una commistione tra la sua personale intelligenza e la in­vasione in lui dello Spirito Santo: dove il tutto è il nulla, perché non è che amore tra Dio e i suoi figli: tut­to l’altro, se non è amore eterno è nulla, cioè, come dice l’Apocalisse, è la morte seconda. Ho detto “una commistione”: mi era venuto in mente di dire “un cocktail”, ma mi son frenato, per­ché sarebbe proprio stato irrive­rente. Ma ora, tra pochi momenti, un vero cocktail è quello che vi aspetta. Comunque, se la forte, sempli­ce, sintetica e ricca luce che fu don Albino, sia da qualificare en­tro le realtà mistiche e in quale gradino, non sono io in grado di appurarlo.

Da 30GIORNI n. 9 settembre 2004

:::Sempre accanto a Cristo e alla Chiesa :::

“De Maria numquam satis” diceva S.Bernardo. Così Luciani, devoto della Madonna, era inesauribile, e volentieri parlava di lei, madre di bontà e misericordia. Dopo un pellegrinaggio a Lourdes (1971) scrive: “Quanto pregare a Lourdes! Alla grotta, nelle basiliche, nelle processioni, per le strade, nelle carrozzelle dei malati, nei letti degli ospedali... Quanti rosari recitati a Lourdes! Fa piacere notare che la preghiera a Lourdes è sentita come diritto, forza e bisogno. La Madonna, per volontà di Cristo, è accanto a lui, incaricata di dispensare le grazie e desidera che venga soprattutto messa in risalto la misericordia di suo Figlio”. Per i 60 anni dalle apparizioni della Madonna di Fatima (1977) scrive: “Il messaggio di Fatima è che bisogna pregare. Non solo per chiedere benefici per la salute, per il posto di lavoro e per la carriera, ma anche per la conversione dei peccatori e riparare le offese fatte a Dio.... L’altro messaggio è che bisogna fare penitenza, cioè convertirsi. Quanto è necessaria la penitenza in questi tempi, nei quali l’andazzo del mondo e la propaganda fanno credere che tutto consista nel mangiare bene,nel vestire elegante, nel divertirsi tanto”. Nella Basilica di Pompei, nell’omelia Luciani dice (1975): «Reputo vero privilegio poter essere oggi qui anch’io, povero uomo, tra migliaia di devoti, a rendere omaggio alla Madonna ed a parlare del rosario». E continua: «La strada percorsa dalla Madonna è la strada nostra. Anche per noi c’è uno sbocco di risurrezione e di gloria». In una omelia nel Santuario di Motta di Livenza (1961) dice: «Questo è un luogo dove si viene a fare provvista di coraggio, dove l’anima risorge, si riveste di festa; casa di Dio e della Madonna, ma soprattutto casa nostra, necessaria per noi». E aggiunge: “Felice il popolo che ha il Signore per suo Dio (sal. 144)... La gente avrà prosperità ma solo se conserva il timore santo di Dio, in tutte le stagioni della vita,in tutti i gradini delle posizioni sociali. Oggi invece si dice: le cose van bene, perché le strade son asfaltate, il reddito aumenta, molti apparecchi televisivi s’accendono, tante macchine corrono... Il Vescovo invece dice: tutte queste cose hanno un’importanza relativa”. Nel Santuario di Follina, Luciani tenne un discorso per il 50o dell’incoronazione della statua della Madonna (1971): “La Madonna, si è fidata di Dio. E questa è tutta la base della nostra redenzione: credere. La fede è un mucchio di verità preziosissime, ma ci sono tanti sorci che rosicchiano, disperdono la fede: certe riviste, certi discorsi, certe idee... Stiamo fermi nella nostra fede: quella del papa e dei vescovi!Quella di sempre! No, alla fede nuova”. Al palasport di Belluno, durante la mariapoli nel 1978, dice: “La Madonna si è fatta santa, la più santa di tutti i santi e non si sa che abbia fatto un solo miracolo da viva, soltanto cose modeste. Quindi per noi la regola è questa: farci santi, con cose modeste, quotidiane, non con azioni straordinarie... Vediamo di mettere tanto amore nelle nostre cose di ogni giorno. Il centro del Cristianesimo è Dio che ci ama. Questo bisogna sentirlo ad ogni costo, altrimenti non capiamo il Cristianesimo” . E conclude: “Io ammiro Chiara Lubich, specialmente per la passione per la Chiesa. Questa passione la trovo in tanti santi e anche in grandi scrittori, come Bernanos che dice: “Se per caso domani mi trovassi fuori della Chiesa, non ci starei neanche cinque minuti, a costo di trascinarmi in ginocchio, carponi, ma farei di tutto per rientrarci”. Per Luciani, Maria è sempre “accanto” a Cristo e alla sua Chiesa. È madre di Cristo e della Chiesa.

Cesare Vazza

::: Ho trovato un pupazzo :::

Sentite cosa ho letto nel libro di Samuele. Davide aveva avuto in sposa Michol, figlia di Saul; questi gliela aveva data per forza. Ancora la prima notte delle nozze, la sposa dice: “Scappa; mio padre ti cerca”. E l’ha calato giù dalla finestra. L’altro cos’ha fatto? Ha preso una specie di pupazzo; l’ha messo nel letto matrimoniale; sul cuscino ha messo non so quale cosa con una treccia di pelo di capra. Ecco che capitano i soldati del re Saul. E dice la principessa: “Sa, mio marito è nella stanza, non sta tanto bene”. “Andiamo a vedere”. Aprono e vedono che è lì: basta. Tornano da Saul. “Perché non lo avete portato?”. “È ammalato”. “Prendetelo lo stesso”. Sono tornati ma non c’era; c’era il pupazzo; l’altro ormai era scappato. Qualche cosa del genere succede anche oggi. Apro un libro che parla di Gesù Cristo; credo di trovare Gesù Cristo e trovo il pupazzo di Gesù Cristo. Ho sempre sentito dire che Gesù Cristo è Dio e uomo; in certi libri, in certe riviste, anche religiose, dicono: no, Gesù Cristo era soltanto un gran brav’uomo, un uomo che fu tutto per gli altri, tutto sociale, tutto per i poveri. Certo che è stato per i poveri, ma era Dio. È venuto soprattutto per salvare le anime. Ho sempre sentito dire che Gesù è redentore; è salvezza delle anime; dà il Paradiso. Adesso trovo scritto che no: è liberatore; ma da che cosa? Libera dalla fame, libera dal sistema; libera dalla repressione ed oppressione. Gli oppressori sono tutte le autorità; e il vescovo per il fatto che è vescovo è anche oppressore; Gesù Cristo libera anche dal vescovo. Ho sempre sentito dire che Gesù è l’agnello, che è morto per noi. Apro un libro recente, di un tedesco, e dice: “È il mito dell’agnello che ha bloccato la rivoluzione; che ha impedito da duemila anni lo scoppio della vera rivoluzione”. No, Gesù Cristo non era un rivoluzionario; anche se le sue idee hanno sconvolto il mondo, d’accordo; ma non ha predicato la rivoluzione. No, Gesù Cristo non era un rivoluzionario. Adesso il Cristo è un altro: sono andato a cercare Gesù Cristo ed ho trovato..., un pupazzo al suo posto. Stiamo fermi nella nostra fede, senza lasciarci scuotere da queste storie, da queste idee che sconvolgono le menti e procurano tanta confusione! Già ai suoi tempi s. Paolo diceva: “Non siate come bambini, fluttuanti, portati via dal vento ingannatore”. Noi non siamo bambini. Dobbiamo stare fermi, saldi nella fede dei nostri padri! Trilussa era un poeta romano; ha scritto una poesiola che dice così: Credo in Dio Padre onnipotente, ma... Ciài quarche dubbio? Tiettelo per te. La fede è bella senza li “chissà”, senza li “come”, senza li “perché”! Saldi quindi nella fede, nella fede antica: quella del papa, quella di sempre!

Opera Omnia, 5, 266

::: I laici nella Chiesa :::

Spesso dal fronte partono le iniziative più indovinate. Durante la Visita PastoraIe il vescovo Luciani andava a trovare gli anziani e ammalati nelle famiglie. In una piccola borgata si erano raccolti tutti nel cortile di una grande casa. Avevano allestito un altare con le tovaglie bianche, i fiori freschi e profumati di montagna, e tante sedie. Il Vescovo, passando sotto archi di sempre verde, venne accolto da un canto di festa. Poi un anziano disse:

- Signor vescovo, è la prima volta che vedo un vescovo venire qua nella mia casa, in questo cortile dove passano le mucche, le galline, e dove i nostri figli giocano... è un grande onore… noi non siamo degni... , noi siamo povera gente, cristiana sì, ma non abbiamo studiato... Sia il benvenuto tra noi…
In quel momento una lunga fila di pulcini, accompagnati dalla chioccia, attraversarono il cortile, mentre una gallina cantava il suo coccodè… tra il sorriso di tutti.
E il Vescovo:
- Come è bello vedere i pulcini accompagnati dalla chioccia… Noi qui, in questo cortile, siamo la Chiesa di Dio, la famiglia delle persone amate e fatte buone dal Signore.... Popolo privilegiato, dai destini vastissimi: nella Chiesa tutti camminano per la stessa via: i laici, il vescovo e il sacerdote. Vedo tante brave signore sereno, uomini con i calli sulle mani, anziani arrivati alla stagione del raccolto, i figli seduti buoni e attenti... Io a volte penso: Quando morirò, spero di andare in paradiso, quando vi entrerò, io vescovo sarò messo appena dietro la porta e vedrò tante mamme e papà molto in alto, molto in alto più vicino a Dio... perché a me vescovo il Signore domanderà conto di più...
- Allora siamo brava gente anche noi... che abitiamo quassù fra le montagne!?
- Certo; vi dico anche che spesso dal fronte partono le iniziative più indovinate. La storia della Chiesa è piena di messaggi, di compiti apostolici affidati da Dio a poveri fanciulli, a giovinette, a donne. Caterina da Siena, Caterina da Genova, Brigida di Svezia, le due Matilde, le due Gertrudi, le due Terese, Angela da Foligno, Margherita Alacoque, Bernardetta Soubirous e i fanciulli di Fatima sono pochi nomi tra migliaia. Quante opere di carità e di apostolato, quanti Ordini e Congregazioni religiose hanno avuto origine da un’ispirazione ricevuta da uomini e donne allora laici! Molte feste, devozioni, fondazioni di Santuari e di pellegrinaggi dipendono l’esistenza da apparizioni o da iniziative di anime semplici e docili allo Spirito.
- Una volta si andava tutti al vespero e il parroco spiegava il vangelo e poi a casa i nostri genitori lo insegnavano a noi... e non si andava a dormire se non si recitavano tutte le preghiere... e guai mancare di messa... Ma penso che ora la fede è diminuita...
Luciani continuava:
-Qui da voi le chiese sono tutte piene di pitture della storia sacra... è il libro del Vangelo che tutti possono leggere, il vero apostolo laico cerca le occasioni per annunciare Cristo con la sua parola. “Nella Pentecoste, lo Spirito Santo, oltre che sugli Apostoli, è disceso sulla Madonna, sulle pie donne e sui discepoli”. I padri e le madri di famiglia hanno compiti apostolici; i genitori sono i primi maestri nella fede per i figli, gli insegnanti di catechismo, delle scuole, dall’operaio all’operaio, dallo studente allo studente, dall’impiegato all’impiegato, dall’amico all’amico sono annunciatori del Vangelo di Gesù. La “Divina Commedia” di Dante Alighieri è impregnata di cristianesimo... “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni sono romanzo, storia di povera gente, ma infonde fiducia, fierezza cristiana, rassegnazione virile… ci sono le composizioni del “terribile” Michelangelo, di Palestrina, Haydn, Mozart... I primi teologi della Chiesa sono stati proprio dei laici: Giustino, filosofo, che non volle essere sacerdote e diceva: “semplice numero del gregge di Cristo”, Minuccio Felice, avvocato romano, Erma, Clemente Alessandrino e, per i libri scritti prima della sua ordinazione sacerdotale, Origene… Ario, l’eretico, compose la Thalia, opera scritta almeno parzialmente in versi, perché le sue idee potessero essere imparate, recitate e diffuse anche dai più semplici dei fedeli. Laici erano Prudenzio, Sulpicio Severo, Boezio, Cassiodoro, Cheautobriand, De Maestre, Ozanani, G. Battista De Rossi, Orazio Marucoli, Pastor, Maritain, Guitton, Guglielmo Giorgio Ward, convertitosi dall’anglicanesimo, il quale diceva di sentirsi così “papalino” di non andare a pranzo contento il giorno in cui la posta non gli portasse una nuova Bolla pontificia...”. Era sposato e fu nominato dal Card. Wiseman professore di teologia. La cosa dispiacque a parecchi prelati ed uno di essi manifestò il suo disappunto a Pio IX. Rispose il Papa: “Mi meraviglio che lei sollevi questa difficoltà non avevo mai pensato che I’aver ricevuto il matrimonio, un sacramento che né lei né io possiamo ricevere dovesse impedire a qualcuno di lavorare all’opera di Dio” (Word, DCT, coL 3515).
-Il Parroco fece cenno al Vescovo che bisognava andare anche da altre famiglie; una signora disse forte:
- Rimanga ancora con noi... è bello sentire e conoscere queste… sono cose di famiglia....
Luciani continuò con questo episodio, che spesso raccontava:
- li Padre Lacordaire, predicava a Nostre Dame di Parigi. E ogni giorno Ozanam partecipava alla Messa. Lacordaire pensava: costui diventerà un bravo predicatore nel nostro ordine.
Ma un giorno gli dissero che Ozanarn si era sposato; al che Lacordaire rispose: “è caduto anche lui nella trappola!”. La frase venne risaputa dal Papa, il quale, alla prima occasione, disse: “Senta, Padre, io ho sempre sentito dire che il Signore ha inventato sette sacramenti e lei ora viene a dire che ha inventato sei sacramenti e una trappola!”.
A precedere Adriana Zarri, vivace “teologo in pullover” dei nostri giorni, non mancò qualche donna che non era né monaca, né suora: si può citare – tra altre – Proba, matrona del IV secolo che vi provò a narrare la storia sacra in emistichi presi da Virgilio e la duchessa Dhuode, la quale compose un Liber manualis, che voleva essere manuale insieme del perfetto cristiano o del perfetto aristocratico”. Non va dimenticata Caterina da Siena, che, pur non avendo studiato sui libri, scrisse il Libro della Divina Dottrina e 400 lettere, le quali, per quattro quinti, sono lezioni evangeliche… “Ci sono due sorta di animali, diceva Mersch, vertebrati e invertebrati; questi ultimi, come la chiocciola, non hanno scheletro, ma sono protetti da un guscio esterno”. Ebbene, oggi siamo tutti d’accordo che di cristiani-chiocciola non ce n’é più. Non c’è più il guscio esterno protettivo, e cioè I’ambiente profondamente cristiano di una volta; ognuno deve dunque farsi un proprio scheletro e sorreggersi colla forza di salde convinzioni interne” (BVV 1966, pag. 604).
Ora vi saluto, sono contento di essere stato con voi. Il Concilio insegna: “Tutti i figli della Chiesa... sappiano che il primo e principale loro dovere… è quello di vivere una vita profondamente cristiana. Tutti i fedeli di qualsiasi stato e grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (AG 37).
Luciani ricordava San Francesco di Sales, “il quale – diceva PIO IX – nella Filotea mostrò così piana la via del Signore a tutti i fedeli che da allora la vera pietà (o santità) si aperse il cammino fino ai troni dei re, alla tenda degli ufficiali, ai tribunali, alle donne, agli opifici, ai villaggi dei pastori…”.

don Francesco Taffarel

::: Verso la Beatificazione... :::

Dopo l’apertura del Processo di Canonizzazione di Albino Luciani (23 novembre 2003), molti si staranno chiedendo a che punto sia il cammino…
Anzitutto, come Vice Postulatore, debbo confermare le impressioni dei primi tempi: la figura di Papa Luciani continua ad interessare e a suscitare desiderio di imitazione, soprattutto per quanto riguarda lo spirito di fede e di umiltà.
Mi sono chiesto: che cosa c’è di più evangelico della fede (abbandono totale a Dio e alla sua Volontà) e dell’umiltà (sentirsi ed essere poveri nel profondo)?. Per quanto riguarda questa virtù, Luciani ebbe a descriverla in modo semplice e chiaro ad un giovane bellunese che glielo chiedeva e che così ricorda il fatto: “… Avevo sempre pensato che l'umiltà fosse soltanto quella con cui dobbiamo mostrare agli altri quel costume di vita che ci insegna il Vangelo quando ci viene detto che per essere grandi bisogna farsi piccoli; che non dobbiamo metterci a sedere nei proverbiali primi posti; che non dobbiamo metterci in mostra se nessuno ci chiama; che non dobbiamo fare il bene in modo tale che tutti lo possano ben vedere; che non dobbiamo essere come il fariseo che nel Tempio si confrontava superbo con il povero pubblicano; che occorre saper anche accettare le mortificazioni senza ascendere in smanie. Però il mio direttore spirituale - che avrebbe poi assunto come sua massima, proprio quell"Humilitas" che caratterizzerà il suo stemma di Vescovo, di Patriarca e di Sommo Pontefice - mi insegnò che pur essendo senz'altro necessaria anche la predetta umiltà esteriore quando è sincera e quando soprattutto deve servire per acconsentirci di essere coerenti con l'umiltà interiore, è tuttavia quest'ultima, l'umiltà interiore, che vale, anche se non raccoglie consensi, ammirazione, soddisfazioni terrene: è questa infatti la fondamentale che nessuno vede, nessuno all'infuori di Dio.Fu così che mi accorsi che, fra tutto ciò che abbondantemente ci offre il Vangelo per praticare l'umiltà, non avevo ancora attinto quella parte essenziale dell'umiltà da Lui che è " mansueto ed umile di cuore". È quindi il cuore, cioè la parte veramente interiore di noi, che deve essere la vera sede dell'umiltà, la fonte occulta di ogni atto esterno di umiltà”.
Ebbene, a questa umiltà e semplicità di cuore ci richiama la vita di Giovanni Paolo I e questo è l’invitopiù affascinante, e irresistibilmente, attraente che muove moltissime persone a voler conoscere Papa Luciani, a cercare di imitarlo, a chiedere la sua intercessione.
Non mancano del resto frutti che, soprattutto nella gente semplice, ci dicono che il Papa del sorriso è vicino ed intercede soprattutto per il bene spirituale di chi si affida docilmente ai disegni del Padre. Leggiamo insieme qualche testimonianza:

“…Da allora è passato tanto tempo, ma Albino Luciani è sempre con me, ogni giorno, e l sua presenza è fatta di ascolto, di aiuto, di consolazione, di sorrisi” (dall’Italia).

“…Alle 6.30 mia madre mi svegliò perché dovevo andare a scuola e mi diede la brutta notizia che il Papa era morto…quando seppi che era vero, scoppiai in un pianto dirotto e cominciai a gridare. Ho pianto tutta la giornata. Certamente non andai a scuola…il giorno dopo sono tornata in chiesa per la Messa e da allora in poi non ho più abbandonato la mia fede. Nel novembre 1978 sono andata dal parroco per la confessione dopo cinque anni che non lo facevo più. Quella volta Dio mi aveva chiamato in modo molto dolce e ho detto di sì. Magari la morte di Papa Luciani è stata “necessaria” per accelerare la mia conversione e chissà per quanti altri beni…” (dall’Argentina).

“…Aveva come motto episcopale quello di San Carlo Borromeo “Humilitas”. Credo che tutti quelli che l’hanno conosciuto personalmentepossano dire, con tutta verità, che era veramente e profondamente umile” (dall’Italia).

“… Il suo ricordo è scolpito indelebile nel mio cuore e nella mia mente…Penso che la grandezza di questo Papa sta proprio nell’avere espresso tutto il suo amore per il popolo intero in soli 33 giorni. Il suo pontificato è stato come una meteora che, però, ha lasciato una gran luce, una luce che non svanirà mai. E proprio sotto questa luce mi sento protetto perché un piccolissimo raggio mi ha colpito” (dall’Italia).

“Anche se non vado mai in chiesa, anche se sono partecipe di una generazione senza Dio, quando fu eletto Papa, Albino Luciani mi piacque all’istante. Con la scuola facemmo. Molti anni fa, un viaggio a Forense dove comprai “Illustrissimi”. Mi piacque l’umorismo, lo stile, il vocabolario che corrispondeva ai mezzi linguistici di allora. Il libro è nella mia biblioteca, e lo leggo sempre con tantissimo piacere… Vorrei aderire all’Associazione Papa Luciani…” (dalla Svizzera).
Per il momento ci fermiamo qui: ma è evidente che la figura di Papa Luciani ha significato spiritualmente molto per tante persone, per le quali il nostro “Don Albino” è diventato prezioso strumento della Provvidenza di Dio.

Sac. Giorgio Lise, Vice Postulatore

::: Eucarestia e Vita :::

Come l’anno scorso, anche nel nuovo anno pastorale il Centro Papa Luciani offre la possibilità di incontri mensili di catechesi per gli adulti. Così, in sintonia con il desiderio del Papa che ha chiesto a tutti di riflettere sull’Eucaristia, ogni mese ci sarà un incontro di catechesi sulla celebrazione eucaristica, fonte e culmine della vita cristiana. Vorrei, brevemente, soffermarmi in questa occasione sul fatto che la Messa è anzitutto un “ritrovarsi” insieme: in un mondo dominato dalla fretta, si rischia di vivere gomito a gomito senza accorgerci dei nostri...compagni di viaggio. La messa è ben altro, direte. Certamente: ma anche il punto di partenza è importante e, soprattutto deve essere “vero”. Altrimenti anche il resto corre il rischio i inaridire e di non essere vero. Questo “ritrovarsi” a Messa, impegna ciascuno di noi a concretizzare giorno per giorno, alcune scelte di vita per cui il “ritrovarci” per la Celebrazione dell’Eucaristia sia un autentico “trasferire” nella liturgia il proprio modo di vivere. In altre parole: andiamo a “celebrare” quello che ci sforziamo di “vivere”, in modo che poi quello che abbiamo celebrato diventi vita, in una sorta di mirabile circolo virtuoso. Anzitutto la scelta dell’Attenzione. Significa sviluppare interesse gli uni verso gli altri, verso i poveri e le persone sofferenti. Un concetto che può necessariamente essere espresso in molti modi. Stiamo parlando ella capacità di distruggere tutto ciò che allontana le persone le une dalle altre e che rovina la comunità o la solidarietà. Molti a livello familiare, si comportano già in questo modo. Ci si sforza di sanare ferite, visitare i malati, costruire ponti, essere operatori di pace. Non sono cose facili. La prima cosa che serve è la vera compassione nel senso letterale del termine (patire-con). Dobbiamo aprirci agli altri e lasciare che i loro bisogni e le loro sofferenze tocchino il nostro cuore, altrimenti non ci accorgeremo neanche quando gli altri sono feriti. b) Seconda scelta di vita, il Perdono. Dobbiamo imparare a perdonare. Il perdono è molto difficile per tanti, ma è una delle cose che Gesù ci ha detto chiaramente di attuare. Dobbiamo perdonare settanta volte sette (Mt 18,22), e amare i nostri nemici, fare del bene a quanti ci odiano (Mt 5,44). Nel “Padre nostro” chiediamo che ci vengano rimessi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. E siamo chiamati a farlo con la massima sincerità, come Gesù che chiese al Padre di perdonare i suoi torturatori perché “non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). In questo modo, il perdono diventa anche impegno quotidiano a costruire, piuttosto che ad abbattere (cosa che sovente ci riesce meglio!). Le opportunità sono tante ogni giorno, sia in famiglia che tra le persone con cui lavoriamo o che frequentiamo: occorre saperle cogliere con generosità... c) Terza scelta di vita la sensibilità sociale. Ci chiediamo infine se si può sostenere che non possiamo fare molto come comunità cristiana e cristiani singoli per la società civile. In realtà sono molti gli esempi di persone che hanno davvero cambiato il mondo grazie al loro impegno. Impegno che può essere svolto in campo ecclesiale, scolastico, politico o altro. Le parrocchie, in particolare, potrebbero diventare comunità che, con le loro risorse, riescono a prendersi cura dei bisogni delle varie persone. Non c’è ragione per cui solo il sacerdote - anche se non può esimersi da questi impegni e deve esserne il primo protagonista - debba visitare i malati,aiutare i deboli, accogliere i nuovi arrivati in parrocchia, consolare gli afflitti, organizzare corsi biblici, formare i catechisti, sostenere i poveri, visitare regolarmente ospedali e case di cura, portare la comunione a chi non si può muovere e rispondere a ogni esigenza. Tutti i credenti dovrebbero essere una specie di unità organica in cui ogni persona è legata all’altra e insieme partecipano alla vita comunitaria. Condividendo le responsabilità dell’assistenza e della cura reciproca, ci si rende vicendevolmente liberi di diventare quello che Dio vuole che noi siamo: svincolati dall’egoismo che provoca peccato e conflittualità; persone che hanno veramente adottato “il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16) e si dedicano al miglioramento della propria comunità. Ciò che caratterizzava il ministero di Gesù era la sua preoccupazione per gli altri, che si esprimeva nel cercare coloro che si erano persi (cf. parabole Lc c.15). Al contrario degli altri maestri, egli non metteva in vendita la sua merce aspettando che la gente andasse da lui, ma riteneva suo compito andare in cerca delle “pecore perdute della casa di Israele” (Mt 10,6). Possono le membra del suo corpo essere da meno? A noi la risposta. Soprattutto a noi l’impegno a far sì che il nostro ritrovarci in chiesa per l’Eucaristia sia segno vero che, nella vita di ogni giorno, ci impegniamo ad “accorgerci di ogni nostro fratello”.
Don Giorgio

::: La Pace, quella vera :::

Qualcuno chiese a Chesterton: “Perché siete passato dall’anglicanesimo al cattolicesimo?”. “Per amore di pace” rispose.

“Spiegatevi”. “È presto detto. Ho fatto un confronto. Mi sono persuaso che solo presso i cattolici il peccato è “fatto fuori” sul serio. Si va al confessionale, ci si confessa, il peccato viene annientato, si vien via cambiati, colla possibilità di ricominciare una vita nuova, come se i peccati di prima non fossero esistiti nemmeno. Mi sono detto: vecchio mio, saresti un pazzo a non andare, e sono andato”. “E vi trovate bene!”. “Magnificamente! È successo proprio quello che avevo preveduto. Ho gustato la liberazione, i sono sentito cambiato e rimesso a uovo, in barba a tutto il mio passato!”. La stessa liberazione, la stessa gioia, la stessa libertà è offerta anche noi. Cinque minuti, e con una confessione sincera il vecchio abito di colpe, di difetti, che ormai ci annoia e ci urta, è scaraventato lontano. Si mette su un abito nuovo, ci si avvia a un cammino nuovo con il passo franco, coll’anima ringiovanita, con l’occhio cambiato. Pazzo chi non approfitta! Eppure c’è chi non approfitterà.

A. Luciani

::: Dal Centro Papa Luciani :::

LUGLIO 2004

Venerdì 2, iniziano le “Vacanze musicali” per i membri dell’Accademia musicale “La Certosa”.
Sabato 3, inizia il corso di formazione per il “Gruppo delle Icone”.
Da sabato 3 a domenica 4, due giorni di spiritualità per un gruppo di famiglie di Cusignana (Treviso).
Da domenica 4 a domenica 11 il Centro ospita un Corso per la realizzazione di Icone e una vacanza musicale dell’Accademia “La Certosa” di Castelfranco veneto.
Mercoledì 7 è ospite un folto gruppo di ragazze della zona di Verona, che concludono al Centro il loro Camposcuola, vissuto sotto la guida delle Piccole Suore della Sacra Famiglia.
Da giovedì 9 a domenica 11, camposcuola per un gruppo di Azione Cattolica di Treviso.
Da mercoledì 14 a mercoledì 21, camposcuola Giovanissimi di Azione Cattolica della Diocesi di Vittorio Veneto.
Sabato 17 si ferma al Centro un pullman di pellegrini veronesi di ritorno da un pellegrinaggio al Santuario B.V. Immacolata del Nevegal.
Da mercoledì 21 a martedì 27, sono ospiti del Centro i partecipanti al Festival internazionale della Fisarmonica.
Da sabato 24 a martedì 27, esercizi spirituali per aspiranti diaconi della diocesi di Vittorio Veneto.
Domenica 25, incontro per la Prima Comunità neocatecumenale di Belluno-Mussoi.
Da lunedì 26 a sabato 31, settimana di formazione spirituale per famiglie di tutta Italia, aderenti all’Associazione “Unione Eucaristica”.

AGOSTO 2004

Da domenica 1 a venerdì 6, seconda settimana di formazione spirituale per famiglie di tutta Italia, aderenti all’Associazione “Unione Eucaristica”.
Da domenica 8 a domenica 15, camposcuola per famiglie della Parrocchia di Cerea (VR).
Da martedì 10 a sabato 14, camposcuola vocazionale per giovani-adulti della diocesi di Treviso.
Sabato 14 sono ospiti del Centro per un incontro fraterno il Card. Giovanni Battista Re, il Vescovo Mons. Giuseppe Andrich e il Vescovo emerito Mopns. MaffeoDucoli.
Da lunedì 16 a sabato 21, Esercizi Spirituali per i membri dell’Associazione “La Missione” di Treviso.
Da mercoledì 18 a domenica 22, è ospite del Centro un gruppetto di consacrate dell’Associazione “Bethesda” di Milano.
Da lunedì 23 a venerdì 27, camposcuola per ragazze organizzato dalle Suore dell’ Opus Mariae Reginae”
Sabato 28 interessante conferenza di Giancarlo Svidercoschi ed Elisabetta Gardini sulla storia degli Ordini Religiosi nella vita della Chiesa.
Da lunedì 30 agosto a sabato 4 settembre, corso di iconografia.

SETTEMBRE 2004

Giovedì 2, Consiglio Presbiterale.
Da venerdì 3 a domenica 5 settembre si tiene un seminario sul lutto e la morte per il Gruppo di volontariato “Mano Amica”. Contemporaneamente il Centro ospita un week end per sposi di I.M.
Venerdì 5 sera, apprezzatissimo concerto di Cori- uno proveniente dalla Russia - nell’Anfiteatro del Centro.
Sabato 6 nel pomeriggio, incontro di preparazione al pellegrinaggio a Lourdes per sorelle e barellieri dell’Unitalsi.
Domenica 5 giornata di incontro per la prima comunità neocatecumenale diCastelfranco Veneto.
Da mercoledì 8 a sabato 11 esercizi spirituali per il Gruppo “San Giobbe” di Venezia.
Da venerdì 10 a domenica 12, week end di studio per il Gruppo musicale di Padova “I Pollicini”.
Lunedì 13, ritiro spirituale per i cresimandi di Selva di Cadore.
Domenica 19, sono ospiti del Centro numerose Piccole Suore della Sacra Famiglia con amici e parenti di Suor Roberta De Toffol, convenuti per la Professione religiosa di questa giovane, originaria di Limana.
Giovedì 23 settembre, Assemblea del Clero Diocesano.
Venerdì 24, affollato incontro con don Luigi Negri che presenta il suo libro: “Vivere il Cristianesimo”.
Domenica 26 si celebra la “Giornata del Mandato” per i giovani della Diocesi. Per la prima volta, con successo, vengono invitati al Centro i cresimati nel 2003, per un incontro tutto per loro nella mattinata, in attesa di aggregarsi, nel pomeriggio, ai giovani.
Dal 27 settembre al 1° ottobre, il Centro ospita un corso di formazione dello Studio “Vega”

ultimo aggiornamento 17.07.2007
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