HUMILITAS - papa Luciani
sommario
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Anno XXVII - GENNAIO 2010 - n. 1

Signore, non butterò via
neppure un minuto

#2 Il Sacerdote mite, cortese, garbato

#3 La forbice dei poveri

#4 La spiritualità del Sacerdote
secondo il Concilio

#5 PIERRE L’ERMITE

#6 L’AUTORITÀ È SERVIZIO

#7 Luciani catechista senza mitra

#8Dove arriva la Chiesa
arriva la beneficenza della Chiesa

#9 Pensieri del giovane Luciani

#10 L’ANGOLO DEL PELLEGRINO

#11“Il Signore ci vuole totalitari”

IL NUOVO DIRETTORE SI PRESENTA

Albino Luciani, il papa degli umili

 

 

Signore, non butterò via
neppure un minuto

di Albino Luciani

 
Il cardinal Luciani   

    Anno nuovo. Nuova remata e spinta in avanti nella navigazione della nostra vita. Questa navigazione è stata raffigurata in quattro quadri. Il primo rappresenta l’infanzia. Una barca a vela è appena uscita dal porto. In mezzo siede un fanciullo e guarda, spensierato, il gioco delle onde. Può sedere ed essere spensierato, perché davanti, saldo al timone, è un angelo; di dietro, a poppa, ci sta, è vero, una figura oscura, ma dorme profondamente e non accenna a svegliarsi. Il secondo quadro rappresenta l’adolescenza. Il bambino del primo quadro è ora un giovanetto; in piedi, spinge dalla barca il suo sguardo curioso verso lontananze sconosciute, dove immagina siano bellezze senza fine. Il timone è ancora in mano all’angelo, ma le onde sono fortemente increspate e la figura oscura non dorme più: gli occhi torvi non promettono niente di buono: agognano il timone ed annunciano assalti. Il terzo quadro rappresenta l’età matura. Nella barca, adesso, c’è un uomo, il quale sta lottando con tutte le sue forze contro l’uragano che infuria su sfondo di tregenda; il cielo è oscuro; l’uomo è oscuro; il timone sta in mano della figura oscura: l’angelo è stato relegato in fondo. Nel quarto quadro siede nella barca un vecchio. La tempesta s’è placata, il porto è in vista, il sole indora le onde. Guida l’angelo e la figura oscura è saldamente incatenata. La rappresentazione è immaginaria, ma contiene verità, che voglio ricordare. * * * Prima verità. È vero che la nostra vita è un viaggio con un punto di partenza e uno di arrivo; ed il 1961, che oggi comincia, non è che un tratto intermedio tra quei due estremi. Ma ecco: mentre conosciamo la distanza precisa del punto di partenza, ci è completamente ignota la distanza dal punto di arrivo. Quanti anni ancora? Qui, in mezzo a noi, ci sono delle brave persone, che... sanno disegno e meccanica, inglese e trigonometria; ma questa piccola nozione, questo dettaglio curioso degli anni che ci restano, nessuno lo sa. L’animo si sente sfiorato da un brivido ed emette un proposito: «Gli anni possono essere pochissimi, può trattarsi solo di mesi o di giorni. Signore, non butterò via neppure un minuto!». C’è un problema ancora più preoccupante. I porti di approdo son due: Paradiso e Inferno ed il primo solo è desiderabile, rappresenta la fortuna delle fortune. Ci arriveremo? Ecco il problema. Tutti gli altri, al confronto di questo, sono niente. «Sono stato ricco, sono stato famoso, ho fatto una magnifica carriera. Tutto ciò non è che un disastro, se non ci arrivo. Intendo a quel primo, benedetto porto!». Seconda verità. È vero che per essere buoni si deve lottare, specialmente in certi momenti più aspri. È vero che due forze opposte si contendono il timone ossia il governo della nostra vita. È vero che la santità è frutto di conquista e di vittorie riportate giorno per giorno sulla punta della spada. È vero. E per questo la chiesa ci esorta: «et pugnate cum antiquo serpente» (Breviario). Siate forti nella lotta e combattete col serpente vecchio. Terza verita.È vero che il serpente usa una certa tattica ai nostri danni. Diceva s. Pietro: «Il vostro nemico... s’aggira e cerca» (1 Pt 5,8). Dante, nella selva oscura, descrive appunto questa tattica, quando trova la strada sbarrata dalle tre fiere: «la lonza leggera e presta molto», il leone «con la test’alta » e la lupa carica di brame e magra. La lonza che, leggera e svelta, non dà tregua, è la sensualità; essa approfitta di tutto per spegnere in noi i gusti e le gioie dello spirito e per accendere i desideri non buoni; ce la sentiamo alle calcagna dappertutto e sarebbe in grado di scoraggiarci e avvilirci, se non avessimo per noi l’aiuto e la protezione di Dio. Il leone «con la test’alta» rappresenta l’orgoglio, il quale mira proprio alle teste, che si vedono andar via alte e diritte, mentre, sotto, la persona si erge impettita e, nel camminare, la pancia tende in avanti. Ma non c’è motivo di essere tanto fieri. La fa intendere anche Giuseppe Giusti in uno dei suoi epigrammi. C’era un presidente ai suoi tempi; gongolava di presiedere e andava in tuba ed ecco, il poeta scoccare lo strale: Han rotto la tuba ad un Presidente; fortunatamente dentro c’era niente! Oh certi tipi, che marciano in tuba, anche di fronte a Dio e son tutto, e san tutto, autonomi, anticonformisti, autosufficienti! Ma poi? Ma sotto? In che si risolve tutta la loro bravura? La lupa, così magra e con tutte quelle brame, può essere la mondanità, che ci divora coi suoi impegni a getto continuo: visite, esami, concorsi, affari, competizioni sportive, spettacoli. Noi ci lasciamo inghiottire da queste cose come da un abisso. E Dio? E la nostra anima? Diventano due cosette secondarie, che intravediamo ogni tanto come puntini lontani e a cui concediamo pochi istanti, raramente e di sfuggita. Quarta verità. È vero che le forze del bene sferrano la controffensiva con tattica opposta a quella delle fiere. Per fortuna! Per la sensualità, la tattica del vuoto. Sì, ci sono dei momenti in cui Dio fa il vuoto in noi. Si sente che certe cose non son degne di noi, non bastano, non saziano. Si prova una specie di mal di denti, mentre una voce calma: «Va’ dal dentista! ». S. Agostino, riferendosi ai diciassette anni di sua vita sregolata, confessa: «Rodebar, crucicabar», ero rosicchiato, mi torturavo in quegli anni; quella non era una vita, Signore! «Talis vita, numquid vita erat?». S. Camillo ammoniva sé e gli altri così: «a fare il male si prova piacere, ma il piacere passa subito e il male resta; fare il bene, costa fatica, ma la fatica passa subito e il bene resta!». Per la superbia ci vuole il Vangelo, che è chiarissimo al proposito: «Mettiti all’ultimo posto» (Lc 14,10); il Signore è stato in mezzo ai suoi apostoli «come uno che serve» (Lc 22,27); «dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri... e beati voi se lo mettete in pratica» (Gv 14 e 16). Va anche bene quanto suggerisce il libro dell’Imitazione: «Pensa ai tuoi peccati con grande dispiacere e tristezza. Né crederti qualche cosa per avere fatto delle opere buone. Sei in realtà un peccatore». Per la mondanità, può bastare questo piccolo pensiero, sempre del Vangelo: «Che giova guadagnare il mondo intero, se poi si perde l’anima?» (Mt 16,26). Pensiamo dunque soprattutto all’anima in quest’anno appena cominciato. Volano gli auguri. Siano soprattutto auguri per l’anima! Vengono messaggi, si suggeriscono rimedi. Siano messaggi e rimedi per l’anima! Ricordo il bel messaggio natalizio di Pio XII del 1942. Esso finiva con cinque punti divenuti famosi, ciascuno dei quali cominciava così: «Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi...». Ricordo che quella «stella della pace» mi colpì; ma ha colpito, mi pare, anche Trilussa, se, seduta stante, le ha dedicato una delle sue poesie, tra le più delicate: La pecorella vidde ch’er Pastore Guardava er celo pe’ trovà una stella. Quale cerchi - je chiese - forse quella che porterà Pace, che porterà l’Amore? La stella c’è, ma ancora nun se vede... Je rispose er Pastore - Brillerà appena sarà accesa da la Fede, da la Giustizia e da la Carità! Miei fratelli! Riaccendiamo in noi le virtù della fede, della giustizia e della carità. Esse ci aiuteranno a combattere da prodi la nostra battaglia contro il male, ad assecondare la tattica buona, ci metteranno nell’aristocrazia dello spirito ed aiuteranno l’avvento della pace nell’anima nostra e nel mondo!

Gennaio 1961
O.O. 2 pag. 235-237

 

--- VITA SPLENDIDA ---

    Quanti anni ancora? si domandava il vescovo Luciani nel gennaio 1961. Per lui al traguardo eterno ne restavano diciassette. Straordinari. Lo attendevano la porpora cardinalizia e poi, per l’ultimo mese, la veste bianca di Successore di Pietro. Diciassette anni, vissuti splendidamente, come tutta la sua vita,lasciandosi condurre dal Signore con la coraggiosa disponibilità degli umili. In queste pagine si fa continuo l’invito alla santità che è la vita “splendida” di chi si apre gioiosamente al Signore, con l’umile coraggio di “don Albino”... Non importa per quale strada, con quanta fatica, con quali responsabilità, per quanto tempo: importa coniugare bene il verbo amare. E non ad intermittenza. La vita è fatta di minuti,non di giorni o di anni, e ogni minuto domanda di essere aperto all’amore. Don Licio richiama all’amore preferenziale per quella misteriosa presenza del Signore che sono i poveri, tutti i poveri, senza aggettivi discriminatori perché “sono poveri e basta” (pag. 4). Possibile, se siamo consapevoli di essere a nostra volta “poveri” davanti al Signore e, come don Albino gli diciamo con semplicità: Signore, tieni la tua mano sulla mia testa ed aiutami a tenere la mia testa sotto la tua mano”. Così, per quanto provata ed umanamente oscura, può farsi splendida la nostra vita.

Mario Carlin

 

 

Il Sacerdote mite,
cortese, garbato
Cesare Vazza

Santo Curato D'Ars   Siamo in pieno Anno Sacerdotale, voluto dal Papa Benedetto XVI “per contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti, per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo d’oggi”. Ma come testimoniare il Vangelo in modo più incisivo?...
    Risponde Luciani nel 1964: “Con la propria santificazione, imitando Gesù Buon Pastore. Da una parte, come lui, non perdere tempo e cercare soltanto anime; dall’altra, sempre come lui, essere miti e umili di cuore”. Patriarca di Venezia, Luciani diceva ai suoi sacerdoti: “È necessario imitare il più da vicino possibile il Signore... “che non cercò di piacere a se stesso” (Rm. 15-3). Così noi cerchiamo di non essere feroci nella ricerca dei nostri interessi e diritti e non lasciamoci scoraggiare, se non vediamo subito i frutti del nostro lavoro apostolico. Ricordiamoci che il solo sforzarci è già un successo che viene annotato diligentemente sul libro di Dio”. E infine citava il suo vescovo Muccin: “Che il sacerdote sia sacerdote sempre e in ogni luogo non dispiace a nessuno; a molti invece spiace quando avviene il contrario. Il senso sacerdotale, affermato in ogni circostanza, diventa per il sacerdote un’arma di difesa e di conquista: difesa di sé, conquista di altri”.
   Luciani che sempre è stato vicino ai sacerdoti, prima come vicerettore del Seminario, insegnante di varie materie, poi vicario generale, conosceva bene i problemi che essi dovevano affrontare, sia nella vita personale che pastorale. E scrive nel 1969: “I sacerdoti, in un certo modo, sono segregati in seno al popolo di Dio; ma non per rimanere separati. Sono testimoni e dispensatori di una vita diversa da quella terrena...
   ma non potrebbero servire gli uomini se si estraniassero dalla loro vita e dal loro ambiente. Dunque: non del mondo, sebbene nel mondo. In un Corso di Esercizi Spirituali fatto ai sacerdoti nel 1965, Luciani ha presentato il modello della santità che è Gesù “che ha fatto molte cose perché imparassimo da lui. Soprattutto è sempre stato mite e umile, perché anche noi fossimo miti e umili”. Poi, con il suo stile inconfondibile, approfondisce queste due virtù fondamentali per la santità del sacerdote.
   La mitezza. “Non soltanto una mitezza d’animo - dice Luciani - è stata anche mitezza di atteggiamento e di parola. Quindi anche gentilezza, cortesia, garbatezza... Le persone che parlavano con lui, le metteva sempre a loro agio: faceva coraggio, le perdonava, le lodava, gentilissimo il Signore, anche esternamente”. E continua: “La mitezza di Gesù non è debolezza... Quando si tratta di lui stesso è agnello; ma quando si tratta degli interessi del Padre, della salute delle anime, può diventare leone; i suoi occhi diventano severi da confondere anche i farisei, chiamandoli: sepolcri imbiancati, razza di vipere!” E conclude: “è bene che anche il sacerdote sia mite, cortese, garbato. La gente apprezza molto queste piccole cose e a volte il successo della nostra azione dipende proprio da queste piccole cose”.
   L’umiltà. “Gesù era umile. Ha detto: io non cerco la mia gloria (Gv. 8,50); io non cerco gloria dagli uomini (Gv. 5-41), proprio il contrario di quello che farei io, dice Luciani. E continua, con un semplicità disarmante: “Sì, Signore, io la cerco questa gloria e la ricevo. La gente si interessa poco di me e io ci patisco. I superiori mi hanno dato un ufficio piuttosto secondario... un posto più alto potevo occuparlo anch’io, invece mi hanno dato queste trappole. Ebbene rinuncio!... Gesù non avrebbe ragionato così perché è venuto, non per essere servito, ma per servire e dare la vita per noi”. Infine, Luciani parla delle manifestazioni della superbia: il Bastian contrario: “A volte, per puro spirito di contraddizione, se uno afferma io sento il bisogno di negare: brutto carattere!
   L’ostinazione: quando ha detto una cosa, quando ha piantato il chiodo, magari con la testa, non lo smuovete dal suo punto di vista, mai, in eterno! L’ipercritica: qualcuno non è mai contento, né dei superiori, né dei sudditi, né dei confratelli: trova sempre tutto sbagliato, nulla è fatto bene. Un bell’impiccio per chi deve sopportarlo! Il dogmatismo: Ipse dixit! Ego autem dico vobis. Ho parlato io, non c’è più niente da dire e da fare. So io. So tutto... quanta presunzione! Ringraziamo Luciani di questo saporoso invito alla santità e ringraziamo Papa Ratzinger che ci ha regalato questo Anno Sacerdotale, come tempo di grazia, da utilizzare per approfondire il dono e il compito affidatoci.
    Un dono prezioso, custodito però in fragili vasi di creta. Un compito non sempre gratificante, ma sempre sostenuto dalla grazia di Dio “a cui nulla è impossibile”.


La forbice dei poveri


Scultura al Centro Papa Luciani     Caro don Albino, sai bene anche tu che, dovendo scrivere con delle scadenze precise, ci si trova all’ultimo momento a consumare molto più tempo nello scegliere l’argomento che non nel trattarlo. Questa volta invece c’è qualcosa che aleggia, invade, dilaga, incombe e preoccupa talmente da costringermi a parlarne anche con te, sensibile come sei sempre stato di fronte ai deboli, ai piccoli, ai poveri e quindi a chi si trova nel disagio e nella sofferenza. Mi riferisco alla crisi finanziaria globale che, partita dall’America, sta penalizzando l’economia di tutte le nazioni e le cui conseguenze si stanno riflettendo negativamente sulle condizioni delle famiglie e delle persone meno protette. Così la “forbice” che ha sempre diviso i ricchi dai poveri si allarga e il dramma di chi perde il lavoro, come la tragedia dei giovani che non riescono a trovarlo, proiettano ombre inquietanti sul futuro delle nostre comunità. Si fa un gran parlare delle vecchie e delle nuove povertà: dalla solitudine degli anziani alle famiglie in difficoltà per motivi economici, di salute ed emarginazione, ai casi di dipendenza da alcool, droga, gioco d’azzardo e bullismo. Non basta parlarne; serve intervenire con rispetto, delicatezza e vicinanza discreta. Un consumato e sempre valido consiglio suggerisce di offrire al povero affamato non un pesce, ma possibilmente una canna per pescarselo. Una parola! Don Primo Mazzolari, il noto parroco di Bozzolo (Mantova) che sapeva rapportarsi come pochi con i poveri e gli operai, diceva che i poveri sono poveri e basta! Cioè, che se aspettiamo ad aiutare quelli che lo meritano, troveremo sempre un motivo per non farlo. Oltre che dai suoi scritti, don Primo l’ho conosciuto soltanto per telefono, quando si scusava nel dover rinunciare ad una predicazione a Lendinara (Rovigo), perché gli era stato vietato di parlare in pubblico fuori dalla sua parrocchia. Papa Giovanni poi lo riabiliterà definendolo “la tromba dello Spirito Santo”. Nelle scorse settimane ho visitato all’incirca 250 famiglie e altrettante ne vorrei visitare al più presto, nelle due parrocchie del mio paese. Oltre a dover riconoscere la commovente cordialità di tutti e la devozione che mettono al momento della preghiera di benedizione, riconosco anche l’imbarazzo che si prova di fronte a quella inaccettabile “forbice” che tende ad allargarsi perfino negli ambienti dove tutti si conoscono. Anzi, credo proprio che sia per questo che molti preferiscono aiutare le varie iniziative della ricerca e le popolazioni disagiate delle diverse parti del mondo. Del vicino di casa o del compaesano invece è sempre possibile dire che è un lavativo, che non si sa organizzare, che tanti ne prende e altrettanti ne butta, che si è provato di tutto e non è servito a niente... Ma i poveri sono poveri e basta; perché il povero non è né bravo, né ordinato, né comodo: è però quel Gesù difficile da riconoscere che istintivamente siamo portati a chiudere fuori dalla porta. Peccato, perché solo su questo tema saremo giudicati alla fine.

Con affetto, don Licio

 


La spiritualità del Sacerdote
secondo il Concilio

Il cardinal Luciani  Di Albino Luciani, vescovo di Vittorio Veneto, sono rimaste famose le lettere dal Concilio, tanto da meritare di essere raccolte e pubblicate in un volume specifico. Testimonianza del soffio dello Spirito alitato su quell’assise e recepito nel cuore del pastore sono anche gli esercizi spirituali predicati da Luciani ai preti della sua diocesi a commento della parabola del buon samaritano nel 1965, prima ancora della chiusura definitiva del concilio. Quest’anno, che papa Benedetto ha voluto dedicato al sacerdozio, mi sembra bello ed opportuno cogliere alcuni spunti dalle meditazioni di questo corso per illustrare la spiritualità del sacerdotale ispirata al Vaticano II. Ascoltiamo le parole con cui il vescovo Albino inizia la prima meditazione: “Al concilio è rimbalzata un’esortazione che già da qualche tempo si trovava nei testi. Vari padri hanno detto: Bisogna predicare di più la historia salutis (la storia della salvezza)”. Questo esordio è già un programma: segna il passaggio, nella predicazione, dalla teoria ai fatti, dalla dottrina alla storia. Per parlare di Dio e farlo conoscere all’uomo non si deve più partire dai principi dell’essere, ma dal concreto agire di Dio che è intervenuto nel mondo per cercare, aiutare, purificare e salvare il popolo d’Israele e l’umanità intera. I tanti eventi di questa storia dell’amore di Dio per l’uomo, narrati nella Scrittura, sono come condensati - dice Luciani, riprendendo una suggestione di Origene - nella parabola del buon samaritano, che rappresenta in primo luogo Gesù stesso, che, a sua volta, manifesta il cuore e le opere di Dio Padre. L’uomo che scende da Gerusalemme a Gerico è l’umanità tutta in viaggio verso l’incontro con Colui dal quale veniamo ed al quale ritorniamo. Il Signore ci chiama alla sua presenza e ci chiede di presentarsi a lui santi. Ai preti, la prima meta che Luciani propone è quella propria di ogni cristiano: la santità, ribadita fortemente dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, che dedica tutto il capitolo quinto proprio all’universale chiamata alla santità. Luciani, di proposito, vuole che i preti suoi collaboratori si pongano da subito, davanti a tutti e con tutti gli altri, sulla strada della santità. L’esigenza della santità, posta da Dio per entrare in comunione con lui è presentata da Luciani con forza, facendo abbondantemente appello alle parole della Scrittura, che ormai entra come tessuto imprescindibile delle sue meditazioni. Per essere fedele al Concilio, la spiritualità cristiana, e del prete in particolare, deve necessariamente alimentarsi alla Parola di Dio, studiata, meditata, vissuta. Se la metà è elevatissima e la richiesta è energica, Luciani però non manca di realismo, lo stesso realismo di Dio che conosce l’uomo, il suo temperamento, le sue stanchezze, le sue passioni, i suoi peccati. Per questo invita a confidare non solo nella propria buona volontà, ma nell’infinita grazia di Dio che rende possibile ciò che all’uomo è impossibile: “tutto è possibile a chi crede“, rammenta Luciani, citando Gesù. Questo non significa che Dio operi in noi chissà quali miracolose trasformazioni, ma che la santità è possibile non solo per le aquile, ma anche per le colombe: per grazia c’è una santità della vita quotidiana, che passa attraverso le piccole cose. A conclusione della sua meditazione, il vescovo Albino richiama ai suoi preti il concetto di historia salutis, nel suo tipico stile colorito e concreto: “è Dio che ci corre dietro, che non si stanca neanche se noi lo vogliamo stancare per forza. Inutile dire: Io ho tanti peccati. Inutile, il Signore ci vuole salvare lo stesso e ci vuole salvare chiamandoci alla santità. Cerchiamo veramente di incamminarci sulla via della santità”. È un invito che non ha perso neanche oggi tutto il suo peso e la sua attualità.

LE GRANDI VOCAZIONI
PIERRE L’ERMITE
- dagli scritti giovanili di Albino Luciani -

Fiori al Centro     Aveva un sogno...! Sì, un piccolo, delizioso sogno umano che gli riempiva il giovane cuore, che amava accarezzare colla fantasia. Quando nel cortile del collegio capitavano i compagni anziani, col casco sulla testa, egli li guardava con desiderio e si diceva: «Fra due anni anche tu sarai così!». E guardava anche, nel parlatorio, le sorelle dei suoi amici e si diceva: «Forse fra qualche anno, quella lì sarà tua moglie». I due anni passarono. Gli esami furono brillantemente superati... Ma proprio allora cominciò a sputar sangue; febbre tutte le sere; traspirazione tutta la notte... Scrutava ansiosamente il volto del medico, che restava però chiuso, impenetrabile; una sera, tuttavia, lo specchio gli mandò, di riflesso, una smorfia significativa del bravo dottore. Volle aere. Aspetta che l’infermiere sia assente, spacca la vetrata dell’infermeria e va a leggersi sulla cartella clinica la sua sentenza. Ahimè! Spacciato o quasi! Vuole una conferma. Un amico fa pratica di medicina all’ospedale, va a trovarlo e gli dice: «Senti un po’ questo caso: un giovane sui vent’anni sputa rosso, ha la febbre tutte le sere, è in traspirazione... ». L’amico non lo lascia finire: «è perduto... Vieni, vieni a vedere nel gabinetto i polmoni del n. 27. è proprio un caso simile a quello di cui mi parli». Per le scale incontrano l’inserviente del gabinetto radiologico: «Hai preparato i polmoni del “27”? «Sì, sono in acqua». Vanno. Il giovane assistente medico fa osservare come quei polmoni sono intaccati, come il “27” è condannato. «Ed ha precisamente quello che dici tu: sputi sanguigni, febbre, traspirazione continua...». «Allora sono condannato anch’io...». «Come? Si tratta di te?... Oh! Povero amico». La realtà fu diversa... Il «povero amico» manda ad esecuzione l’indomani due cose. Primo, chiude in una cassa tutti i suoi libri di matematica; secondo, scrive al rettore del Seminario di Parigi per essere ammesso tra i chierici di teologia. Perché s’era detto: Voglio utilizzare al massimo il poco tempo di vita che mi resta. In seminario, almeno, potrò prepararmi a ben morire. Ma non morì affatto; dopo due anni di lotta col male, ecco un deciso miglioramento; le forze ritornano, la salute rifiorisce. Egli termina gli studi teologici, diventa sacerdote e scende nel campo del lavoro. Così, quasi suo malgrado, invece che ufficiale fu prete. Invece che una guarnigione, dove montar la guardia, ebbe una parrocchia vastissima di Parigi. Invece che padre di famiglia fu padre delle anime. Vuoi dar a me i tuoi piccoli sogni? E che tempra di prete! E che cuore di padre! È ancor vivo, è Edmondo Loutil conosciuto sotto il suo nome di battaglia: Pierre l’Ermite. Compirà gli ottanta anni nel prossimo novembre; eppure lavora colla bravura, coll’intelligenza, l’entusiasmo dei giovani e si guarda a lui come al modello del parroco moderno. Difatti, egli ha mirabilmente organizzato la vita cattolica in due delle più difficili parrocchie parigine. Organizzazioni giovanili, caritative, culturali, colonie estive, sale parrocchiali, cinema... non c’è mezzo che abbi lasciato intentato per le anime. Vive nell’ambiente forse più corrotto di tutto il mondo; eppure vuole l’ottimismo, la fiducia. È zelante, intraprendente, energico; ma crede soprattutto alla forza dell’amore, della mitezza. Ha fiducia nella famiglia e nella parrocchia. Famiglia e parrocchia! Ecco le due istituzioni che preparano il cristiano alla vita completa. E, secondo lui, sono insostituibili. Ha fiducia nella stampa, arma moderna, efficacissima. «Che farebbe S. Paolo, se vivesse ai nostri tempi?». «Si farebbe giornalista », aveva risposto il cardinal Mercier. «Macché, fatemi un piacere! Si metterebbe addirittura a capo di un’agenzia di informazioni, l’Havas, per esempio», risponde Pierre l’Ermite. E spiega: «L’Apostolo era un uomo che il toro lo prendeva sempre per le corna». Lui si sforza di fare altrettanto: prendere il toro per le corna, adoperare i mezzi più spicci, efficaci. È per questo che da 54 anni scrive continuamente novelle e romanzi. I suoi romanzi si contano a dozzine, le novelle a migliaia. È lì che combatte le sue battaglie, che apre il suo cuore di sacerdote, che semina a piene mani... Le prediche, chi leggerebbe? Tutti invece leggono i suo romanzi che sono ormai tradotti in tutte le lingue e stampati a «milioni» di copie. Pio XI, quando lo vide al congresso della stampa cattolica non poté trattenersi da fare in pubblico un alto elogio al «bravo e valoroso Pierre l’Ermite». Ma che sarebbe stato senza quella malattia, senza la risoluzione generosa di spendere il resto della vita per gli altri? Ecco quello che è una vocazione: Dio che dice al giovane: “Li vuoi dare a me i tuoi piccoli sogni?”. Vuoi rinunciare all’amore umano, alle grandezze? Vuoi passare oltre la donna, oltre la carriera, e venire con me, pei piccoli, pei poveri, per gli ignoranti?”. Se il giovane non ha paura, se dice di sì, se chiude gli occhi e consegna le mani per lasciarsi condurre, è fatto: abbiamo un sacerdote, un apostolo di più.

O.O. 9 pag. 401-103


L’AUTORITÀ È SERVIZIO

Gruppo   Per guidare gi altri il sacerdote ha veri poteri sugli altri? Senza dubbio, ed è la prima cosa che il Concilio mette in chiaro in materia di governo pastorale...”. È esercitando la funzione di Cristo capo e pastore, per la parte di autorità che spetta a loro che i presbiteri riuniscono la famiglia di Dio e la conducono al Padre, per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito Santo” (P.O.5) E aggiunge: “Per questo ministero viene conferita una potestà spirituale” (P.O.6) C’è oggi chi si vergogna di pronunciare questa parola “potestà” eppure è la parola di Matteo (28, 18). Il Concilio fa di questo passo il cardine di tutta la sua ecclesiologia, citandolo per lo meno dodici volte. Qualcuno poi scappa fuori a dire che il sacerdozio ministeriale coincide con quello dei laici, soltanto viene esercitato in modo più frequente, ma su commissione dei laici e magari “ad tempus”. Il sacerdote così viene tagliato fuori dall’ufficio di capo e mediatore, che ha in quanto collegato con Cristo. Il recente Sinodo ha precisato con insistenza. «Fra i diversi carismi e servizi solo il ministero sacerdotale continua l’ufficio di Cristo Sacerdote, è distinto essenzialmente, non solo di grado dal sacerdozio comune dei fedeli e rende presente l’opera essenziale degli apostoli. Solo il sacerdote è in grado di agire “in persona Christi”. Mancando la presenza e l’azione del sacerdote la Chiesa non può avere la certezza della propria fedeltà e della propria continuità visibile. Attrverso l’imposizione delle mani viene comunicato al presbitero il dono inammissibile dello Spirito Santo e questa partecipazione al sacerdozio di Cristo non va in nessun modo perduta anche se il sacerdote, per motivi ecclesiali o personali venga dispensato o rimosso dall’esercizio del suo ministero». Come il sacerdote esercita la sua autorità? Abbiamo tanto sentito parlare di diaconia e di nuovo stile di autorità che pare superfluo citare la “delicata bontà seguendo l’esempio de Signore”, raccomandata dal Concilio.Eppure ci sono due estremi da evitare. Da una parte c’è la tentazione del paternalismo, di fare cioè il bene dei figli senza consultarli, di mettere le persone a servizio dell’efficentismo e non viceversa. Dall’altra si rifiuta l’autorità stessa come oppressione e la disobbedienza è chiamata affermazione della propria personalità. La verità sta in mezzo. Sì i fedeli devono essere serviti, ma il mezzo per servirli è usare-nel debito modo-l’autorità. Se questa non è usata c’è debolezza, abdicazione, disservizio. Il Sinodo parla di “movimento pendolare”: il pendolo cioè dalla rigidezza di una volta si è spostato alla quasi anarchia di oggi; bisogna che ritorni nel mezzo e si fermi.

O. O. 5, 413-414


Luciani catechista senza mitra

Papa Luciani    Quando Luciani arrivò in diocesi di Vittorio Veneto in molti, dopo la breve permanenza del vescovo mons. Giuseppe Carraro, era vivo il ricordo del vescovo mons. Giuseppe Zaffonato con la sua presenza imponente.
   Spesso Luciani poteva sentirsi dire: Ah! Zaffonato! Quando predicava si sentiva la parola forte; era un pastore col pastorale in mano e con la cazzuola per la ricostruzione. Nel suo primo incontro ad Oderzo Luciani si sentì salutare dall’abate Domenico Visentin: “Speriamo che sia arrivato un vescovo che abbia finito di studiare”. Al tempo di mons. Zaffonato, il Vescovo veniva accolto in processione ai confini della parrocchia. mons. Angelo Maschietto, lo storico della Diocesi, descriveva la Visita pastorale di mons. Giuseppe Zaffonato a Cordellon di Lentiai (BL): il vescovo venne fatto salire su una slitta tirata sulla mulattiera da varie paia di buoi fino alla chiesa.
   Ora questo vescovo Luciani arriva quasi privatamente in parrocchia. I sacerdoti gli dicevano: “Metta un po’ di rosso... che si veda che è vescovo... col pastorale in mano... e lo adoperi”. Voce flebile parola semplice pensiero forte. La voce di Luciani era flebile, ma il pensiero, chiaro e comprensibile, permetteva di cogliere pensieri “forti”. Caratteristica delle sue prediche era la semplicità, il colloquio diretto e immediato con la gente, per mezzo di bambini, con il racconto di storie, di aneddoti, di vicende di animali, che facevano spesso sorridere... Luciani delegava, spesso, ad esempi quello che voleva trasmettere alla gente. Luciani era stato invitato dal Vescovo di Trento mons. Alessandro Maria Gottardi, a tenere una conversazione ai sacerdoti della Arcidiocesi.
   Il Vescovo arriva senza nessun segno esteriore e si unisce semplicemente ai molti sacerdoti che entravano nella sala. Uno dice al vicino: “Andiamo a sentire quante storielle racconterà questo Luciani”, il quale, evidentemente, sentì e sorrise. Introducendo il tema della Giornata ebbe a dire: Sono classificato come un vescovo che racconta barzellette, ma nel Vangelo anche Gesù raccontava ed esponeva le verità altissime con esempi, con semplicità, alla portata di tutti... perché le nuvole alte non mandano pioggia; ricordo che quando il cardinale di Torino andò a visitare l’oratorio di Don Bosco e si presentò con il pastorale e con la mitra in testa; essa, urtando contro una trave del soffitto, gli cadde dalla testa e don Bosco a dirgli: “Eminenza, qui si parla senza mitra in testa”. Così a Pietralba, al Santuario della Madonna, mentre giocava a bocce, si sentì dire da due sacerdoti di passaggio: “Veniamo da Vittorio Veneto, abbiamo ascoltato il Vescovo Luciani, ma quelle cose le potevamo dire anche noi...”.
    A Vicenza il vescovo Carlo Zinato si premurava di dire, accomodandogli lo zucchetto: Vien qua, che te mette a posto lo zucchetto, perché ancora non te lo sa far ben”. A Trieste il vescovo Antonio Santin, aveva inviato Luciani per una conversazione su “La Madonna, Madre di Dio”: al termine gli disse: “Sono contento, hai parlato bene... sento che vuoi bene alla Madonna”.
    Quando in Vescovado a Vittorio Veneto arrivava il Parroco della Cattedrale per la benedizione pasquale, Luciani, in ginocchio sul pavimento, rispondeva alle preghiere. In cattedrale, durante le 40 Ore di adorazione, il Vescovo si metteva, con rocchetto e mozzetta, sui banchi della chiesa accanto ai cappati con la loro divisa. Sono quello di una volta... Ai suo compaesani di Canale d’Agordo Luciani ricordò: “Sono quello di una volta... che assomigliava a Pinocchio...” Per la nomina a Patriarca di Venezia egli accetta di celebrare, al suo paese, il Pontificale, si accorda per una celebrazione molto semplice... ritorna a casa senza partecipare al pranzo, e la giornata era nevosa e le strade intasate. A Roma, per la foto ufficiale con Papa Giovanni XXIII che lo aveva ordinato vescovo il 27 dicembre 1958, egli si fa prestare il ferraiolo, che poi risulta essere troppo lungo. Alla udienza con Paolo VI nel 1970, prima dell’ingresso a Venezia, egli arriva senza la fascia, che gli viene prestata da un monsignore di anticamera. Mentre saluta il Papa, la fascia cadde a terra, essendo troppo larga, ... ed ambedue sorridono... E all’ingresso a Venezia poté anche raccogliere queste espressioni: è una predica non da Patriarca, ma un di un buon parroco di terraferma... ci vuole ben altro e una persona con maggior presenza...
   A un incontro in parrocchia Luciani si presentò in veste nera; il servizio d’ordine decisamente fece deviare la macchina, per lasciar posto all’arrivo del vescovo, il quale, tranquillamente, accettò di allontanarsi e a presentarsi puntuale allo stesso posto, ma questa volta con le insegne vescovili, e allora venne accolto con meraviglia e stupore. La posta era recapitata, a quel tempo, verso le ore 11.00 in Vescovado a Vittorio Veneto. L’Osservatore Romano riportava l’invito ai vescovi a semplificare le vesti e le esteriorità.
    Luciani volle togliere subito lo stemma vescovile, che stava sul portone di ingresso e di eliminarlo... ma viene salvato dicendo che era un’opera pregevole di intarsio. Castello... libri e automobile... In un incontro Luciani venne contestato perché possedeva una macchina grande, aveva libri tanti mentre loro non potevano sposarsi ... per mancanza di casa e di denaro... Ritornando a casa disse: “Ci vuole pazienza; mi pare di aver usato la macchina non per andar in giro comodamente, ma per essere a servizio della gente...”. E quella volta era partito alle undici di sera per Torino per visitare la sorella suora che poi incontrò morta e per la quale celebrò la Messa; ritornò mangiando un panino sotto un cavalcavia della autostrada e fu puntuale in una parrocchia alle tre del pomeriggio per gli incontri previsti per la visita pastorale... e dopo la cena si incontrava con quel gruppo che lo contestava.
    Così nell’ultima festa di san Tiziano che celebrò a Vittorio Veneto, si vede recapitare di buon mattino un biglietto, che durante l’omelia lesse in cattedrale: “Il vescovo vive in un castello, con tante stanze.. la gente vive senza lavoro e senza casa”. Con chiarezza disse: Io abiterei più volentieri in mezzo alla gente piuttosto che in un castello... ho anche provato per alcuni mesi a vivere in Seminario... poi ho constatato che non vi era alcun vantaggio... la gente che veniva ad incontrarmi esprimeva anche il desiderio che ritornassi in castello, luogo anche riservato e che facilmente con la macchina si poteva raggiungere...”.
    “Io, disse ho una camera da letto con annesso il bagno, uno studio, con annesso un corridoio che fa anche da biblioteca, un sala dove ricevo le persone, l’ufficio del segretario, una sala di attesa e l’entrata. Vi si trova una piccola sala da pranzo, con vicina la cucina, un guardaroba e tre camere per le suore. Tutto il resto è stato messo a disposizione della Casa Esercizi, pensata e realizzata dal mio predecessore mons. Zaffonato e che è aperta a tutti per incontri di preghiera e di studio, di formazione, per ogni categoria di persone”.
    “Davanti a Dio, era solito dire, siamo quello che siamo; è una fortuna essere nella Chiesa, che più grande di noi”.



Dove arriva la Chiesa
arriva la beneficenza della Chiesa

Messa al Centro Papa Luciani   Da sempre, presso tutti i popoli, si sono dati aiuti ai poveri. Compassione istintiva, simpatia di parenti o di amici, solidarietà nazionale, altruismo più o meno motivato, già prima di Cristo, hanno messo in piedi un po’ di beneficenza. Magari scarsa, magari mescolata a egoismi e crudeltà questa beneficenza, ma qualche aiuto ai poveri non è mancato mai, in nessuna parte del mondo.
    Con Cristo, a tutti i motivi sopraddetti s’è aggiunto l’amore verso il prossimo. Ed allora, gli aiuti ai bisognosi sono stati illuminati e favoriti da caratteristiche nuove.
    Le ricordo. a) Gli uomini - ha detto Cristo - figli tutti dello stesso padre, devono amarsi come fratelli per Dio e in Dio (cf. Mt 22,37-40; Lc 10,27; Gv 13,34; 15,17 ss.). b) In questo amore non ci possono essere esclusioni. Pagani ed ebrei non ritenevano che fossero “prossimo” gli schiavi, gli stranieri, i nemici. Gesù proclama il contrario obbligando a superare la ripugnanza naturale (cf. Mt 5,44; Lc 6,27,35; 10,30-37). c) In pratica - nella legge cristiana - l’amore comincia con una disposizione interna a simpatizzare con gli altri e a diffondere del bene intorno a noi; le opere di misericordia compiono fuori ciò che è cominciato dentro; sono il risultato esterno delle disposizioni interne e la prova della nostra sincerità. d) Si tratta di cosa non facile, per renderla meno difficile, Gesù ha inventato un fenomeno inaudito, inaspettato, efficace; si è nascosto nella persona di ogni povero e ha dichiarato: ciò che farete a costui, lo fate a me. Ha aggiunto: nell’ultimo giorno, è su questo - se avete aiutato o no, amato o no - che sarete giudicati (cf. Mt 25,31-46).
   Vi chiedo di riflettere un momento; questa dottrina proposta da Cristo è capace di conferire agli uomini una carica straordinaria e alla beneficenza dimensioni vaste ed elevate. È vero, aiutando gli altri, noi sappiamo di poter contare sulla ricompensa di Dio, però, agendo soprattutto per amore di Dio, ci liberiamo dall’egoismo, che cerca solo il proprio tornaconto. È vero, il Cristo, nascosto dietro il povero, da noi riceve qualcosa, ma ci dà molto di più; ci dà la forza di superare ripugnanze e fatiche, fa emergere ciò che di meglio è in noi, solleva qualcuno sulle ali della grazia fino all’eroismo.
   È così che si spiega il dinamismo eroico a favore dei poveri di un Vincenzo de Paoli, di un Cottolengo, di p. Kolbe e di moltissimi altri. E poi, viene messa in una universalità assoluta: la carità cristiana, infatti, deve dare a tutti senza distinzione; deve occuparsi di qualsiasi bisogno, deve rivestirsi di qualunque forma, andando dal bicchiere d’acqua dato all’ammalato, alla carezza fatta al bambino fino alle grandi opere di portata internazionale. La carità cristiana è vecchia quanto la chiesa. Gli apostoli, nell’evangelizzare, come il loro maestro, manifestano insieme le verità della dottrina che predicano e la bontà del loro cuore, guardando malati e facendo elemosine. Dovunque arriva la chiesa, là arriva anche la beneficenza della chiesa. In un primo tempo, si crea un clima sconosciuto antecedentemente; i cristiani si amano senza distinzione di classe sociale, di razza, di nazionalità; si riuniscono in posti fraterni chiamati agape, nome greco, che vuol dire amore. In un secondo tempo, si scende al pratico quanto più possibile.
   Fallito quasi subito a Gerusalemme il tentativo di mettere in comune i beni per vincere la povertà di molti, vengono istituiti i diaconi per la distribuzione di aiuti ai poveri. A fianco dei diaconi prendono posto ben presto, per dedicarsi al servizio di Dio e dei poveri, vedove e vergini le quali continueranno poi lungo il corso dei secoli in forme svariatissime fino alle suore di oggi. Nei primi secoli, però quella che domina è l’idea che “vescovo è colui il quale ha la cura dei poveri nella sua comunità, fino al punto che non c’è carità privata o non esistono iniziative private in questo campo.
    La Didascalia, nel III secolo, arriva ad affermare che, con le elemosine private si fa torto al vescovo, lasciando supporre che egli non si interessi dei poveri. Ogni chiesa ebbe ben presto il suo elenco dei poveri (“poveri immatricolati” i quali sono: vedove, orfani, anziani bisognosi di aiuto). Da un passo di Ippolito apprendiamo che nel 190 la chiesa romana possedeva l’elenco esatto dei confessori condannati allora ai lavori forzati in Sardegna, e che ad essi venivano inviati regolarmente dei soccorsi. “Nel 251 la chiesa di Roma contava 1500 “poveri immatricolati” e papa Cornelio scrive che i mezzi erano sufficienti per tutti. La Didascalia raccomanda di affidare gli orfani a qualche famiglia cristiana e di far loro imparare un mestiere”. Venivano aiutati anche i non cristiani “Non è indecoroso per noi pagani. Scriveva l’imperatore Giuliano l’apostata - che gli empi galilei “cioè i cristiani” nutrano, oltre che i propri, anche i nostri poveri,mentre noi lasciamo senza soccorso i nostri fratelli?”.
   “Risulta che le grandi chiese, come Roma e Cartagine, venivano in aiuto delle chiese piccole. Con quali denari? Con quelli ricavati dalla “borsa delle elemosine”. Ciascuno - dice Tertulliano - dà una volta al mese oppure quando vuole, soprattutto se egli vuole e se può, poiché nessuno è costretto”.
   I chierici, se ricchi di famiglia, solevano dare alla chiesa la propria sostanza privata; fu il caso delle vigne o degli oliveti del vescovo s. Cipriano di Cartagine. Non mancano speciali donazioni di cristiani benestanti o anche di pagani e perfino di funzionari ben disposti.

O.O. 8 pagg. 33-35

Pensieri del giovane Luciani

Luciani da bambinoForno di Canale, 5 marzo 1923
   «Cara mamma, l’altro giorno voi mi avete mandato a Cencenighe a comperare delle medicine, ed io per far più presto mi sono preso la slitta piccola, ma nell’andare fuori montato, mi avevo perso due delle dodici lire che mi avevo preso.
   Voi non sapevate quanto costava la medicina, ed io quando sono arrivato a casa vi ho dato indietro cinque lire mentre la medicina ne costava cinque e io vi ho detto sette. Io non ebbi il coraggio di confessarvelo subito anzi avevo pensato di tacere.
   Ma, un certo ma, mi ferisce la coscienza che da quel giorno in poi non è più tranquilla come prima. Dunque oggi ho pensato tanto e adesso vi confesso la verità, perché come vi ho detto prima la mia coscienza non è tranquilla. Poi ho pensato anche il proverbio che dice “Il peccato confessato è mezzo perdonato”. Spero che come altre volte mi perdonerete anche quest’ultima, e poi siete tanto buona?!
    Se volete le due lire quando le avrò ve le restituirò. Col pensiero che mi perdonerete e con la coscienza tranquilla penso a voi. Vi saluto.
   Sono vostro aff.mo figlio Albino.

Forno di Canale, 7 marzo 1923

    «Caro compagno, ieri nel cortile delle scuole, mentre aspettando il maestro facevamo un po’ di ricreazione ti ho sentito dire delle bestemmie che mi fecero fin rabbrividire ed io per questo non ho più voluto giocare con te. Guarda che se il signor maestro, come sai anche tu viene a saperne non solo ti dà un quattro in condotta quindi non sei nemmeno ammesso agli esami, ma ti batte e tu come so, piangerai dirottamente.
   Poi ti pare bella cosa, grande e grosso come sei bestemmiare in mezzo a un gran numero di piccoli ragazzi che se le sentono le imparano anch’essi? Poi offendi Dio quel Dio che ti ha creato, e che è morto per tutto il mondo e quindi anche per te per salvarti?
    Tu dunque bestemmiando in mezzo a quelle piccole creature che non sanno nemmeno perché siano al mondo, come ci scommetto che non sai nemmeno tu, non solo offendi Dio ma dai scandalo a tutti quelli che sentono, cioè il cattivo esempio. Ricordati quelle belle parole ripetute dal Signore stesso mentre le donne portavano i loro bambini affinché li benedicesse. “Chi dà scandalo cioè il cattivo esempio a queste anime innocenti che sono pure e vergini come i gigli dei campi fa meglio a prendersi una macina da mulino e gettarsi nel fondo del mare, oppure prendersi una fune con un laccio attaccarla a un albero e piccarsi”. Quindi hai fatto un gran male e spero che non bestemmierai più. Ricordati anche che cosa ci ha detto il signor maestro: “Ti piace questa bella rosa? Sì. Ma se fosse su un po’ di sterco ti piacerebbe? No”.
    Ebbene questo bel paragone paragona così: la bella rosa rappresenta il buon fanciullo il quale vantandosi di esser troppo buono va con le compagnie cattive e a poco a poco perde tutto il suo ardore cioè la sua purezza la quale dopo aver frequentato quelle compagnie non ha nemmeno più traccia di quello che era prima.
   Io te lo raccomando non frequentare le cattive compagnie perché ti rovinano l’anima e il cuore. Ti saluto. Sono tuo compagno. Luciani Albino

Da “Albino Luciani”,
di Loris Serafini

L’ANGOLO DEL PELLEGRINO
Le preghiere più belle scritte dai pellegrini in
visita alla chiesa di papa Luciani di Canale d’Agordo

dal 5 ottobre 2009 al 5 gennaio 2010 (regg. n. 55)
a cura di Loris Serafini

    

Continuiamo la pubblicazione di alcune preghiere scelte tra le molte scritte nel registro posto nella chiesa di Canale d’Agordo, di fronte alla statua di papa Luciani. Durante tutta l’estate oltre diecimila persone hanno visitato il paese natale di Albino Luciani e in particolare la sua chiesa battesimale, divenuta dal 1978 il santuario della sua memoria e della sua presenza. Oltre che da tutta l’Italia, i pellegrini che hanno raggiunto Canale in questi tre mesi provengono da Germania, Austria, Svizzera, Polonia, Francia, Spagna, Canada, Brasile. Molti di loro hanno lasciato ricordi affettuosi e vivi di papa Luciani:

DAI PAESI DI TUTTO IL MONDO:

13.10.2009. “Na alegria da visita pedindo benças para a evangelizaçao na Amazonia. + Es. F. Vescovo al Santazém -PH-. Brasil”.

18.12.2009. “Matko Boza miej w opiec wszystkich Polakow prawjawjck we wloszeck. Polska-Szydlowiec. A.”.

27.12.2009. “Querido e amado Pai. Mais uma vez te agradeco por me proporcionam tantas gracias e mais esta, pisan o solo onde outro santo pisou. Prego te pela nossa familia, pela saude de todos” A. DALL’ITALIA:

LE FRASI PIÙ BELLE
05.10.2009. “Dalla Valsesia per incontrare Sua Santità Papa Luciani. È stato comunque un grande papa”. D.L.

08.10.2009. “Stavo parlando di te e ci sei apparso”. T. P. Roma

11.10.2009. “Per tutto l’Amore. Ti amo tanto”. M. M. 16.10.2009. “Mi sento felice quando ti vedo”. L. S.

17.10.2009. “Buon compleanno”. S. Motta di Livenza

23.10.2009. “Amatissimo papa Albino, eccoti qua ... Finalmente, dopo tanto, troppo tempo, sono riuscito a presentarmi umilmente e con grande meraviglia nella tua Canale d’Agordo. Ti ritengo ancora e sempre vivo, non solo nella memoria a guidare la tua Chiesa e tutta la comunità dei cristiani con le tue immense parole di carità e conforto. Sei stato una delle persone più importanti sia per me che per la storia intera... e nulla hanno potuto coloro che ti osteggiavano di fronte alla tua immensa figura: sei riuscito in un solo mese a cambiare il corso della storia. Ricordati, Santo Padre, che abbiamo ancora tanto bisogno di te! Mi raccomando a te e raccomando tutti i miei cari alla tua protezione. Ti voglio un bene grandissimo. A presto”. V. T. Padova

RICHIESTA DI GRAZIE
06.10.2009. “Caro Papa Luciani, ti chiedo una grande grazia per il piccolo Alessio che cammini e parli. Ti ringraziamo tanto. I nonni C. e M.”.

11.11.2009. “Grazie per tutto quello che aiuterai la mia famiglia”. L. L. Valdastico

27.11.2009. “So di non meritarla, ma aiutami ad avere più fede. Grazie”. M.

29.11.2009. “Siamo oggi ritornati e ci fermiamo per ascoltare la parola del Signore. Chiedo che mio zio che tra poco troverà la pace eterna, venga accompagnato dalle mani calde dell’Amore celeste. Grazie per tutto, per le gioie e per i dolori”. S.

03.01.2010. “Aiuta il mio papà. Grazie”. G.

GRAZIE RICEVUTE.
11.10.2009. “Caro papa Luciani, ti chiedo la grazia di conservarmi almeno la poca vista che ho. Con fervore. Maria”. “Che i miei genitori stiano insieme”. D. L.

10.11.2009. “Grazie per quello che hai fatto a nostro figlio dal tuo Cielo proteggi i giovani e le nuove famiglie. Grazie”. G.

11.11.2009. “Come san Martino ha coperto con il suo mantello chi aveva bisogno di protezione, così tu hai rasserenato il cuore angosciato del mio papà, che attraversava un momento difficile. Per questo ti ringrazio”. M.

13.11.2009. “Grazie, papa Luciani, per la tua grazia”. G.

14.11.2009. “Caro papa Luciani, nostro amico e protettore, siamo venuti a ringraziarti per aver interceduto per Bruno che non ha dovuto fare l’operazione per i calcoli. Grazie, ti vogliamo bene”. L.

22.11.2009. “Grazie per aver fatto guarire mio nonno. Aiutaci sempre”. E.

26.12.2009. Ti ringrazio del tuo gesto amoroso e religioso verso di me e mia moglie di averci salvato da un pericoloso incidente con la neve in montagna”. Z.


“Il Signore ci vuole totalitari”

  

Vescovo AndrichNei mesi scorsi, la nipote di Papa Luciani, Pia, ha fatto un lavoro da certosina. Ha riletto tutti i numeri del settimanale diocesano di Belluno “L’Amico del Popolo”, dagli anni ’30 agli anni ’50 del secolo scorso, alla ricerca di articoli del futuro Papa, che vi collaborò saltuariamente, senza però mai firmare i suoi “pezzi”.
    Solo in due occasioni usò la sigla “dal” (don albino luciani). Il suo stile è però inconfondibile e Pia riuscì a pescarne un buon numero. Saranno inseriti nella “Positio”. Nel volume cioè (o nei volumi) che conterranno tutto quanto si può dire di Lui: la sua vita, i suoi scritti appunto, le testimonianze del Processo canonico, altri suoi interventi La “Positio” dovrà poi passare al vaglio della Congregazione per la Causa dei Santi.
   A noi attendere con pazienza e speranza. Intanto cogliamo, quasi dalla bocca di “don Albino”, alcune sue provocazioni sull’affascinante tema della santità.
   Lui pregava così: “Signore non è che io abbia paura di ritornare a te, anzi lo desidero. Ho paura del tuo esame. Mi raccomando non bocciarmi perché è esame senza riparazione, irripetibile”. Poi insegnava: “Dio esige, con parole forti, la santità da tutti. Nell’Antico Testamento ci ha detto: “Amerai il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. “E quando ci dice così vuol dirci quantomeno: “Devi assolutamente sforzarti di essere santo. Qui c’è un totalitarismo. Il Signore ci vuole totalitari nella via della santità” Nel Nuovo Testamento è ancora più chiaro. Nel Discorso della Montagna ci ha detto. “Siate perfetti come è perfetto il Padre mio”. E quelle parole “luce del mondo e sale della terra” sono dette per tutti i cristiani. E quelle altre parole.
   “Quanto è stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita” sono dette per tutti. Sono parole molto chiare, noi le conosciamo benissimo ma ci pensiamo poco”. E aggiungeva: “Mi pare che queste parole siano abbastanza forti. È come se il Signore avesse fatto questo ragionamento: Gli uomini sono così pigri che non si decideranno mai; non approfitteranno mai neanche delle più grandi grazie messe a loro disposizione per diventare ricchi spiritualmente.
   Sono mezzi sordi e mezzi orbi. Qui bisogna lampeggiare e tuonare per scuoterli. Ecco perché abbiamo delle espressioni così forti. È il Signore che le usa per dire. “È necessario che vi facciate santi, io voglio che vi facciate santi”. Ma, come la mettiamo con la debolezza propria della nostra natura umana? Non si tratta di un traguardo così alto da farsi utopia? Sentiamo ancora Luciani. Santi si, ma con senso realistico, nonostante le mancanze, purché ci sia lo sforzo di reagire, di correggerci, di stare uniti al Signore, di ricominciare”.
   Aggiungerei sommessamente che è essenziale ricominciare ogni giorno, come incominciava Lui, dalla certezza che siamo immensamente amati, e che comunque Dio è più grande delle nostre debolezze e anche noi siamo più grandi dei nostri difetti dal momento che il Figlio di Dio si è fatto uomo, come noi, per salvarci.
    Con questa certezza la strada si fa piana e il traguardo si illumina di lieta speranza.

Mario Carlin

 


IL NUOVO DIRETTORE SI PRESENTA


don Francesco De Luca   «Cari lettori, rivolgo a tutti voi un cordiale saluto. Da tre mesi e mezzo, ormai, il Vescovo mi ha affidato la direzione del Centro di spiritualità e cultura dedicato a Papa Luciani. Colgo l’occasione di questo primo numero dell’anno per una breve presentazione.
   Di nome Francesco, figlio di genitori cadorini, sono cresciuto a Cortina d’Ampezzo, dove ho maturato la risposta alla mia vocazione all’interno della parrocchia e del movimento di Comunione e Liberazione. In quegli anni mi ha accompagnato nel discernimento don Claudio Sacco, tragicamente scomparso lo scorso mese di dicembre, vittima di una slavina. A lui devo molto sia per le esperienze che mi ha proposto di vivere che per la direzione da intraprendere come prete diocesano. Sono stato ordinato sacerdote nella chiesa parrocchiale di Cortina il 9 aprile 1983 da parte di mons. Maffeo Ducoli, che mi ha sempre seguito con affetto.
   Le prime esperienze pastorali come collaboratore parrocchiale le ho vissute a Sedico, Castion e Cavarzano. In questi anni ho anche avuto l’opportunità di approfondire gli studi di liturgia pastorale nell’Istituto di S. Giustina in Padova. Da parroco ho avvertito l’esigenza di approfondire la dimensione spirituale della vita cristiana, sia nel versante dell’accompagnamento fraterno delle persone, che nell’esperienza prima e nel ministero poi degli esercizi spirituali. Fondamentale nel mio cammino è stato incontrare e vivere lo stile di preghiera che sant’Ignazio propone nel libretto degli Esercizi Spirituali.
   Altra esperienza che ha segnato la mia esistenza sacerdotale è aver potuto accompagnare le persone che si sono preparate alla missione per il giubileo: mi ha lasciato la consapevolezza dell’importanza e della possibilità dell’evangelizzazione anche di chi pur avendo Dio in sé, non lo riconosce, perché sepolto sotto tante macerie.
    Per questo, lo scorso anno ho collaborato a Cavarzano all’avvio dell’esperienza delle cellule di evangelizzazione parrocchiale. In questo nuovo ministero, nel quale ora mi trovo e mi sto via via inserendo, coltivo la speranza di poter far fruttare i doni e le esperienze che il Signore ha riversato su di me, per le quali lo lodo e lo ringrazio.
    Con l’augurio che ognuno possa sperimentare sempre viva la presenza e l’amore del Signore, porto tutti voi, lettori di Papa Luciani - humilitas, nella preghiera

Don Francesco De Luca

 

Albino Luciani, il papa degli umili

Copertina del libro Albino Luciani, il papa degli umili   “Su papa Giovanni Paolo I è stato scritto molto, ma a tutt’oggi ancora tanta parte della sua opera meriterebbe un approfondimento maggiore e una divulgazione più convinta.
    A tale scopo il mio piccolo contributo ha voluto proporre all’attenzione del più vasto pubblico dei “non addetti ai lavori”, evidenziandone la portata, gli aspetti sociali dell’opera di Luciani, in particolare quella dedizione che manifestò in modo così chiaro nei riguardi dei più deboli, degli operai, dei contadini, degli emarginati, dei poveri del mondo.
    Luciani si insediò come vescovo della diocesi di Vittorio Veneto l’undici gennaio 1959 e vi rimase fino all’otto febbraio del 1970, cui seguì l’ingresso nel patriarcato di Venezia, ove rimase fino all’elezione a Papa, avvenuta il 26 agosto 1978. Un percorso durato oltre diciannove anni che si è snodato tra le grandi trasformazioni economiche e sociali avvenute soprattutto nel territorio della diocesi vittoriese e le profonde ristrutturazioni, accompagnate da forti crisi occupazionali, di Porto Marghera.
   Un periodo caratterizzato da duri scontri sociali, serrati confronti e forti passioni ideali. Certamente Luciani fu di quegli anni un protagonista, consapevole che questi forti cambiamenti avrebbero condotto con sé significativi mutamenti nei costumi di vita e negli orientamenti ideali e politici dei cittadini coinvolti.
   La Chiesa non poteva chiamarsi fuori, attendere in silenzio il volgere degli eventi, rimanere indifferente a ciò che stava accadendo. Albino Luciani si mise subito al lavoro”. Di questo lavoro il libro vuole essere documentazione e testimonianza.

Renato Donazzon
(dall’Introduzione)