Anno XXI-Luglio 2004-n.3

Fondati e fermi nella fede

#2 Un grande amico: Isidoro Chiarelli

#3 appassionato educatore di bambini

#4 Come un campo di grano

#5 Caro don albino

#6 Dedicata a Giovanni Paolo I la RSA di Seriate

#7 La quiete è la famiglia: soprattutto la domenica

#8 Nel tuo volto vedo Gesù

Il coraggio di essere umile

#10 Mons. Giuseppe Andrich

#11 Dal Centro Papa Luciani

#12 Da Gilford U.S.A.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fondati nella Fede

Redenzione presso greci e romani voleva dire: riscattare con soldi uno schiavo e metterlo in libertà. Nella Bibbia redimere indica specialmente l’azione con la quale Gesù salva gli uomini. Salva da che cosa? Dalla maledizione della legge ebraica (Gal 3,13; 4,5); dalla schiavitù del peccato (cf. Rm 6,18 e 8,2) e della morte (cf. Rm 8,21; 2Cor 1,10); dalle potenze delle tenebre (cf. Col 1,23); dall’ira divina (Rm 5,9); dalla collera ventura (1Ts 1,10). Salva con che cosa? Non con soldi, ma con la propria vita offerta a Dio in sacrificio. «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). «Questo è il mio sangue dell’alleanza,versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,28). «Foste riscattati non a prezzo di cose corruttibili quali l’argento e l’oro» (1 Pt 1,18). I 24 vegliardi dell’Apocalisse cantano all’agnello: «Tu... hai riscattato a Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione » (Ap 5,9). Salvando gli uomini, Gesù dove li porta? Ben più in là della pura libertà; li porta a essere figli adottivi di Dio (Gal 4,5-7), creatura nuova (2 Cor 5,17), alla riconciliazione con Dio (cf. 2 Cor 5,18-20): ad un vivere nuovo, che in questo mondo appena comincia, ma sarà perfezionato nell’altro mondo quando vedremo Dio così com’è (cf. 1 Gv 3,2); li porta ad un pellegrinare, che sboccherà nella città del cielo, «perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Eb 13,14). La redenzione appare quasi un dramma: attori principali sono Dio Padre e Cristo. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Attori siamo anche noi. Cristo, certo, ci riconcilia, ma Paolo scrive: «Vi supplichiamo in nome di Cristo; lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20). Cristo ha patito; qualcosa dobbiamo patire anche noi (cf. Col 1,24). Dio vi vuole santi, immacolati, irreprensibili – dice s. Paolo – ma aggiunge: «purché restiate fondati e fermi nella fede e non vi lasciate allontanare dalla speranza promessa nel Vangelo, che avete ascoltato » (Col 1,22-23). «Figlioli – scrive Giovanni – non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1 Gv 3,18). «Se mi amate – aveva detto Gesù – osserverete i miei comandamenti » (Gv 14,15). Altri attori compaiono nel dramma: gli oppositori della redenzione. «Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (Gv 16,2). «Vigilate... il vostro nemico, come leone ruggente va in giro, cercando di divorare. Resistetegli nella fede» (1Pt 5,8).
Ho tentato di esporre i punti biblici principali sulla redenzione, sul redentore e
sui redenti. Ora, cerco di mettere in risalto qualche punto particolare. 1. La redenzione è costata tanto a Gesù, il quale, ben conscio e volutamente, ha affrontato la passione e la morte. «Nei giorni di sua vita mortale con forte grido e lagrime innalzò preghiere e suppliche a colui, che poteva salvarlo dalla morte» (Eb 5-7). s. Matteo tre volte (Mt 16,21-23; 17,12ss; 20,17-19), s. Marco (Mc 8,31ss.) e s. Luca (Lc 9,23-27) una volta ciascuno riportano le parole, con cui Gesù preannuncia la propria passione. Pietro «si mise a rimproverarlo, ma egli (Gesù), voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Lungi da me satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”» (Mc 8,32-33). Cambia dunque, le carte in tavola chi parla di una specie di passeggiata, nella quale Gesù si sarebbe limitato ad esortare gli uomini a volersi bene, ad aiutarsi, a liberarsi con i propri mezzi dai detentori del potere. A voler sentire qualcuno, la morte in croce, sarebbe stata una tragedia da Cristo non prevista o prevista solo nelle ultime settimane. No: proprio nelle ultime settimane, dopo la guarigione del cieco nato (cf. Gv 10,21), Gesù dichiara: «Io sono il buon pastore... e offro la vita per le pecore... nessuno me la toglie, mala offro da me stesso» (Gv 10,14.15.16.17.18).
Casca così anche l’affermazione di coloro che osano dire: la croce era lo strumento
preparato dal “potere” ai rivoluzionari: essa prova che Gesù è stato un leader della contestazione; la gerarchia, più tardi, volle distrarre l’attenzione dall’azione politica di Gesù: capovolse il senso della croce, e ne fece un mito glorioso, opposto al peccato. Ahimè! Costoro guardano alla croce di Cristo dalla stessa parte del sinedrio e di Pilato. Non me la sento di mettermi con essi. Sto invece con Paolo, che diceva: «Non ci sia (per me) altro vanto che nella croce del Signor nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14). Lo stesso Paolo lamentava: «Molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lagrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici dellacroce di Cristo» (Fil 3,18). Il lamento è attuale nel confronto di scrittori sedicenti cristiani.
2. Diceva Agostino: Ti ha creato senza di te; ma non ti salverà senza il tuo concorso. Ma poi soggiungeva: Tu non puoi dare il tuo concorso se prima egli non ti aiuta. E pregava: Concedimi, o Signore,quello che mi comandi; poi comanda quanto vuoi. Quella di Agostino è la dottrina della Bibbia e della chiesa, ma oggi alcuni la rifiutano in due maniere diverse. Una prima schiera dice: non occorrono le opere: Gesù è personaggio con cui simpatizzare, non Signore, cui obbedire: simpatia a Cristo e piena nostra autonomia e svincolo di fronte a supposte leggi cristiane stanno benissimo insieme; e non accettiamo di essere chiamati o di essere peccatori. – Bene, ma allora restano da spiegare le parole seguenti. Afferma Cristo: «Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli» (Mt 7,21). Scrive s. Paolo: «È verità degna di fede e di intera adesione, che Cristo Gesù venne in questo mondo a salvare i peccatori, primo dei quali sono io» (1 Tm 1,15). Una seconda schiera dice: bastano le nostre forze; la redenzione ce la facciamo da noi, organizzandoci, mettendo in piedi la rivoluzione. Applicata alla sola promozione umana, quest’affermazione può valere in parte, anche se resta sempre vero che «se il Signore non custodisce la città, invano vigila il custode » (Sal 126). Se, invece, parliamo di conversione, di riconciliazione con Dio, di
vita buona, di perseveranza, bisogna ricordare l’altra parola di Gesù: «senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5).
3. La prima cosa comandata ai redenti è di amar Dio e il prossimo, compresi i nemici. Qualche pseudo teologo qui osa spiegare come segue: gli unici, veri nostri nemici sono i detentori dell’avere e del potere. Noi li amiamo solo se li combattiamo e li snidiamo fuori dal “sistema”, che li tiene prigionieri. Ad uno di questi teologi una volta ho risposto: resta da provare che quelli siano gli unici vostri nemici o i nemici intesi da Cristo. Dato e non concesso che lo siano, eccoti
un piccolo dilemma: o essi sono colpevoli di aver costruito il “sistema” o sono innocenti. Se colpevoli, non capisco come tu non possa, ragionando, cercare di convertirli e di persuaderli: mi
parli, infatti, sempre di dialogo e di pluralismo. Se poi essi sono innocenti, prigionieri del sistema senza saperlo, allora li tratti da poveri grami, li distruggi moralmente come fossero dei sotto uomini.
Chi te ne dà il diritto? Direbbe s. Giacomo: «Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?» (Gc 4,12). 4. Abbiamo sentito sopra s. Paolo raccomandare di stare saldi nella fede come garanzia di redenzione. Credo sia il punto oggi più delicato. Da più parti sento infatti parlare di rilettura e di reinterpretazione della Bibbia; e vedo molti “rileggere” e “reinterpretare” alla sciamannata, senza tener conto di come ha interpretato e interpreta il magistero posto da Dio a guida dei fedeli. Fenomeno pericolosissimo, cui va contrapposto il monito di s. Paolo: «O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni
della cosiddetta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede» (1 Tm 6,20). Penso a qualcuno dei personaggi del Vangelo: Zaccheo, il buon ladrone, il figliol prodigo, la Maddalena, il pubblicano: tutti redenti, ma tutti umili. Senza umiltà niente redenzione. Dio – dice la Madonna – «ha disperso i superbi... ha innalzato gli umili» (Lc 1,51-52). Dio – scrive s. Pietro – «resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno» (1 Pt 5,5). Siamo qui davanti ad uno dei princìpi teologici della redenzione. Cerchiamo di applicarlo alla nostra vita di redenti. Ci dice s. Paolo: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?» (1 Cor 4,7).

Un grande amico: Isidoro Chiarelli

Come Vescovo di Belluno-Feltre ho avuto, per molti anni, rapporti di cordiale e fattiva amicizia con il Dott. Isidoro Chiarelli. Fin dai primi tempi del mio servizio pastorale l’ho conosciuto come Notaio della nostra Curia, generosissimo per quanto attingeva alle sue parcelle. Più volte mi ha parlato dei suoi impegni con i due sacerdoti Pellegrini per l’assistenza agli anziani presbiteri e laici. Fu promotore per l’acquisto degli appartamenti nel condominio di Via Feltre a Belluno destinati al clero e familiari, e grande benefattore della Casa di Riposo di Meano con la quale io feci un accordo che assicurava il diritto a una dozzina di posti letto per i sacerdoti. Venne poi il momento della tenuta “Col Cumano” a S. Giustina Bellunese, proprietà di Mons. Luigi Perotto che donò alla Diocesi per la fondazione del Centro di spiritualità e cultura in memoria di Papa Luciani. All’inizio dovetti affrontare non poche, né piccole difficoltà di vario genere, ma il Notaio Chiarelli divenne l’entusiasta sostenitore dell’opera, anche dal punto di vista economico, giungendo fino a provvedere generosamente i dettagli riguardanti gli utensili di cucina, e ad incoraggiare le ottime Suore della S. Famiglia, preziose collaboratrici sul piano pastorale. Un ringraziamento specialissimo è a lui dovuto per la costruzione del bellissimo anfiteatro all’aperto dove il Santo Padre Giovanni Paolo II ha incontrato circa 800 giovani in un clima di gioia esplosiva che non sarà facilmente dimenticato da chi lo ha vissuto. Volle infine manifestarmi la sua amicizia con il dono della casa paterna che servisse come mia residenza negli ani della pensione, che io ho intestato al entro Papa Luciani e, dopo averla ristrutturata, d’accordo con lui, ho messo a disposizione per l’alloggio di due sacerdoti della nostra diocesi. Il Dott. Chiarelli attinse questi sentimenti di grande bontà, di amore agli anziani, ai giovani, alla pastorale familiare, fu anche Presidente Nazionale dell’Associazione Famiglie Numerose, da una grande fede testimoniata con la vita e l’accettazione forte, serena dell’ultima lunga malattia. Quando lo visitavo nella sua residenza nei pressi di Lambioi, mi ricordava con gioia le opere che avevamo fatto insieme ed anche gli incontri conviviali con l’Ing. M. Minella, Don G. Mazzorana, F. Cassol, G. Lise e gli amici del Centro. Non posso infine dimenticare due sue raccomandazioni che più
volte mi ha espresso: «si interessi perché il processo di beatificazione di Padre F. Cappello e di Papa Luciani – dei quali era molto devoto – procedano celermente». Ora dal Cielo, ove li ha incontrati, non mancherà di intercedere insieme con loro, per ciascuno di noi e per lo sviluppo delle opere che lui ha sostenuto con grande generosità. Noi non lo dimentichiamo.
Verona, 30 maggio 2004

+ Maffeo DucoliVescovo em. di Belluno-Feltre

Appassionato educatore di bambini

Catechetica in briciole” di don Abino Luciani, un opuscolo destinato ai catechisti nel lontano 1949, può dire che Luciani amava e conosceva bene l’indole e l’animo dei ragazzi. L’opera ebbe 6 edizioni e fu tradotta anche in lingua spagnola.Quindi fu molto apprezzata e ricercata come sussidio alla catechesi dei ragazzi. Valida anche oggi. Da quest’opera, si capisce che Luciani, fin da giovane prete, è stato un appassionato educatore di ragazzi. Con poche parole li descrive così: «Sono tutto sensi... Tutto movimento e gioco... Tutto cuore e sentimento... Tutto fantasia... I momenti migliori per osservarli sono quelli in cui non si sentono osservati: es. nel gioco». Il metodo che Lucani prediligeva per evangelizzare ed educare i ragazzi era quello di S. Giovanni Bosco. Scrive nel 1978: «L’idea centrale di don Bosco è stata di mettersi e di stare continuamente al fianco dei ragazzi, come padre, amico e fratello a loro unico vantaggio ed a costo di qualsiasi proprio sacrificio; e a fianco non per castigarli qualora avessero sbagliato, ma per aiutarli a non sbagliare... Vedendolo così alla buona in mezzo ai ragazzi, giocando con loro, anche i più selvaggi ritornavano». Come educatore, don Bosco sapeva che il ragazzo impara solo divertendosi. E Luciani commenta: «Non si concepisce educazione dei ragazzi senza gite e feste, senza teatrino con rappresentazioni e canti, senza cortile animato da partite, corse, gare, risuonante di grida festose».

Ma Luciani non nasconde le difficoltà di educare i ragazzi, perché alle volte fanno come questo maialetto... E racconta la storia: «Un contadino torna dalla fiera con un maialetto appena comperato. Lo tiene saldamente con uno spago, ma la bestiola gli procura un curioso daffare. Sul ciglio della strada c’è un ciuffo di fresca erbetta con fiori; il maiale non degna i fiori di uno sguardo. Più avanti c’è una pozzanghera con acqua torbida; il maiale ci si precipita come a nozze per guazzarci dentro e il contadino, tirando lo spago, deve trattenerlo a forza... Ma l’altro reagisce, grufola, grugnisce, impegnando il contadino in una lotta vivace». La conclusione è facile: certi ragazzi ai fiori preferiscono le pozzanghere... Che fare allora? Risponde Luciani: «Come rimedio alle cadute e debolezze dei ragazzi, don Bosco presentava loro i mezzi antichi messi a nostra disposizione dal Signore: confessioni e comunioni frequenti che sostengono la nostra debolezza con la forza di Dio». Merita ricordare l’ultima udienza generale di Papa Luciani, il 27 settembre 1978, quando, con sorpresa di tutti e tra l’agitazione dei ragazzi, disse: «Un bambino può venire su ad aiutare il Papa?». E si presentò Daniele, di V classe elementare, e con lui il Papa iniziò un dialogo. Penso che questa ultima immagine di Papa Lucani con Daniele sia l’icona del suo breve pontificato e di tutta la sua vita di umiltà e di amore verso i ragazzi.

Cesare Vazza

Come un campo di grano

Il vescovo Luciani nel mese di giugno era in visita pastorale e nel pomeriggio visitava gli ammalati nelle famiglie. Lungo una strada, a piedi fra i campi, saluta sorridendo gli agricoltori che stavano tagliando il frumento. – Come va quest’anno il raccolto del frumento? – Signor Vescovo, non tanto bene... la malattia, il secco hanno compromesso il raccolto... tanto lavoro, tante spese e poco risultato... ad ogni modo andremo avanti lo stesso... Dio sa che a sto mondo ghe semo anca noi... Beato lu, che non ha questi problemi e vive senza tanti pensieri... – Eh! lo sono vescovo di Vittorio Veneto, e anch’io ho i miei pensieri e preoccupazioni... Figuratevi l’agricoltore davanti al campo, in cui sta maturando una messe copiosa. Non può star tranquillo, se pensa ai topi, agli insetti, agli uccelli, che insidiano chi le radici, chi il gambo, chi le spighe; o se pensa ai temporali e ai venti che capitano di tanto in tanto... – Io, vescovo, penso alle passioni, che insidiano la messe spirituale e raccomando: «Andate ai Sacramenti! Quanto bene fa la confessione, che non solo spazza via dalle anime i peccati nocivi, ma aiuta a tenerci lontani dalla superbia! Quanto bene fa la comunione, che, col vero Corpo del Signore, porta in noi anche la sua anima e il suo modo di pensare! Penso ai venti delle opinioni, che minacciano di piegare a terra le nostre convinzioni». – Noialtri avemo speranza, sempre... non ci arrendiamo, lavoriamo e speriamo che questo anno sia migliore del passato... e intanto se va avanti e se diventa veci... ma sempre con speranza...

E Luciani: – Noi cristiani siamo gente che aspetta. Vi ricordate la storia di Davide contro il gigante Golia?... Davide, avanzando contro Golia, sapeva benissimo che cinque sassi, pur lisci, affilati e lanciati con una fionda esperta, erano troppo poco di fronte ad un gigante bardato di ferro. Eppure aspettava con certezza e intimava al colosso blindato: «Vengo da parte di Dio... tra poco ti spiccherò la testa dal busto... e così tutta la terra saprà che c’è un Dio, a vegliare su Israele». – Ma non bisogna fare come le cicale, che cantano tutta l’estate... e poi... ?!? Bisogna lavorare e pensare al domani... alla nostra famiglia... – Bravi, avete ragione non bisogna solo sperare... aspettare, come la cicala che cantava e cantava d’estate e poi è venuto l’inverno si è trovata senza nulla da mangiare. Per vivere... bisogna impegnarsi e darsi da fare... – Noi contadini diremo: bisogna tirarse su le maneghe...

– Sono d’accordo. Raccontava san Agostino: fa conto che ci sia un ciliegio. Il bambino dal basso guarda, con grande desiderio, le ciliegie di cui è carico, ma non è capace di arrampicarsi. Cosa succede? Succede che suo padre lo prende sotto le ascelle e lo alza lui di peso fino all’altezza dei frutti. Senonché una volta a portata delle ciliegie, qualcosa deve fare anche il bambino: almeno stendere la mano, almeno cogliere e mettere in bocca! Quelle ciliegie sono il Paradiso ed è piuttosto in alto e non ci si arriva con le sole nostre forze, quel bambino siamo noi, quel Padre è Dio, l’aiuto del Padre e la grazia di Dio... Dio fa, ma vuole che noi facciamo ed intende che il Paradiso sia premio per quanto abbiamo fatto. Diceva Gesù: non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio entra nel regno dei cieli! Ora vi saluto, salutatemi le vostre spose e i vostri figli e... attenti ai buchi!! – Come sarebbe a dire?

– Un contadino un giorno mi ha portato a vedere il suo granaio dove aveva ammassato il grano. Era soddisfatto di fronte a quel gran ben di Dio... Ma io mi sono accorto che, in un angolo, vi era un buco e ho detto: attento, perché lì vi è un buco e allora vi passano i topi e possono portar via il grano, un po’ alla volta e lei si trova con niente. – Grazie, mi ha detto... ora provvederò subito, perché tutto il mio lavoro non vada perduto. – È vero... succede spesso anche a noi... – I buchi sono anche quelli che si chiamano peccato. Perché abbiamo a star bene il nostro corpo ha bisogno di carne, di pane, di acqua e di tante altre cose... Se il medico riscontra che nel nostro corpo manca il sale, o il ferro, o il potassio, ordina una cura e mette dentro quanto manca. Così anche i cristiani. Se si accorgono che manca la Messa di domenica, che Dio è messo da parte, che la Confessione è sempre rimandata si sta male, la vita cristiana sta male, si deperisce... bisogna fare una cura... altrimenti si lavora invano e tutto va perso... – Grazie dell’avvertimento, signor Vescovo. Venga ancora a trovarci!

don Francesco Taffarel

Caro Don Albino
Parrocchia, preti e laici nel cambiamento

Caro Don Albino, nel pomeriggio di una delle scorse domeniche, mentre mi recavo in ospedale per visitare i malati, ho incrociato un collega che stava tranquillamente aprendo la sua chiesa. Non lo vedevo da un po’ di tempo e mi è sembrato giusto fermarmi un attimo per salutarlo. L’incontro è stato cordiale e si è anche prolungato più del previsto. Il tema dominante della conversazione cadde sulla difficoltà di farci comprendere dalla gente: mi raccontava che dopo aver ammesso un bel gruppo di fanciulli alla prima Comunione, era riuscito ad averli ancora (tutti meno uno) anche alla messa della domenica successiva; ma già alla terza domenica erano quasi del tutto scomparsi. Qualcosa di peggio era successo per gli adolescenti della Cresima: una ventina gli ammessi al sacramento e una ventina si erano subito volatilizzati dalla messa festiva alla prima domenica da “adulti nella fede”. Manifestava quindi un forte disagio, quasi uno stato di smarrimento e diceva: «Ma cosa dobbiamo fare, visto che tutto il nostro lavoro per dare continuità alla crescita nella fede svanisce all’indomani della “grande festa”? Cosa ci dobbiamo inventare perché – oltre ai ragazzi – prendano atto del loro ruolo di testimoni nella fede anche i genitori, i padrini e gli adulti in generale?». Non credo, caro Don Albino, che se abbiamo l’impressione di non venire ascoltati sia tanto un problema di linguaggio; piuttosto è una questione di convinzione, di impegno, di serietà e di coerenza. Anche la recente “nota” dei vescovi italiani sulla “parrocchia, casa per tutti” chiama a raccolta le famiglie, gli adulti e i laici per renderli protagonisti della missione di annunciatori del Vangelo in un mondo che cambia. Ma nel frattempo i preti, anche se fortunatamente non vanno calando nella qualità, diminuiscono nel numero e nelle forze, mentre i laici sembra che nella partita della missione preferiscano la tribuna o al massimo restare in panchina. La solitudine del prete ha fornito degli spunti interessanti alla saggistica e alla letteratura mondiale ed ha prodotto anche dei capolavori in campo cinematografico, ma gli osservatori hanno lavorato e fantasticato preferibilmente sul versante affettivo; poco o nulla si è approfondito in campo pastorale, dove la solitudine del prete può diventare lo specchio imbarazzante di una progressiva perdita di identità dei laici cristiani. Ottimisti per fede e seminatori di speranza (virtù quest’ultima che traducevi con “l’aspettarci sempre qualcosa di bello dal Signore”) vogliamo pensare che questo nostro tempo di transizione particolarmente sofferto ci stia conducendo verso un domani carico di frutti. Nei giorni scorsi, di passaggio per Canale d’Agordo, ho avuto modo di conversare alquanto con tuo fratello Edoardo e con la cognata Antonietta, due laici che a me sembra facciano onore alla tua famiglia e alla Chiesa: lasciami dire allora che mentre le loro forze anche per l’età vanno diminuendo, la loro fede e la loro solidarietà sono tutt’altro che in decadenza; anzi, forse mai li ho visti tanto indeboliti nella salute, quanto dignitosi e forti nello spirito come adesso. Tuo aff.mo

Don Licio

Dedicata a Giovanni Paolo I la RSA di Seriate

Sabato 18 ottobre, in una bella giornata di sole, anche se fresca per le prime temperature invernali, nella cittadina di Seriate in provincia di Bergamo, poco lontana da Sotto il Monte, paese del tanto amato Papa Giovanni, veniva inaugurata la RSA Residenza Sanitaria Assistenziale, dedicata a Papa Giovanni Paolo I. Dopo anni di ideazioni, progetti, lavori, alla presenza di tutta l’amministrazione comunale, con in testa il sindaco Marco Seriana, del presidente della regione Lombardia, e di un folto pubblico, l’arciprete Mons. Ferdinando Cortinovis, finalmente ne ha benedetto la realizzazione. La residenza, costruita per soddisfare le esigenze di circa 60 persone non autosufficienti, è all’avanguardia per le numerose nuove tecnologie e gli spazi utili per questo tipo di persone. Camere a due letti con servizi privati; piccole cucine in ogni piano per il fabbisogno giornaliero dei momenti di relax; grande sala da pranzo con relativa cucina dotata delle ultime innovazioni. Palestra, sala del parrucchiere, ed altri luoghi di incontro, come l’area esterna, adibita a parco, in fase di ultimazione. La struttura, che è costata circa 8 mld delle vecchie lire, ha in cantiere, di fronte a questa struttura, anche la costruzione di circa una decina di mini appartamenti per coppie autosufficienti, che potranno accedere a tutti i servizi della nuova RSA. All’inaugurazione, non solo ero presente come rappresentante di “Amici di Papa Luciani”,

ma ero anche latore dei saluti, dell’apprezzamento, e delle felicitazioni della famiglia Luciani, nessun componente della quale, per impegni precedentemente assunti, aveva avuto la possibilità di presenziare. Nell’occasione, invitato ad esprimere qualche considerazione nei confronti dell’Opera, ho voluto mettere in risalto la felice scelta della dedica, dal momento che Albino Lucani era sempre stato molto vicino alle persone che soffrivano, e che anche oggi, dopo tanti anni dalla sua morte, molte persone malate e sofferenti, lo pregano per essere aiutate dalla sua intercessione. Con grande emozione ho eseguito il taglio del nastro e lo scoprimento della targa in marmo, posta all’ingresso della struttura. Il rinfresco finale mi ha permesso di scambiare qualche battuta con i numerosi presenti e di cogliere, dalla responsabile delle Acli della zona, la motivazione della scelta della dedica: anche qui come in molti altri paesi, l’amore e la devozione nei confronti di Papa Luciani è sempre presente e, col passare del tempo, sembra aumentare anziché diminuire. Così la targa ricordo che mi è stata donata nell’occasione, e che ho portato a casa con vera gioia, mi è particolarmente cara.

Massimiliano Piovesan

La quiete è la famiglia: soprattutto la domenica

Non ci sarà domenica cristianamente e gioiosamente riuscita, se prima non è in qualche modo programmata. Programmatore principe dovrebbe essere il capo famiglia: meglio ancora, se in collaborazione con la moglie e con i figli più grandi. Penso ch’egli sia un abdicatario, se non approfitta della domenica per stare di più con i suoi; che sia un egoista, se si preoccupa solo del “suo” tressette, della “sua” partita alle bocce senza pensare al come si divertiranno la moglie e i figlioli, se considera l’osteria, il bar, il campo sportivo come “quiete” dopo la “tempesta” della famiglia. Il contrario è vero: la quiete è la famiglia. Programmando, bisognerebbe preoccuparsi a che la festa anche esternamente sia qualcosa di diverso dagli altri giorni. Ecco un quadretto ideale: già sabato sera i più piccoli osservano con gusto un gran scopare e un gran pulire nell’appartamento; molta biancheria viene tirata fuori dai cassettoni e dagli armadi; molte scarpe vengono lucidate e poi schierate quasi in battaglia; le provviste giornaliere sono fatte in anticipo; una torta è messa in disparte per l’indomani; dopo cena la tovaglia buona viene stesa sulla tavola e già da sola sembra far festa alla domenica che viene. Anche i più grandicelli respirano aria di libertà e di liberazione: «Domani non si va a scuola; domani papà non lavora; comandati sì dagli altri, durante la settimana, ma domani apparterremo interi a noi stessi; e così pure sarà delle famiglie vicine, dei nostri amici; domani, libertà per tutti, l’aria della domenica è buona come è buono il pane che tutti mangiamo ».

Ho sotto gli occhi una serata in famiglia descritta da André Maurois: «Il padre, sdraiato su una poltrona, legge il giornale o sonnecchia. La madre lavora di maglia e passa in rassegna, colla figlia maggiore, i tre o quattro problemi, che appesantiscono la sua vita di donna di casa. Uno dei ragazzi legge, canticchiando, un romanzo giallo; un altro sta smontando una presa di corrente; un terzo, lacerando i ben costrutti orecchi degli altri, prova sulla radio le varie musiche trasmesse dalle capitali europee. Ne viene una bella cacofonia: il rumore della radio rovina a lettura o il sonno di apà; il silenzio del marito attrista la sposa; la conversazione era madre e figlia esaspera i ragazzi, che si lamentano: qualcuno porta il broncio, qualcuno

non risponde alle domande, altri esplode in grida di gioia immotivata ». Evitare situazioni del genere, armonizzando, unificando, persuadendo ciascuno di addossarsi un po’ di sacrificio per il bene di tutti è pure una meta da raggiungere di domenica.

O.O. 8,326-87

"Nel tuo volto vedo Gesù"

Mio carissimo Papa Luciani, mai avrei pensato di scriverti una lettera, perché con te mantengo un rapporto assai personale. Tu ed io, siamo molto amici: tu sei il mio secondo Angelo Custode ed io continuo a raccontarti i miei problemi e le mie gioie, ad affidarti tutto di me, a dirti di parlarne tu col Signore. Mi hai sempre risposto, anche nei momenti più difficili, in periodi, giorni e ore oscuri. Di questo ti voglio dire pubblicamente grazie e voglio raccomandare a quelli che leggeranno questa mia lettera di rivolgersi a te, sicuri che tu rispondi. Sarà la Chiesa a proclamarti santo ed io non voglio anticipare nulla, ma non ho mai dubitato della tua intimità con Dio fin da quando eri su questa terra ed ora della tua gioia in Cielo con Lui. Ti conosco a fondo, ma più ti penso, più mi appari luminoso e grande. Tu insegni che la vita è dono d’amore da parte di Dio e che io la devo vivere come risposta di amore a Lui: sono stato amato di amore eterno fino alla Croce ed ora tocca a me compiere la “redamatio”, il contraccambio a Lui, come tu hai fatto nei tuoi radiosi 33 giorni. Non sempre ho voglia di vivere così. Ma davanti a te, io chino la fronte: credo, spero ed amo davanti a Dio, a immagine tua. Anzi, con te vicino, guardando ai tuoi insegnamenti, fidando nella tua intercessione, nella grazia di Dio, cerco di essere a immagine di Gesù, come tu hai fatto. Guardando a te, non posso più lamentarmi dell’esistenza né in fondo avere più paura. È difficile, sai, ma tu grazie a Gesù perdutamente amato, ci sei riuscito ed hai fatto della tua vita un’offerta. Caro Giovanni Paolo I, ascolta. C’è un desiderio che mi strugge da sempre- :vedere in faccia Gesù, contemplarlo, goderlo appassionatamente. Sono convinto che vedere Gesù è il Paradiso, o meglio che Gesù stesso è il Paradiso. Ebbene, io guardo il tuo volto: sulla foto che ci hai lasciato col tuo sorriso, ma più ancora mi riesce di “vederti”, così come sei, nel tuo essere. Semplice, umile, sorridente. Lascia che te lo dica: nel tuo volto io vedo Gesù. Carissimo Papa Luciani mostra Gesù agli uomini d’oggi, a tanti ragazzi sfigurati dall’indifferenza, dal rifiuto di Dio, dal peccato. Fa’ vedere Gesù a questo mondo. Guardando a te, con la tua interiore letizia, mi riesce di vedere il Paradiso, già su questa terra: se come te, già viviamo nella Grazia santificante, senza peccato, in intimità con Gesù, nella fede, nella preghiera, nei Sacramenti, il Paradiso è già qui. È Gesù stesso il Paradiso. Di là, lo sarà nella sua pienezza: il Paradiso sarà Gesù, l’intimità piena con Lui, quando lo conosceremo così come siamo conosciuti. Tu, già lo sperimenti, già ci sei: molto in alto, stretto sul suo Volto, in un abbraccio senza fine. Certi “grandi” della terra, con “galloni” molto alti, se in Paradiso ci andranno, dovranno guardarti da lontano, perché tu stai sul cuore di Dio. Tu, non solo preghi Iddio, ma quasi comandi davanti a Lui. Che cosa mai negherà a te, che hai dato tutto? Credo che il Signore abbia un piccolo debole per te, che non ti sappia dire di no, quando intercedi per qualcuno. Basta così con questa mia lettera. Ma il colloquio con te continua ogni giorno, ora e minuto. Te lo ripeto decine di volte al giorno: Papa Luciani, provvedi. Provvedi ai sofferenti, ai disperati. Provvedi ai preti e ai laici. Provvedi ai ragazzi e ai giovani. Provvedi ai Tuoi Cari. E provvedi pure a me che ti voglio bene: e tu sai quanto! Intercedi per la Chiesa, che tu hai tanto amata. Togli la confusione che oggi affiora da ogni parte.

Affretta il trionfo della Verità, del Credo Cattolico. Fa’ sbocciare presto la primavera. Tu comprendi, tu sai, tu puoi - con Gesù - tu ci sai fare con Lui. La mia lettera finisce, ma il colloquio con te continua. Tu sei più vivo che mai. Non ti dico soltanto: “in Cielo cerco il tuo sorridente volto”, ma ti sento qui, accanto a me: la tua mano nella mia, è bello camminare con te verso la meta. Sento la tua voce più saggia dei sapienti. Mi sfiora la tua carezza più dolce di un angelo. Tu mi chiami: ora vieni, sali più in alto. La Santità, il Cielo di Dio.
Pralungo, A.D. MMIII XXV anniversario di elezione al Pontificato e di nascita al Cielo

In umiltà Tuo aff.mo Giorgio Zambanini

Pralungo, 26 giugno 2003

Sono un ragazzo di 27 anni, con questa lettera, desidero ringraziare pubblicamente S.S. Giovanni Paolo I per avermi assistito con la sua potente intercessione presso il Signore, nei momenti difficili della mia vita. Invoco Papa Luciani, come protettore, amico ed angelo custode, lo sento sempre vicino in modo singolare. Dico a tutti: pregatelo e vedrete quanto sa essere vicino a chi lo invoca. Grazie.

Giorgio Zambanini

Il coraggio di essere umile

Dalla morte improvvisa e misteriosa di Papa Giovanni Paolo I, dopo trentatre giorni di pontificato – trentatre come gli anni di Cristo – la sua figura si impone luminosa per l’umiltà, fatta regola di vita e per il linguaggio piano e familiare che coerentemente la esprimeva. Il motto Humilitas che Albino Luciani aveva voluto sul suo stemma vescovile non era solo un ricordo delle sue origini contadine: era davvero uno stile di vita e di servizio. Fondamentale era per lui una certezza come egli scrisse: «Siamo figli della speranza, lo stupore di Dio. Sono pura polvere: su questa polvere il Signore ha scritto». Proprio da questa polvere, vicino in ogni occasione ai più miseri e poveri ha voluto sempre esprimersi e scrivere. Era il suo modo più naturale, raffinato dalla familiarità con la letteratura anglosassone e la sua tipica concretezza e il suo significativo humour; soprattutto da una diretta conoscenza dell’animo popolare e delle sue espressioni più immediate. Quando, come mi avveniva di incontrarlo a Venezia, se ne andava, tutto solo, col suo ciuffo al vento, per le calli e le chiese, sui vaporetti e sugli autobus, sapeva cogliere il linguaggio concreto, tutto di cose con cui poteva fare delle più alte speculazioni, cultura di popolo. E quando preparava le sue omelie, le leggeva – mi confidava – la sera, in cucina, alle suore ed al portiere per poter giudicare meglio della loro comprensibilità. Se un’espressione non era capita immediatamente era cassata e sostituita. Il suo era uno scrivere ricchissimo di idee sublimi, calate in un discorso piano, “chiarozo, chiarozo” avrebbe detto Bernardino da Siena, un altro suo maestro di spirito e di stile. Era un linguaggio che, travolgendo ogni schema conquistò subito il mondo, in quel primo discorso da papa, che diceva con disadorna semplicità la sua accettazione di essere Vicario di Cristo solo come obbedienza (la maggior espressione di povertà, secondo San Francesco); come accettazione della volontà di Dio (un sì che è stato come quello di Maria sotto la croce, “accettazione della morte” ha detto bene il suo successore a Venezia, il card. Cè). Pareva, come scrittore dire – lo rivelava Carlo Bo – «Benissimo, anch’io so cosa bolle in pentola e quali sono i riti dell’intelligenza moderna, ma ci sono cose che devono essere taciute o barattate e vanno difese e riproposte magari soltanto col sorriso che noi veneti abbiamo ereditato da Goldoni». Negli Illustrissimi (la sua fortunatissima silloge di lettere a grandi scrittori ed a personaggi della storia, stampata ormai a centinaia e migliaia di copie, tradotta in una quindicina di lingue fra le quali il cinese e l’indonesiano) scrive proprio a Goldoni, riferendosi alla Bisbeticae ai Rusteghi: «Fra le tesi antifemministe di Shakespeare e la vostra, caro Goldoni, preferisco la vostra: più umana, più giusta, più vicina alla realtà di allora, e di oggi, anche se oggi il vostro f femminismo appare palliduccio: dai vostri tempi in qua la donna ne ha fatte di conquiste, in gran parte positive, a sviluppo di quanto il Signore ha rivelato circa la vera grandezza delle donna» (e con tenerezza domestica il Papa dirà che Dio non è solo Padre, ma Madre amorosa, previdente e indulgente). Veniva fuori così, chiaramente, l’istintiva e familiare apertura di Papa Luciani a tutti i più umili ed a tutti i loro problemi. Si rifaceva, pur in ritmi diversi, «al compianto pontefice Paolo VI, cui va il trasporto commosso del cuore e della venerazione», quel Papa che assai diverso da lui, a me aveva detto di lui: «è fra i migliori teologi ed i più santi Vescovi di oggi», e poi lo aveva, in qualche modo, designato quale suo successore imponendogli la sua stola papale il 16 settembre ’72, in piazza San Marco tra la folla plaudente («e io divenni tutto rosso in viso e avrei voluto subito sprofondare dal palco» mi disse poi il Patriarca Luciani). Per quella sua capacità di comunicare umilmente e familiarmente, nessun Papa ebbe forse tanto rapidamente e tanto largamente il consenso dei cardinali e l’entusiasmo della gente più comune, nonostante le precedenti aspre contestazioni di ecclesiastici velleitariamente progressisti e di ricchi capitalisti. «La pietra scartata dai costruttori è stata posta come testata d’angolo ed è miracolo agli occhi nostri» (Salmo 117). Miracolo perché chi sembrava essersi attestato su posizioni conservatrici apparve subito come coraggioso instauratore, con semplice naturalezza delle forme e dello stile, vero e nuovo, preparato ma non ancora imposto da Paolo VI; il Papa di cui egli scrisse: «Con lui il soffio dello Spirito è passato sulla Chiesa e sul mondo». Di se stesso disse invece con umoristica umiltà e con assoluta fiducia nella Provvidenza divina: «Come Albino Luciani sono una ciabatta rotta, ma come Giovanni Paolo I è Dio che opera in me». Proprio con quei trentatre giorni di sorriso su ansie e tormenti si fece strame per spianare la via al suo successore. Solo dopo un Papa ancora italiano si poteva passare, senza traumi dopo quattro secoli, ad un non italiano, anzi ad uno slavo. Gli ardimenti e le novità di papa Wojtyla, non si sarebbero, forse, così rapidamente imposte senza il “macerarsi sorridente” di lui. Ancora di un grande e tormentato scrittore, come Tolstoj, a proposito di un convegno che si doveva tenere pochi giorni dopo alla Fondazione Cini, mi parlò, ricevendomi alle sette del mattino del 7 settembre, insieme a mia moglie. «La sua fine ad Astspovo è stata una ricerca in avanti o una fuga dalla vita? Nel “suo” vangelo c’è ancora Cristo o soprattutto Tolstoj?». Guardava insistentemente poi, verso le sette e mezzo l’angolo destro del tavolo dove spiccava un campanello bianco. «Vorrei offrirvi un caffè» disse sorridendo «ma non oso disturbare le suore e il cameriere a quest’ora». Forse anche quella notte, fra il 28 e il 29 settembre, quando cedette il suo cuore, non volle chiamare perché “non osava disturbare” nessuno. Preferì morire tutto solo come spesso avviene ai più poveri e ai più diseredati.

Vittore Branca (da IL SOLE - 24 ORE n. 259)

Mons. Giuseppe Andrich

A meno di tre mesi dalla morte del vescovo Vincenzo Savio, il presule salesiano che aprì la Causa di Beatificazione di Giovanni Paolo I, la diocesi di Belluno-Feltre ha il nuovo pastore, mons. Giuseppe Andrich, scelto fra i sacerdoti bellunesi. Nato a Canale d’Agordo, il paese natale di papa Luciani, sessantaquattro anni, visse da giovane prete la gaudiosa,se pur brevissima, stagione del Papa del sorriso e ne colse in qualche misura lo stile pastorale nelle variegate responsabilità che gli furono affidate dalla fiducia dei suoi superiori. Dopo aver vissuto la vita pastorale diretta, come vicario cooperatore e poi come Parroco, e insegnante per molti anni, venne nominato Rettore del Seminario Gregoriano dal Vescovo Ducoli e Vicario Generale dei suoi due immediati predecessori, i Vescovi Brollo e Savio. Eletto Vescovo di Belluno-Feltre il 28 maggio scorso, mons. Andrich venne ordinato nella Cattedrale di Belluno il 27 giugno seguente dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, avendo come Concosacranti mons. Paolo Romeo, nunzio apostolico in Italia, e mons. Pietro Brollo, Arcivescovo di Udine. Nel suo discorso al termine del solenne rito di ordinazione il neo- Vescovo, citò due volte Papa Luciani, anzitutto come suo concittadino ora Servo di Dio, poi facendo rimbalzare in Cattedrale una sua “forte” affermazione fatta ad incoraggiamento del servizio prezioso dei Parroci, nella Liturgia di inizio del suo Pontificato: «Se non ci sono i Parroci che aiutano i Vescovi, non salta fuori niente». Nella sua Chiesa a Canale d’Agordo dove ha celebrato la prima volta da Vescovo il 4 di questo mese nell’omelìa confidò: «Uscendo di sagrestia mi appoggiai al pastorale che usò Albino Luciani durante il suo episcopato ed ho pregato il Signore di appoggiarmi come lui al pastorale ed a tutto quello che esso significa». Una continuità dunque, non solo ideale con il servizio episcopale del futuro pontefice, il Vescovo dell’Humilitas che in semplicità diceva al Signore: «Prendimi come sono, con i miei limiti e cambiami come tu mi desideri». Come il più vicino collaboratore di mons. Savio e immediato testimone della sua vita, della sua malattia e della sua morte, il neo- Vescovo lo volle ricordare così: «Mentre calava la sua vita fisica cresceva e si manifestava la sua fede nel Redentore ( ) e mi tornavano alla mente le parole del grande precursore di Cristo: «Lui deve crescere, io diminuire ». Ecco perché ho voluto queste parole come motto per il mio difficile ministero che ora definisce tutta la mia vita: «Cristo deve crescere». In continuità con l’impegno pastorale del venerato suo predecessore, il Vescovo Giuseppe è ora il primo responsabile della Causa di Beatificazione di Albino Luciani, la quale è uno di quei sentieri aperti – come auspicava Savio – perché il Signore Gesù entri, trovi spazio nella nostra vita sociale e davvero lo facciamo crescere in mezzo a noi.

Mario Carlin

Dal Centro Papa Luciani
- le riflessioni del direttore -
Sulle tracce di una Presenza... particolare

Era una domenica limpida, il 4 luglio scorso. Il verde smagliante della vegetazione, l’azzurro terso attraversato da qualche nuvola bizzarra, un sole splendente che tutto illuminava e rendeva più caldo nelle varie tonalità dei colori. Stavo tornando verso il Centro Papa Luciani dopo la Messa celebrata in una parrocchia vicina. Mi sono fermato a riflettere... “Mostraci il tuo volto, Signore” (dai salmi); “Mostraci il Padre e ci asta”(da Giovanni); Dio! Se lo vedessi! Se lo entissi! Dov’è questo io?” (Da “I Promessi Sposi”). Sono testi che mi sono tornati alla mente e che esprimono il desiderio intimo di ogni uomo di vedere Dio. E io ero là, di fronte a opere stupende che Lui stava disegnando. Anche per me. E mi sono detto: è Dio che si specchia in questa natura e che mi dice: scopri in queste bellezze la mia presenza! Ma allora, Dio si può “vedere”? Sì, attraverso i segni del suo agire; e un segno, ricordiamolo, non è unicamente un fenomeno, qualche cosa che si mostra; ma una realtà che rimanda ad altro da sè, di cui ci fa intravedere almeno alcune caratteristiche. Consideriamo, ad esempio, un’opera d’arte. Su di essa, indubbiamente, converge il nostro sguardo ammirato, come su un oggetto che merita particolare attenzione. Ma, mentre ci soffermiamo ad ammirare l’opera, spontaneamente il nostro pensiero va all’artista. Se già lo conosciamo attraverso i libri d’arte, ci viene naturale l’esaltazione, almeno dentro di noi, della sua genialità, magari oltre le attese. Ma anche nel caso dell’opera di un anonimo, non dubitiamo affatto non solo dell’esistenza dell’artista che l’ha posta in atto, ma neppure delle sue capacità espressive; oserei dire, vi s’aggiunge un tocco di fascino in più, quando il suo volto rimane velato dal tempo. Più è bella l’opera d’arte, maggiormente risalta la straordinarietà dell’artista. Alla fine, risulta difficile distinguere tra l’ammirazione per l’opera d’arte e per la genialità dell’artista. Ciò vale per tutto quello che è produzione del genio umano, come un aereo, un computer, un televisore, un’operazione chirurgica difficile, dove al singolo si deve sostituire l’équipe. Ma vale anche nelle espressioni della vita quotidiana, come ad esempio in occasione di un regalo per il compleanno: se il marito regala alla moglie una collanina o un braccialetto d’oro, essa vi coglie soprattutto il segno dell’attenzione e dell’amore sponsale... Tutto questo vale anche per le opere di Dio. Il segno, dunque, diventa segnalazione di una presenza invisibile, ma reale. Spetta all’uomo, dotato di intuito e di intelligenza, raccogliere tali segnalazioni e riconoscervi la Presenza del Creatore e Padre di tutti gli uomini. Ecco: il paesaggio stupendo che avvolge il Centro Papa Luciani, aiuta anche in questo. E la natura diventa, per la persona attenta e desiderosa di “vedere”, una grande, autentica catechista!

Don Giorgio

Da Gilford U.S.A.

Raymond e Lauretta Seabeck, sono una coppia di sposi di Gilford, NH USA che (come scrivono introducendo il lettore in questa loro preziosa “fatica”), al funerale di Papa Luciani, durante la Messa, hanno avuto l’ispirazione di fondare la “Società dei Servi di Giovanni Paolo I”, a carattere missionario ed a servizio dei poveri, anzi – sono loro parole – «per vedere ed amare Cristo nei poveri». Oggi il loro sogno è una bella realtà che ha il suo cuore propulsore nel Centro Papa Luciani, aperto alle molte povertà soprattutto dell’America Latina, perché – dicono – «continui e si diffonda il sorriso di Papa Lucani che è sorriso di Dio sul mondo». THE SMILING POPE (il Papa sorridente) è una delle realizzazioni del sogno di allora: un simpatico “contenitore” della vita e dell’insegnamento di Albino Luciani, dove la cronaca illumina la mite e forte figura dell’uomo, e gli interventi, scelti e ordinati in modo piacevole, presentano lo spessore del maestro, dotto, semplice, convincente, sereno sempre. Al bel volume l’augurio di una vasta, meritata diffusione.

ultimo aggiornamento 17.07.2007
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