HUMILITAS - papa Luciani
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Anno XXVI - LUGLIO 2009- n. 3

La lunga strada dell'educazioone

#2 Un grosso problema d’anima

#3 Solidarietà

#4 Non stacchiamoci dalla roccia

#5 Carlo de Foucauld

#6 Luciani, da Vittorio Veneto a Roma

#7 Anno Sacerdotale

#8Anche Antonia è rientrata

#9 L'angolo del pellegrino

#10 Signore, facci diventare tutti orsi

#11La testimonianza di mons. Antonio Cunial

La Chiesa... questa sconosciuta? (7)

L’attività culturale al Centro Papa Luciani nei mesi di maggio e giugno

 

 

La lunga strada
dell'educazione

di Albino Luciani

 
Papa Luciani   

Tutto condannare, in casa, non sarebbe saggio. Meglio il “dialogo amichevole” suggerito dal concilio, accettando il nuovo, se buono; avviando gradualmente i figli a partecipare alle responsabilità della casa, spingendoli a mutare la loro sterile protesta in proposta realistica, dialogando in modo da far intravedere le pessime conseguenze, in cui possono sfociare movimenti incontrollati o manovrati da gente malintenzionata, ecco l’autorità di oggi, sui giovani. Quella “forte” di ieri, meglio neppure rievocarla. Non è saggio dire: «Quando mio padre parlava, io scattavo!». «Mio padre faceva così con me e così faccio con te!». Non è infatti provato che tuo padre usasse il metodo migliore. Senti come, più di un secolo fa, venivano educati i fratelli Visconti Venosta, uno Giovanni, letterato e l’altro, Emilio, uomo politico del nostro risorgimento: «Uno dei modi di educazione di mio padre era quello di stare co’ suoi figli più che poteva, di esigere da noi una confidenza illimitata, ricambiandocene molta, e di considerarci come persone un po’ superiori alla nostra età; così ispirava in noi il sentimento della responsabilità e del dovere. Eravamo trattati da piccoli uomini, cosa che ci lusingava assai; per cui era grande il nostro impegno per tenerci a quel livello».

Figlio amato, figlio favorito in educazione
   Parrà strano, ma è certo che i genitori cominciano a educare i figli col volersi bene a vicenda. Se, infatti, il figlio percepisce che i suoi genitori si amano poco, si sente disorientato, insicuro, solo con i suoi problemi e parte zoppicando per la lunga strada dell’educazione. Dicono i pediatri che fin dai primi mesi i bimbi sono forniti di antenne finissime per captare le turbe psichiche della loro madre. Questa entra in stati di tensione nervosa, perché trascurata dal marito o in contrasto con lui? Il lattante lo rivela e rivela subito: prende meno cibo, talvolta non lo trattiene, diventa inquieto, irritabile. Spesso, in pediatria, i casi più difficili non dipendono dalle deficienze organiche del bimbo, ma dallo stato continuamente ansioso della madre. Osservando i propri genitori vicendevolmente affettuosi, il figlio, pur senza ragionare, sente e sa che la sua casa è sicura, è più sereno e disponibile per la buona educazione. I bravi genitori lo sanno e se il figlio è stato spettatore casuale di un loro momentaneo malumore, hanno cura di farlo assistere alla loro affettuosa riconciliazione. Per cancellare la ripercussione registrata nel di lui animo! L’amore poi per il figlio dovrebbe – dicono – influire sull’educazione fin dai giorni del prefidanzamento. «Che sorta di padre sarà per i miei bambini? », dovrebbe chiedersi la presunta fidanzata. E il candidato al fidanzamento: «Che genere di madre sarà?». Diceva Simone Weil: «Non c’è una sola cosa in me che non abbia la sua origine dall’incontro tra mio padre e mia madre! ».

Il sassolino nella scarpetta
   Succede anche questo: se è amato e si sente amato, il figliolo più facilmente impara ad amare gli altri e ad impostare col prossimo calde e fiduciose relazioni. Non solo, ma viene avviato e aiutato a reagire serenamente alle delusioni della vita, se nei suoi piccoli infortuni sente molto vicini a sé la mamma e il papà. Intendiamoci: vicini non con l’amore che pretende sempre e solo compiangere, tutto difendere nei figli, bensì con l’amore che educa alla sopportazione e alla tolleranza. Ecco, a proposito, un quadretto di Maria Bargoni. «Un bambino di tre anni piangeva disperatamente, accennando ad un piedino. La bambinaia lo prese in braccio e gli tolse la scarpetta entro la quale trovò un minuscolo sassolino. “Ah!”, esclamò allora la donna, “vedi? È questo cattivo che ti ha fatto tanto male. Brutto! Lo getteremo via!”. La mamma, che aveva udito gli strilli, giunse a questo punto e disse alla bambinaia: “Rimetti a Nino la scarpetta con il sassolino. Dico sul serio; fa’ così come ti dico”. E quella obbedì. La mamma allora andò a mettersi all’altra estremità della stanza, si volse, si chinò, aprì le braccia e col sorriso del suo amore chiamò il suo piccino così: “tu che mi vuoi tanto bene, vieni ad abbracciarmi, senza piangere, col sassolino nella scarpetta”. E il bimbo andò, senza piangere, un po’ zoppicando, tra le braccia della mamma, la quale gli disse le parole che egli allora non comprese; ma che di seguito gli furono da lei ripetute: “Tu devi fare sempre come ora. Va’ per la tua via, nonostante gli ostacoli ed i dolori che sempre sono nella vita. Ricorda le parole di tua madre: non si va in cielo che con un sassolino nella scarpa!”».

I fratelli educano i fratelli
   Cari diocesani, su invito di mio fratello, rinnovato di volta in volta, sono stato il “Battista” dei suoi dieci figlioli. L’ultimo di questi veniva tenuto al sacro fonte da una delle proprie sorelle, appena quindicenne. «Una madrina così giovane! Perché mai?», ho chiesto ai genitori dopo la funzione. «Perché volevamo aiutarla – mi spiegarono – la ragazzina è buona, ma incline al pessimismo, con poca fiducia in sé, e l’impressione quasi angosciosa che in casa si sia scontenti di lei. Allora, tre mesi fa, l’abbiamo chiamata e le abbiamo detto: “Ti nascerà tra breve un fratellino o una sorellina; noi abbiamo fiducia in te; ci fai l’onore di tenerlo a battesimo e di aiutarci ad educarlo?”. Sono passati tre anni e avevo quasi dimenticata la cosa, quando l’altro giorno, incontrando mia nipote, m’è venuto in mente di chiederle: “E che n’è del tuo famoso figlioccio?”. “È una peste – m’ha risposto, illuminandosi tutta – in casa non sono capace di levarmelo d’attorno. E quando la sera lo porto a dormire nella sua stanza, non mi lascerebbe più partire, chiedendo: “Ancora una storia, ancora una storia!”». Mi si perdoni il riferimento familiare: con esso volevo solo sottolineare come possa funzionare una educazione reciproca: una sorella educa se stessa, svolgendo il compito di madrina o educatrice-aiuto e sentendosi investita di un incarico di fiducia; un fratellino ha un supplemento di educazione nelle cure della sorella. Uno fra mille possibili modi, se pure un po’ artificioso e caso “guidato”.

O.O. 4, 328-330

 

--- Montagne tanto belle
bestemmie tanto brutte ---

    Ho incontrato una giovane coppia che viene dalla Romania e, da qualche mese, risiede nei dintorni di Belluno. Conversando in un italiano da principianti, coniarono una frase sorprendentemente limpida “Belluno, tante montagne, tanto belle e tante bestemmie, tanto brutte”. In questo numero di Humilitas è riportato, parzialmente, un intervento di Luciani su questo vergognoso problema, nella Lettera all’Orso di San Remedio. L’analisi è precisa ed impietosa e ci fa bene prenderne atto con umiltà. Ma, c’è una qualche medicina per questa, che Luciani definisce “diffusa malattia”? Il futuro Papa è fiducioso e la suggerisce: “Piccolo utile ’impiastro’ può essere - scrive - la moderata e adatta reazione dei benpensanti. E racconta: “Un fraticello se ne stava nello scompartimento di un treno a sentire, impotente ed addolorato, le bestemmie pronunciate a gara da due giovani, uno dei quali, scherzando, gli disse: “Padre le do una brutta notizia: è morto il diavolo. Provo tanta compassione per voi - risposte il fraticello - perché siete rimasti orfani”. Quel fraticello - continua Luciani - si è lasciato andare ad un po’ di ironia. Quello che dobbiamo invece sentire per i bestemmiatori è interessamento e offerta di aiuto, dando loro con delicatezza, secondo i casi, consiglio amichevole, la garbata rimostranza e, con rispetto della loro personalità, anche il rimprovero. Ma - aggiunge - il vero rimedio è che essi stessi si impegnino a togliersi questa cattiva abitudine, con decisione ferma e perseverante”. Piacerebbe che i nostri amici rumeni dicessero: “Belluno tante montagne, tanto belle” e non aggiungessero altro.

Mario Carlin

 

 

Un grosso
problema d’anima

Cime d'Auta    Quante vittime si contano per incidenti stradali. Quanti disastri per eccessiva velocità o per guida in stato di ebbrezza! Oggi più di ieri, per la leggerezza e la spregiudicatezza di tanti giovani che si sentono padroni della macchina e della strada. Anche Luciani, Patriarca di Venezia, era preoccupato di questo e scriveva: «Non si sottolinea mai abbastanza la grave responsabilità di chi guida le potenti macchine di oggi, sulle povere, strette, tortuose strade di montagna. È un grosso problema d’anima anche questo». E continuava: «Curioso, nessun guidatore che, in confessionale, mai dica: Padre, ho messo in pericolo la vita mia e degli altri. Nessuno che dica: Sono stato imprudente e ambizioso nel guidare». (1976) Ancora nel 1965, Luciani, parlando della prudenza nell’uso dell’automobile, si domandava: «Perché tanti incidenti su strada,tanti feriti e tanti danni? La gente se lo domanda con angoscia».
    Per Luciani, le cause principali degli incidenti stradali sono varie: «Prima causa – scrive – è l’uso degli alcolici, che hanno effetti negativi sui riflessi nervosi, dando euforia pericolosa e impedendo una guida controllata e sicura. In conclusione, un autista non ha la coscienza a posto se non è capace di imporsi limiti molto precisi e severi nel bere, quando guida». A questo proposito, aggiunge: «L’alcool è un potenziale veleno, se preso senza giusta misura e riguardo. Da noi bevono spesso vino anche i fanciulli; giovanissime ragazze cominciano a prendere aperitivi e alcolici nei ritrovi e nelle occasioni mondane. Le conseguenze si vedono: il numero degli alcolizzati è elevato e sembrano in aumento le donne che considerano l’alcol come una specie di droga, che fa dimenticare ed evadere dai dispiaceri e delusioni della vita. Così invece i problemi aumentano e aggravano la vita personale e familiare...». Una seconda causa che provoca incidenti stradali – secondo Luciani – è la troppa fiducia che l’autista ha di se stesso,unita al desiderio di abbandonarsi al piacere della corsa.
   Scrive: «Sono molti quelli che, avvistata appena una macchina da lontano, dicono immediatamente e quasi giurano a se stessi: la sorpasserò! Anche se è uno spider in salita. Loro devono sorpassare sempre tutti e passare alla storia per i sorpassi... È in gioco il quinto comandamento: Non ammazzare e non ammazzarti». Un’altra causa degli incidenti stradali è il poco rispetto del “codice della strada”. Scrive Luciani: «Questo codice lega le nostre coscienze e non si può considerarlo una semplice legge penale, ma bisogna ragionarci sopra. Nessuno può dire: io sulla strada faccio quel che mi pare e piace; sono obbligato solo a pagare la multa, quando mi vedranno, mi piglieranno Invece devo dire: lo Stato, emanando il codice, ha adempiuto una missione ricevuta da Dio, quindi io devo osservarlo anche quando nessuno mi vede; se non lo osservo sono colpevole, pur nel caso che non succedano danni». Poi ci sono i furbi. Spiega così Luciani: «Certi autisti, sapendo che le pattuglie della polizia stradale sono continuamente in giro di ispezione o armati di macchina fotografica a teleobiettivo, essi osservano il limite di velocità e tutte le regole del codice: si astengono dai sorpassi vietati, fanno i debiti segnali, si fermano davanti al semaforo rosso, ecc. Ma dicono dentro di sé: Oh, se non ci fossero questi poliziotti in divisa a due a due a controllare il movimento stradale... Invece un cristiano, un galantuomo va oltre questa paura: è persuaso che la legge è buona, che è bello osservarla per contribuire all’ordine, alla sicurezza di tutti.
   È questione di coscienza, di prudenza,di giustizia e umiltà». Conclude Luciani: «La grandezza vera di un autista non sta nel correre rischi temerari, ma nell’essere vero padrone di se stesso e della propria macchina. Gli incidenti paurosi riportati ogni giorno dalla stampa e dalla televisione, la vista delle carcasse metalliche esposte nei cosiddetti “cimiteri delle auto”, la presenza della Polstrada o del teleobiettivo nascosto... fanno scattare il buon proposito: sarò prudente nella guida! Se la prudenza ha inventato il freno, la superbia ha inventato l’acceleratore. Che il Signore ci dia sempre la prudenza e l’umiltà nella guida, perché il viaggio sia sicuro e distensivo».

Cesare Vazza


SOLIDARIETÀ


Don Albino Luciani ad Agordo con i componenti dell'Azione Cattolica     Ritornando a Vittorio Veneto dopo una visita a suo fratello Edoardo a Canale d’Agordo, Luciani volle fermarsi alla vecchia miniera, ora abbandonata, all’inizio della città di Agordo, dove egli da giovane sacerdote andava ad incontrare e a parlare agli operai. Ricordava: «Un giovane papà, che si era ammalato, mi disse piangendo: “Ho a casa un piccolo bambino, mia moglie, come faccio ora che non posso lavorare! ...hanno fame...”.
       Luciani riuscì in quel momento a dargli pochi spiccioli che aveva in tasca, ma il giorno seguente lo andò a trovare a casa, lungo la strada che conduce al Passo; gli portò del pane, del formaggio, del latte che Luciani si era fatto donare da altre famiglie. Così durante la visita Pastorale Luciani veniva a conoscenza di operai rimasti senza lavoro o in pericolo di perdere il posto di lavoro. Non mancava di suscitare attenzione e aiuto concreto dalla gente della parrocchia e lui vi dava esempio.
    Diceva “Siamo in una unica barca piena di popoli ormai ravvicinati nello spazio e nel costume, ma in un mare molto mosso. Se non vogliamo andare incontro a gravi dissesti, la regola è questa: tutti per uno e uno per tutti; insistere su quello che unisce, lasciar perdere quello che divide. Ogni casa povera è il mondo intero, che tanto ha bisogno di Dio. Gli operai hanno ragione quando chiedono di essere trattati da persone umane e da fratelli. Per un padrone cristiano “trattare gli operai da fratelli” significa: dare loro la giusta paga, aiutarli ad avere, ad essere, a contare di più, mettendoli a parte del proprio benessere, dal momento che questo è frutto anche dei sacrifici degli operai.
    La religiosità di un padrone è zoppicante, se si limita alle pratiche del culto, ai doveri familiari, alla carità materiale; è completa, se si estende al campo economico, adempiendo anche i doveri della giustizia sociale. I problemi degli operai non sono poi soltanto degli operai e dei loro padroni, ma di tutti, come dice la storiella del giudice. – Vostro Onore, gli aveva detto l’avvocato, ho due rispettosi rilievi da fare. Primo: il mio cliente ha allungato soltanto il braccio per rubare quell’orologio; secondo: il braccio destro del mio cliente non è il mio cliente. Ne concludo che Ella non può condannare il mio cliente per un fatto commesso dal suo braccio. – Egregio Avvocato, rispose il giudice, il suo ragionamento è straordinariamente acuto e mi colpisce molto. Mi arrendo:! condanno ad un anno di carcere il solo braccio: l’imputato veda poi lui, se fare compagnia in cella al braccio o meno! Si vuol dire, completava Luciani, che gli operai non sono un braccio da abbandonare al loro destino: sono qualcosa di vicino, tutt’uno con noi, imbarcati nella stessa barca, nella stessa famiglia umana e cristiana.
    Commette peccato di indifferenza, di egoismo, di carente amor di Dio e al prossimo chi per essi non vuol alzare neppure un dito dicendo: io, il mio posto, il mio benessere, ce l’ho; gli altri, si arrangino. Gli uomini sono come le tegole del tetto, che si danno da bere l’una all’altra. Lo diceva il caro Menenio Agrippa, lo dicono cento proverbi ed anche i seguenti versi del Metastasio: “Ho d’uopo il forte del saggio, che lo guidi; Ha d’uopo il saggio del forte, che li difenda; entrambi han d’uopo d’altri che lor nutrisca”. Continuava Luciani: “Questa è semplice solidarietà umana. La solidarietà cristiana è qualcosa di più forte e salta fuori dal fatto che tutti i battezzati sono fratelli, con Gesù Cristo fratello maggiore in testa; tutti sono membra o organi di un organismo vivo, che si dice Chiesa o Corpo Mistico o Comunione dei santi o Popolo scelto di Dio. In un organismo del genere non si può essere indifferenti gli uni ai bisogni degli altri e dire: si arrangino! Bisogna dare una mano per chi ha bisogno di lavorare. “I posti di lavoro costituiscono sempre più e dappertutto, un problema, perché la popolazione cresce, i giovani avanzano a ondate, l’automazione fa diminuire il numero di braccia richieste dalle imprese, la situazione economica si evolve talora rapidamente, assumendo di punto in bianco forme impensate”.
   E raccontava: “Una rappresentanza di lavoratori, sui quali incombe il pericolo di licenziamento, è venuta da me. “Veniamo come ad una delle tante stazioni della nostra via crucis!”, mi hanno detto e mi hanno posto interrogativi che turbano profondamente il cuore di un pastore: viene prima il profitto o la persona umana? Viene prima la fabbrica o vengono prima le famiglie? Sono solo le famiglie che devono fare sacrifici? Ho risposto: “Tutta la chiesa sente con ansia il pericolo degli incombenti licenziamenti, trepida ed auspica che tutto possa risolversi a favore delle famiglie. Certo, la Chiesa è antropocentrica in materia sociale. E cioè: la persona umana, vista anche nel più piccolo tra i lavoratori, è centro, fine, movente, soggetto della attività economica. Tutti poi sanno che non è in potere delle imprese rovesciare d’un colpo le sorti di un mercato internazionale e che è compito del buon governo politico avere inventiva, immaginazione sociale, capitali accantonati per avere disponibili nuovi posti di lavoro. Io mi chiedo, povero uomo, incompetente in cose di economia, tuttavia io mi chiedo possibile che, continuando a studiare e trattare, pazientemente non si possa trovare una soddisfacente soluzione con un po’ di buona volontà? Intendo pazienza da ambo le parti; intendo volontà in ciascuna parte di sforzarsi di capire sinceramente le difficoltà dell’altra con, in più, da parte dell’impresa, la doverosa sensibilità a quella che è giusta valorizzazione della persona umana”. Nel 1977, Luciani scriveva: “Andando al Sinodo della catechesi, ho portato – non sorridete! – con me anche il piccolo, vecchio catechismo, che mia madre ogni sera mi faceva ripassare. Lì, alla formula 25, tra i quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, venivano l’oppressione dei poveri e il defraudare la mercede degli operai.
   Ci vuole una qualità di vita diversa. Penso che, in momenti delicati, opprima in certo senso il povero chi sfoggia ostentatamente ricchezze e comodità; chi sperpera inutilmente denaro; chi, inviando di nascosto capitali all’estero, li sottrae a un investimento, che potrebbe procurare lavoro in patria. Ma indiretto oppressore potrebbe diventare anche chi, pur non essendo ricco, non ha un po’ di attenzione, non pone un gesto di riguardo e di aiuto per l’altro, che è nel bisogno. “Io, il posto ce l’ho e buono, mi sono arrangiato; gli altri facciano altrettanto”. Chi parla così è un egoista, che aumenta il disagio dei più sfortunati; se poi è persona che frequenta la chiesa, dà cattivo esempio e rende la religione odiosa. No, né persone singole né famiglie né comunità parrocchiali si possono dire veramente cristiane, se rimangono passive, fredde e chiuse di fronte alle sofferenze degli altri... Come posso onorare Dio sul serio, se calpesto o trascuro l’uomo, che di Dio è l’immagine più alta? Come posso dire “Padre nostro” se non penso con amore efficace ai poveri e ai deboli, dei quali Dio è padre e difensore in modo speciale? E al n. 154 del catechismo di Pio X si chiede: “I peccati - che gridano vendetta al cospetto di Dio, perché sono dei più gravi e funesti? Risposta... Perché direttamente contrari al bene dell’umanità e odiosissimi tanto che provocano, più degli altri, i castighi di Dio”.
    A me, fanciullo, queste parole facevano grande impressione. Mi auguro che facciano impressione in coloro che le leggono o ascoltano e che questa salutare impressione stimoli ad agire per la giustizia e la carità».

Taffarel don Francesco

 

Il 16 luglio 1988
“NON STACCHIAMOCI
DALLA ROCCIA”

Un momento dell’incontro di Giovanni Paolo II con i giovani il 16 luglio 1986.  Nel pomeriggio del 16 luglio di 21 anni fa,Giovanni Paolo II, accompagnato dal vescovo Maffeo Ducoli visitò il nostro Centro, incontrò i Sacerdoti della Diocesi di Belluno-Feltre e parlò a migliaia di fedeli che riempivano gli ampi spazi che circondano il complesso. Fu accolto poi dai giovani riuniti nell’ampio anfiteatro. Riportiamo qui il suo significativo intervento: Voglio raccontarvi un momento, per me molto caratteristico, del Conclave del 1978, nel quale venne eletto come Papa, Successore di Pietro, Albino Luciani, Cardinale Patriarca di Venezia.
    Quando egli accettò l’elezione, il Decano gli chiese che nome voleva prendere, ed egli rispose: “Giovanni Paolo I”.
    In quel momento pensai: ” Come hai scelto bene! ”. Nessun Papa prima di lui aveva avuto due nomi, ma egli voleva riprendere in questo binomio i suoi due predecessori Giovanni e Paolo, i due che aprirono una nuova epoca della storia della Chiesa.
    “Come hai scelto bene!”: così pensai, nel pomeriggio del 26 agosto del 1978. Raccontare questo non viola il segreto del Conclave. Penso che, con questa scelta, egli volle non staccarsi dalla roccia, da questa roccia che per lui erano Giovanni e Paolo e, attraverso di essa, dalla roccia, che era per lui, ed è per noi tutti, Pietro.
    Giovani carissimi, faccio voti che mai vi stacchiate da questa roccia, che continuiate ad essere fedeli.
   E aggiungo ancora: poco fa ho ricevuto dal Fratello Ettore un dono significativo di questa giornata: lo scapolare. Celebriamo oggi, 16 luglio, la Madonna del Monte Carmelo. Voglio invitarvi a comprendere pienamente il significato di questo dono che mi è stato offerto. Non stacchiamoci, giovani carissimi, da un’altra roccia che si chiama Maria. È vero che nella Sacra Scrittura ella non è chiamata così: ma, come diverse sono le rocce della montagna, anche nella Chiesa deve esistere questa roccia materna, la roccia verginale, la roccia femminile: deve esistere e questa presenza deve essere forte.
    Forte era la Vergine Maria, Madre di Cristo, specialmente nel momento decisivo della Croce. Faccio voti che non vi stacchiate da questa roccia. Questa roccia che significa soprattutto Gesù Cristo, sua Madre, Pietro e la Chiesa Apostolica.

Giovanni Paolo II

LE GRANDI VOCAZIONI
Carlo de Foucauld
- dagli scritti giovanili di Albino Luciani -

Luciani, sacerdote novello, tra i minatori della Valle Imperina (Belluno) nel 1936. Giugno-ottobre 1941
Confessionale dell’abate Huvelin. A Parigi, ottobre 1887. Si presenta un giovane signore che non si inginocchia, ma si china soltanto e dice: «Signor abate, io sono senza fede; vengo perché m’istruiate». L’abate lo guarda: «Mettetevi in ginocchio e confessatevi; crederete». «Ma io non son venuto per questo». «In ginocchio!».
    E dolce la voce dell’abate, e ferma. Il giovane sente che l’umiliarsi è per lui mezzo a ritrovare la fede. S’inginocchia e fa la confessione della sua vita. Quando si rialza per uscire, l’abate lo richiama: «Siete ancora digiuno?». «Sì». «Andate anche alla comunione ». Fu così che il visconte de Foucauld dopo tredici anni di incredulità ritornò alla fede e si incamminò al sacerdozio. Ma chi avrebbe mai pensato che tra le pieghe di quell’anima il Signore avesse deposto il seme di una vocazione ecclesiastica? Ricchissimo, privo di genitori a sei anni, con un nonno che cercava solo di accontentarlo in tutto, Carlo de Foucauld era venuto su senza controllo. A quattordici anni, l’età delle passioni, l’età che decide, egli era libero di gettarsi in una folla di letture e perdeva la fede. Uscendo dal liceo, oltre le impressioni delle sue letture, non portava con sé che due cose: una grande passione ai classici greci e latini e la volontà di godere la giovinezza e le ricchezze.
   Troppo poco per affrontare la vita a diciassette anni! Troppo poco anche per soddisfare alle esigenze dell’accademia militare di Saint-Cyr alla quale si iscrisse. Egli, intelligentissimo, in mezzo ai suoi compagni - ce n’erano che dovevano diventare famosi, come Pétain, Laperrine e altri - fa la figura dell’effeminato e del fannullone. «Intelligente - dicono i registri di scuola - ma trascurato; spirito poco militare; distinto, ma di testa leggera; non pensa che a divertirsi». Difatti, conduceva la bella vita. A febbraio, non ha ancora tagliato le carte dei testi di scuola. Si fa allontanare dal collegio. Veste con estrema ricercatezza, fuma solo sigarette di alta marca, profonde mance da lord, e gioca forti somme. Un consiglio di famiglia gli è imposto per sorvegliare le spese. Non cambia sistema neanche quando è inviato col suo reggimento ad Algeri, perché, poco dopo lo sbarco, un ordine del ministero della guerra lo radia dal quadro degli ufficiali pei seguenti motivi: indisciplina e cattiva condotta. Tutt’altro che vocazione ecclesiastica! Ma ecco un avvenimento: il marabutto Bou- Amanà predica la guerra santa contro i francesi e solleva mezza Algeria. Il reggimento di de Foucauld è tra i primi a fronteggiare l’insurrezione. E lui deve starsene inoperoso, mentre i suoi compagni si batteranno e copriranno di gloria! Non può sopportarlo, e per la prima volta si umilia, domandando di rientrare in servizio a qualunque condizione! È riammesso al grado. E allora si vede un de Foucauld nuovo, insospettato, impastato di coraggio, di sangue freddo, idolo dei suoi soldati, capace di sacrifici frequenti, fatti col sorriso sul labbro, col cuore in mano.
    L’ambiente eroico lo ha scosso e ha rivelato la sua natura ricca e generosa. Primo colpo di timone col quale Dio orienta al sacerdozio quell’anima. Il secondo colpo viene dopo. Il mondo arabo con cui la guerra lo ha messo a contatto, lo interessa fortemente. Chissà quali segreti e quali bellezze racchiude? Lo attira specialmente il Marocco, dagli immensi piani allora inesplorati. Sente in sé la vocazione del viaggiatore. Non esita un istante: dà le dimissioni da ufficiale; si chiude nelle biblioteche passandovi giornate intere ad apprendere l’arabo e a fissare dei piani. Quando tutto è pronto, parte. Con un servo e due mule, vestito che sembra un giudeo del Marocco, dormendo il più delle volte all’aperto, passa di tribù in tribù, prendendo contatti coi capi, facendo osservazioni e appunti. Nessun pericolo lo intimidisce, nessuna difficoltà lo arresta. Dopo undici mesi è di nuovo ad Algeri e pubblica la relazione del suo viaggio, le sue note geografiche, militari e politiche, riempiendo la Francia di stupore e ammirazione. Mentre il suo nome è sulla bocca di tutti viene a Parigi. Ma l’aspetta qui il Signore. Solo sulle sabbie del Marocco, egli aveva riflettuto sulla religione.
   Adesso, poi, si sente inquieto; invidia coloro che hanno la fede; la desidera, la cerca, e la ritrova ai piedi del sacerdote. E dopo pochi anni è sacerdote anche lui, e torna nel Marocco diventando missionario e martire là dove prima era passato esploratore. Ho sotto gli occhi due ritratti di de Foucauld: l’allievo ufficiale di Saint-Cyr e il missionario. Il viso dell’ufficiale non dice quasi niente: rotondo, grasso, non ha un’espressione; gli occhi infossati nell’orbita, sem brano più piccoli causa il grasso che li preme; le labbra poco pronunciate, indolenti, son labbra che gustano, ma che parlano poco e comandano niente. Sul viso del missionario, i tratti rivelano decisione ed energia; il sorriso esprime amor di Dio, gli occhi splendono. Si pensa a s. Francesco d’Assisi e a s. Ignazio. Come si spiega che due ritratti così dissimili appartengano alla stessa persona?
   Si spiega così: la grazia della vocazione ha trasformato quella persona; ha impresso un sigillo sul suo volto, gli ha dato il significato di un vessillo, la potenza di un canto! E quanti giovani diverrebbero vessillo e canto nella chiesa di Dio, se non lasciassero passare la voce del Signore che li chiama!

O.O. 9, pg 368-369



Luciani, da Vittorio Veneto a Roma

   Quarant’anni or sono, nella tarda mattinata del 17 settembre 1969, nel palazzo patriarcale di Venezia, un infarto cardiocircolatorio, in poche ore stroncava la vita del Patriarca Cardinale Giovanni Urbani, presenti nella stanza da letto l’anziana madre Elisa, le sorelle, i medici accorsi al capezzale del morente, il Vescovo Ausiliare, il Segretario Particolare ed altri.
    Unanime fu il dolore e il rimpianto per la repentina scomparsa del Porporato veneziano, anche di origine perché nato nella città lagunare, in quanto al momento del decesso era anche Presidente della C.E.I. Dopo qualche giorno nella Basilica di San Marco, il Cardinale Giovanni Colombo, Arcivescovo di Milano, presiedeva il solenne rito di suffragio dello scomparso Patriarca, il quale, come Presidente della CEI avrebbe dovuto partecipare all’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, convocata per il successivo mese di ottobre, in Vaticano. Il Papa Paolo VI era rappresentato alle esequie dal Vescovo Monsignor Agostino Ferrari Toniolo. Alla guida temporanea della Chiesa Veneziana, secondo le norme canoniche allora vigenti, era nominato un Vicario Capitolare, nella persona del Vescovo Ausiliare, Monsignor Giuseppe Olivotti.
    Il 15 dicembre 1969, in prossimità delle festività natalizie, Paolo VI, teneva in Vaticano un Concistoro Ordinario per normali adempimenti che richiedono la consultazione dei Membri del Collegio Cardinalizio. Tra questi adempimenti canonici da trattarsi in Concistoro vi è anche quella detta della “Provvista di Chiese”, cioè, la nomina di Arcivescovi e Vescovi di sedi vacanti, oppure, i Pastori vengono trasferiti dall’una all’altra sede. Proprio in questo Concistoro era annunziata la nomina del Vescovo di Vittorio Veneto, Mons. Albino Luciani, a Patriarca di Venezia.
     Dopo un decennio di ministero pastorale nella Diocesi della cittadina che aveva visto la conclusione del 1o conflitto mondiale del 1915/18, Albino Luciani, nel successivo mese di marzo del 1970, approdava ufficialmente sulla laguna veneta. In Venezia, succedeva non solo al Patriarca Giovanni Urbani, Presidente dei Vescovi Italiani, ma a due Cardinali che nel secolo XX avevano lasciato Venezia per salire il soglio petrino: Giuseppe Sarto divenuto Papa Pio X nell’agosto 1903; Angelo Giuseppe Roncalli divenuto Papa Giovanni XXIII nell’ottobre 1958, che “con le sue stesse mani lo aveva consacrato Vescovo”, nella Basilica Vaticana di San Pietro, il 27.12.1958, esattamente un decennio prima.
    Certamente al momento di iniziare il ministero apostolico con la presa di possesso ca- nonico e di svolgere le attività pastorali connesse all’ufficio di Successore degli Apostoli e Pastore della Chiesa locale Veneziana, Albino Luciani, era del tutto ignaro che anche a Lui sarebbe toccata in sorte l’ascesa alla Cattedra di Pietro. Il 16/9/1972, Paolo VI, in visita a Venezia, in Piazza San Marco, con un gesto del tutto originale, spontaneo e dal sapore premonitore, si toglieva la stola pontificale e, tra lo stupore dei veneziani presenti, la poneva sulle spalle del Patriarca Luciani che dall’emozione diveniva “tutto rosso”. Il divenire “tutto rosso” era un segno anticipatore del conferimento della porpora cardinalizia che Papa Montini di lì a pochi mesi, nel marzo 1973, gli avrebbe imposto. Cinque anni dopo la porpora, all’avvenuta morte di Paolo VI, era ancora un Patriarca di Venezia a salire sulla cattedra dei Vescovi di Roma.
    Un Vescovo della Chiesa che si richiama alla memoria della predicazione dell’evangelista Marco, diveniva Vescovo della Chiesa che da oltre venti secoli “presiede nella carità” ed è designato con il titolo di Successore di Pietro. Per tre volte nel secolo XX lo Spirito Santo alla guida della Chiesa che “per 25 anni” ebbe a capo l’Apostolo Pietro, ha voluto dei Pastori che guidavano la Chiesa lagunare veneziana e facevano riferimento all’Evangelista che il Principe degli Apostoli, avendolo come suo stretto collaboratore e interprete definiva “discepolo e figlio carissimo”. Siamo a 40 anni dalla nomina di Albino Luciani a Patriarca di Venezia, e nessuno pensava che questo Vescovo semplice, schivo, umile, dall’apparenza dimessa, ma ricco di sapienza spirituale, dopo qualche decina d’anni, nell’agosto 1978, sarebbe salito a quel la suprema cattedra, i cui Pastori, in quanto costituiti Vicari di Cristo, sono “maestri di verità” al mondo intero. Albino Luciani divenuto Giovanni Paolo I esercitò per un solo mese e qualche giorno l’ufficio tanto gravoso di “Maestro di Verità”.
    Furono sufficienti 33 giorni perché l’umanità intera si accorgesse e scoprisse questo “Maestro di verità” che Cristo Gesù aveva preposto a capo della sua Chiesa e “in nome suo, trasmettesse agli uomini le verità che sono via al cielo”, e lo amasse intensamente. E a distanza di anni e di tempo, l’umanità ancora ricorda e venera questo “Maestro di verità”, il quale, non solo con i suoi insegnamenti, attinti dal Vangelo, ed espressi con un linguaggio accessibile a tutti, illuminò il mondo, ma anche con il suo dolce sorriso sulle labbra “attirò tutti a sé”, e così rivelare il volto paterno-materno di Dio.

Antonio Bartoloni


ANNO SACERDOTALE

Albino Luciani,giovane sacerdote.    “Alther Christus”, sia pure in senso attenuato
1. Per sentirsi a suo agio, nel suo giusto posto e spinto di continuo ad essere veramente buono e santo, il sacerdote deve avere una specie di ritratto con cui potersi confrontare, di specchio in cui guardarsi spesso. Questo specchio è Cri- Alter Christus, dunque. Però nel senso di umile rappresentante, non di sostituto; siamo vetro che lascia vedere Cristo, non diaframma che lo nasconde. L’ordinazione ha deposto nella nostra anima un “dono di Dio”, che va ravvivato (2 Tm 1,6), ma non ha fatto di noi angeli dispensati dai doveri di tutti i cristiani e sottratti agli errori e alle critiche. Tanto meno ci ha stralciati dalla chiesa, facendoci in qualche modo superiori ad essa. “L’apostolo Paolo - scriveva Agostino - membro eminente sotto la testa, ma essenzialmente membro del corpo... non osa farsi mediatore tra Dio e il popolo”. Noi siamo a volte più coraggiosi di Paolo e parliamo ingenuamente del “nostro sacerdozio”, della “nostra messa”, dei “nostri militanti”. In altre parole: con una punta di “clericalismo” noi abbiamo la tendenza di mettere il prete prima della chiesa. Il contrario è vero e va affermato: noi siamo piccoli in una chiesa che è più grande di noi. Siamo sacramenti di Cristo, ma nel quadro della chiesa, che di Cristo è il sacramento primordiale. sto. Solo da Cristo, che è il sacerdote grande, scende la luce che illumina me, sacerdote piccolo. E sempre stato detto: sacerdos alter Christus e si deve dire ancora, sia pure con precisi limiti e spiegazioni.

Quali spiegazioni?
Prima: anche il laico è alter Christus. “Rallegriamoci - scriveva Agostino - e rendiamo grazie, non solo per essere divenuti cristiani, ma Cristo... Siate pieni di ammirazione, godete: noi siamo diventati Cristo”. Devono quindi cercare di configurarsi al Signore sia i semplici fedeli che i sacerdoti; i sacerdoti, però, in una maniera propria, rappresentandolo come testa del corpo, cioè come maestro, santificatore e pastore. Seconda spiegazione: siamo sacerdoti come Cristo, ma in misura molto più tenue. Egli resta l’unico mediatore; noi soltanto lo rappresentiamo, lo mostriamo e sensibilizziamo davanti agli uomini. Scriveva Paolo ai Corinti: “E stato forse crocifisso Paolo per voi? O nel nome di Paolo siete stati battezzati? (1 Cor 1,13). “Cos’è Apollo? Che cos’è Paolo? Dei ministri... io ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma Dio ha fatto crescere” (1 Cor 3,56). Agostino partiva da questi testi per polemizzare contro i donatisti, che esageravano il compito mediatore dei sacerdoti e concludeva: “Pietro battezza, è Cristo che battezza. Paolo battezza, è Cristo che battezza. Giuda battezza, è Cristo che battezza”.



Anche Antonia è rientrata

la sorella di Albino Luciani, Antonia   Accompagnato da mio fratello Renzo, non ho voluto mancare al rito del Congedo cristiano per la tua cara sorella Antonia, celebrato a S. Giuliana di Levico in provincia di Trento. Mancata il 5 giugno scorso a 89 anni, non la vedevo da tempo e già per le esequie del fratello Edoardo aveva dovuto restarsene a casa per le precarie condizioni di salute.
    Negli ultimi anni ha sofferto molto a causa di una lunga e pesante infermità, amorevolmente assistita in famiglia e circondata dall’affetto e dalla stima di quanti la conoscevano. La figlia Lina, anche a nome del fratello Roberto, in una lettera di ringraziamento per la partecipazione al loro dolore, così si esprimeva: «Siamo grati al Signore di averla avuta con noi per tanto tempo, testimone fedele e lieta. Confidiamo che la misericordia del Signore e le sofferenze degli ultimi anni le aprano le porte del Paradiso e dal Cielo ci protegga ». Antonia, Nina per i familiari, l’ho conosciuta con il marito Ettore e i figli nella linda abitazione di Santa Giuliana quando tu eri ancora a Venezia.
   Poi, dopo gli eventi imprevedibili e provvidenziali che hanno segnato la tua vita consegnandoti alla storia e alla ammirazione universale, ho avuto l’occasione di incontrarla altre volte anche per sapere di te le confidenze che soltanto le persone più care sono in grado di conoscere e di comunicare. Non ti nascondo che con lei, come del resto con Edoardo, inizialmente non è stata una impresa facile: l’uno per quel carattere ruvido e schivo che con il tempo e la vicinanza della sua Antonietta si è tanto ammorbidito, l’altra per una delicata riservatezza naturale che si è venuta trasformando con la fede in un vero e proprio nascondimento.
   Pure lei con il tempo ha maturato la convinzione di dover fare la sua parte per aiutare l’umanità con i tuoi buoni esempi, fino ad accettare una intervista che con la Falasca è diventata un buon libro. Tua sorella mi venne a trovare il 14 novembre 1979, a poco più di un anno dalla tua elezione e morte, quando sul piazzale della chiesa di Frassinelle Polesine lei stessa inaugurò il tuo busto in bronzo, collocato sopra un blocco di porfido offerto dalle cave di Albiano (Trento). Ricordo che togliendo il velo dalla tua immagine ti diede un bacio e rivolgendosi a noi disse: «Oh... come assomiglia! Grazie». Quel giorno ricordava anche la tua visita in paese del 14 novembre 1976 e lei mi portò in dono della frutta sciroppata che aveva confezionato con le sue mani. Ma lasciami andare con i ricordi a quella giornata piovosa e sofferta del 4 ottobre 1978 per il tuo funerale solenne in piazza San Pietro. Con un Cardinale e un Vescovo fui l’ultimo prete ammesso ad assistere alla chiusura della tua bara e non ti dico l’emozione. Durante le esequie ebbi come tutti il beneficio di una pioggia incessante che consentiva di nascondere le lacrime; ma quando tutti se ne andarono e la piazza divenne completamente vuota, mi portai alla fermata dell’autobus diretto alla stazione centrale.
   Lì, con l’ombrello sotto l’acquazzone, c’erano tua sorella e tua nipote Lina: mi permisi di invitarle a salire insieme su un taxi. Pensai subito che tu da sopra le nubi forse stavi sorridendo, nel vedere quali e quanti privilegi hanno i familiari di un Papa. Con affetto.

don Licio

 

L’ANGOLO DEL PELLEGRINO
Le preghiere più belle scritte dai pellegrini in
visita alla chiesa di papa Luciani di Canale d’Agordo

dal 3 marzo 2009 al 17 maggio 2009 (reg. n. 46) a cura di Loris Serafini

    Continuiamo la pubblicazione delle preghiere più significative scritte nel registro posto nella chiesa di Canale d’Agordo, di fronte alla statua di papa Luciani. Durante tutta la primavera varie sono state le visite al paese natale di Albino Luciani e in particolare alla sua chiesa battesimale, divenuta dal 1978 il santuario della sua memoria e della sua presenza. Oltre che da tutta l’Italia, i pellegrini che hanno raggiunto Canale in questi due mesi e mezzo provengono da altri nove paesi di vari continenti: Ecuador, Messico, Haiti, Brasile, Polonia, Ucraina, Spagna, Germania, Francia. Molti di loro hanno lasciato ricordi affettuosi e vivi di papa Luciani:

DAI PAESI DI TUTTO IL MONDO:
10.03.2009. “Ringrazio il Signore per questa grazia di venire alla chiesa dove papa Luciani ha cominciato il cammino del cristiano e prego per tutti i miei fedeli e per me stesso la perseveranza finale nella volontà di Dio”. +Julio César Terán Dutari S.J., vescovo di Ibarra-Ecuador.

22.03.2009. “Papiezu mnìe mato zwary nostano sie zoi wasza [...] rodaine”. B. 15.04.2009. “Para toda minha familia, paz... felicidade que Deus sempre ilumina e todos parentes, amigo... Amen”. R.R.

30.04.2009. “Au pape du sauriz une jeusée affectuanse de France”. Christian et sa famille.

02.05.2009. “Queridissimo Papa Giovanni Paolo I; te pedimos por nuestra patria Mexicana, que sufre esta epidemia, ayuda tambien por aquella del Espiritu. También te presenta mas la famiglia de suor Antonella. Fortalecela en la fe. Atte: suor M. A. H. e suor M. A. M.

DALL’ITALIA: Le frasi più belle.
15.03.2009. “Prego tutti i giorni davanti al papa Luciani e spero di tornare insieme con A. per tutta la vita. Grazie”. M.

31.03.2009. “Sono felice di essere venuta qui... Pace”. Paola 05.04.2009. “Oh papa del Sorriso, ti penso sempre”. I. C.

11.04.2009. “Caro papa Luciani, quando tornasti al Padre nel 1978 eravamo sposini e venimmo a Roma per darti l’ultimo saluto. Quanto hai fatto per la Chiesa in quei 33 giorni! Ti portiamo sempre nel cuore! Ormai siamo sposi da 31 anni. Ti preghiamo per la nostra famiglia, per quelle dei nostri figli che presto si formeranno. Innanzitutto ti chiediamo fede, speranza e carità e la tua semplicità... Grazie papa Luciani per il bene che ci hai dato! Aiutaci a seguir come te il buon Dio in umiltà! Con affetto Roberto ed Elisabetta da Genova e i nostri figliuoli.

16.05.2009. “Con il bimbo che ti tieni accanto, così ti affidiamo tutti i giovani che sono il futuro del mondo unitamente nella preghiera”. E.

Richiesta di grazie.
10.03.2009. “Dolcissimo papa Luciani, siamo una giovane coppia di sposi (18 ottobre 2008), aiutaci e assistici nel cammino duro della nostra vita insieme e fa’ che ogni nostra speranza non sia mai perduta”. B. “Dopo giorni di preghiera ed esercizi spirituali, il Seminario di Parma, in devoto pellegrinaggio nella terra di Giovanni Paolo I, si affida alla cura amorevole del Padre, per l’intercessione del Servo di Dio papa Luciani, per diventare pastori secondo il cuore di Gesù”. D.A.M.
5.03.2009. “Caro papa Santo Luciani, aiuta, guarisci E. G., i suoi genitori, la mia E. dalle turbe spirituali e dai mali corporali, il marito L. che è buono, ma manca di fede, mio marito senza fede, per l’armonia familiare, i miei fratelli e sorelle ammalati, R. col morbo di Parkinson, nipoti, amici ammalati, gruppi di preghiera e pellegrinaggi. Grazie infinite. Stammi sempre vicino per guidarmi e proteggermi”. M.
12.04.2009. “Pasqua 2009. Nel giorno della SS. Pasqua ti prego per tutti i miei cari ed in particolare per Simonetta: fa’ che possa far nascere una sua creatura”. Stefania
03.05.2009. “Caro papa Luciani, ti chiedo la grazia per Gabriella. Grazie”. O. Z. 06.05.2009. “Guariscimi nell’anima”.

Grazie ricevute.
11.03.2009. “Ti ringrazio, o Dio di avermi donato la donna della mia vita, la quale tanto dà e niente vuole in cambio. Tu, grande Papa semplice e con quel grande sorriso, proteggila e facci rimanere semplici e sorridenti come tu ci hai insegnato. Grazie”. Pino 12.04.2009. “Grazie, papa buono, per la grazia che ci hai dato alla mia nipote e prega per tutta la mia famiglia. Grazie”. Maria “Grazie papa Luciani per tutti gli aiuti che ci elargisci da lassù...”. Annalisa.
23.04.2009. “Santo Padre, ancora una volta mi hai protetto. Con grande devozione”. Sante
02.05.2009. “Caro papa Luciani, grazie della bimba Maria che ci hai aiutato ad avere...”.
11.05.2009. “Grazie per quello che ci hai dato”. Angelo
17.05.2009. “Grazie, papa Luciani, perché è ritornata la pace nella mia famiglia. Ti prego perché sia sempre così. Grazie ancora per tutto. Ti affido le persone che mi chiedono preghiere”. Santina


Signore, facci diventare tutti orsi
di Albino Luciani

  

   Caro Orso di san Romedio, “Ogni buon ladrone ha la sua devozione”. È questo il motivo per cui un mese fa, passando per Sanzeno di Val di Non, mi son detto: “A due chilometri da qui, in fondo ad una valle corta, incassata fra rocce altissime che fanno pensare ai canyons del Colorado, c’è il santuario di san Romedio: ci sono andati, facendo a piedi decine di chilometri, i tuoi nonni; vacci anche tu, che sei in auto!”. E sono andato. Suggestivo il santuario delle sei chiese sovrapposte e dalla terrazza che domina lo strapiombo impressionante. Interessanti la figura e i ricordi del santo eremita. Ma simpatico anche tu, caro Orso! La statua del Perathoner ti presenta tenuto al guinzaglio, tutto mansueto e addomesticato, dal santo.

* * *

Mi hanno spiegato: secondo la leggenda, ritornando dal pellegrinaggio di Roma, Romedio si era fermato coi suoi due fedeli compagni, Abramo e Davide, a riposare. A un certo momento dice a Davide: “E tempo di riprendere il cammino, va’ a prendere i nostri cavalli, che pascolano nel prato vicino”. Il compagno torna esterrefatto: un orso sta giusto divorando il cavallo di Romedio. Questi accorre, vede e, senza turbarsi, dice a te, Orso: “Avevi fame, si vede, mi mangi il cavallo e sta bene; però devi sapere che io non ce la faccio a tornare a casa a piedi: mi farai tu da cavallo!”. Detto, fatto: ti adatta la sella, i finimenti e la bardatura della bestia divorata, ti monta in groppa come tu fossi la più pacifica mondo, e via verso Trento! Ritornando dal santuario, lo credi?, la mia preghiera è stata: “O Signore, addomestica me pure, rendimi più servizievole e meno orso!”. Non te la prendere per quest’ultima espressione: per noi uomini, voi orsi bruni e neri, dal corpo lungo, dalle zampe corte, grosse e dal pelame foltissimo, siete degli esseri maldestri e ineleganti. Noi, al confronto, ci consideriamo infinitamente gentili, snelli e slanciati. Se ti metti a ballare, tu combini solo dei disastri, laddove le nostre danze sono un miracolo di grazia, di musica e le silfidi del nostro “balletto” sono talmente leggere e agili da poter danzare sui fiori dei prati senza piegarli.

* * *

Eppure? Eppure ieri sono stato tentato di capovolgere la preghiera di un mese fa in quest’altra: “Signore, facci diventare tutti orsi!”. M’è capitato, infatti, di udire delle brutte bestemmie. “E allora - mi sono detto - cosa conta vestire tanto eleganti, calzare scarpette finissime, portare cravatte all’ultima moda, pettinarsi con tanta raffinatezza, se dalla vostra bocca escono poi parole così volgari? Meglio essere goffi come orsi, ma non avere la bocca così sporca!”. Tanto più che si tratta di un fenomeno estesissimo, in Italia, di una vera epidemia: 15 milioni di bestemmiatori italiani abituali con un miliardo circa di bestemmie al giorno. È una fortuna che, a volte, il cuore di chi pronuncia non sia d’accordo con la bocca e che circostanze varie escludano una vera profonda intenzione di offendere Dio. A volte la gravità dell’espressione è attenuata dalla sconsideratezza, dalla preoccupazione, dall’ignoranza; come nel caso di Irene Papovna, che s’era presentata a Mosca per un esame di concorso magistrale. Il tema da svolgere era: “Analizzate l’iscrizione scolpita sulla tomba di Lenin”. La maestrina non ricorda bene, le pare e non le pare che l’iscrizione leniniana suoni: “La religione è l’oppio del popolo”. Come cavarsela? Arrischia, fa l’analisi che può e, consegnato il compito, corre alla Piazza Rossa, davanti al Mausoleo leniniano, a verificare. Riscontrato di aver azzeccato, esclama entusiasticamente: “Caro buon Dio! E voi Vergine santa di Kazan! Grazie di avermi fatto ricordare l’iscrizione!”.

* * *

Caro Orso! Tu non lo sai, ma su bestemmia e turpiloquio c’è ormai un vocabolario concordato e accettato, realistico e icastico, anche se non sempre indovinato. Ad esempio, chiamano moccoli le bestemmie. Ma i moccoli fanno un po’ di luce; la bestemmia è parola nera, “morta gora”, acqua stagnante, gas asfissiante. Si dice anche: “Bestemmia come un turco”, ma è una calunnia: i turchi non bestemmiano. In Francia, in Svizzera, in Germania, invece, si usa dire, purtroppo con fondamento: “Bestemmia come un italiano”.

Dicembre 1972

 

 


La testimonianza
di mons. Antonio Cunial


   Si è concluso il processo sul miracolo, celebratosi nella Diocesi di Altamura in Puglia e siamo in attesa del Decreto “de validitate”. Mi è capitato tra le mani una testimonianza che mons. Antonio Cunial, Vescovo di Vittorio Veneto, offrì su Albino Luciani, nel 1980. Le parole semplici di questo suo successore, puntualizzano quello che il Popolo di Dio ha sempre percepito e ancora continua ad avvertire nella figura e nell’opera di Luciani.

   Il messaggio espresso da Papa Luciani entrò nelle coscienze come accensione dalla sua fede, profonda e forte. Si sforzava di guardare con l’occhio di Dio persone e cose. Da qui il suo sorriso: si era messo totalmente nelle mani di Dio e nessuno può fermare la bontà dell’amore infinito. Da qui ancora il suo stile familiare e nel contempo distinto, oltre le forme di protocollo forse non più indovinato. Egli ci ha lasciato un tipo di vita intessuto di virtù umane ed evangeliche: squisita sensibilità, umiltà, pietà, fede, speranza, carità. Egli rimane esempio del vero cristiano, del vero prete e vescovo, di padre universale nello spirito. Fedele alla Tradizione e pronto al rinnovamento, da Vescovo e da Papa, Luciani fu fermo nei principi e aperto di cuore nell’accoglienza delle persone. Instancabile nella presenza e attività pastorale, stimolava verso i vari campi dell’apostolato e della santità. Sentiva le cose pure e buone; visse di amore in Dio e per gli uomini... Toccò i grandi temi interessanti i rapporti di vita con Dio, la Chiesa, il mondo. A tutti i credenti richiamò l’impegno e la gioia dell’evangelizzazione; sottolineò la bellezza e la necessità dell’amore cristiano per vincere la violenza e rendere gli uomini fratelli. Fu maestro di verità, il catechista appassionato del disegno di Dio. La sua fu una catechesi che scava dentro, dona valori, porta a Dio. Il suo magistero fu nella luce di Dio e nella letizia delle cose.

   Appare in queste parole di mons. Cunial quella “santità normale” di cui parlò il vescovo Vincenzo Savio proprio all’inizio della Causa di canonizzazione di Papa Luciani: “Santità diffusa, santità normale: questo io voglio scoprire con voi presente nella nostra piccola storia recente. Questa ricerca è stimolo a capire che anche oggi essere santi è bello, essere santi è facile; non è possibile che non diventiamo santi”. Guardando ad Albino Luciani, comprendiamo meglio la verità di queste parole. Lui ci prenda per mano e ci guidi alla mèta.

Sac. Giorgio Lise

 

La Chiesa... questa sconosciuta? (7)

   Al termine di questa lunga carrellata sulla Chiesa, che spero sia stata utile a qualcuno per comprenderla ed amarla un po’ di più, credo sia opportuno ricordarci scambievolmente alcune verità importanti.

La prima verità da avere ben presente è che ogni cristiano, ciascuno di noi è chiamato a “respirare” con la Chiesa. Abbiamo bisogno cioè di aprire lo sguardo e allargare i paletti della nostra tenda in un’ottica di fede, di crescita nella carità e nell’impegno a sostenerci reciprocamente nel cammino. Con un esempio, potremmo dire che in un’orchestra ogni strumento ha il suo suono, ma per creare “sinfonia” deve accordarsi con tutti gli altri, in modo da formare un “unicum”.

La seconda verità è che tutti siamo chiamati a cercare all’interno della Chiesa soprattutto di vivere la carità che è il vincolo della perfezione (Col 3,14). È la carità “vissuta” e “vista” da chi sta magari un po’ ai margini, che sollecita domande sulla Chiesa, sui preti, stimola alla riflessione anche chi è lontano. Insomma, si evangelizza prima di tutto con la carità, che inizia e si manifesta semplicemente e concretamente anche attraverso il modo di proporsi, di entrare in rapporto, di simpatizzare, di provare compassione: in una parola, attraverso relazioni di stile evangelico.

La terza verità da non sottovalutare per vivere nella Chiesa e con la Chiesa, è che siamo chiamati a camminare insieme: è questo l’antidoto alla tentazione oggi molto insidiosa del cristianesimo “fai da te” che si va diffondendo sul modello delle sètte. Concretamente: anche la singola persona armata di tanta buona volontà rischia di aprire a caso una pagina del Vangelo e trarre conclusioni affrettate. Oppure qualche buon cristiano, attento più alla moda, alle riviste o ai vari volti televisivi che non alla parola e alla voce dei Pastori, si costruisce – ad esempio – una propria morale (pensiamo ai temi scottanti del fine vita o del matrimonio) con conseguenze negative per l’unità egf la comunione nella Chiesa. Ritorniamo di più al Vangelo! Ma “insieme”: pastori e fedeli, per non rischiare di vedere riaffiorare anche nei nostri tempi (ma forse in parte purtroppo è sempre stata presente), l’eterna diatriba: io sono di Paolo,... io invece di Cefa ... e io di Apollo... (cf. 1Cor 3,1ss.): io appartengo a questo gruppo, io a quest’altro ecc. Siamo invece tutti collaboratori per la crescita del Regno, impegnati nel medesimo campo ed edificio di Dio, che è la Chiesa (cf. 1Cor. 3,7). Abbiamo cercato, ovviamente senza la pretesa di essere esaustivi, di addentrarci con un po’ di più attenzione nella realtà e nella vita della Chiesa. Bene: al termine delle nostre riflessioni, volgendo uno sguardo retrospettivo a quanto si è detto, mi piace concludere con le parole argute del card. Biffi, che in un suo libretto, della Chiesa dice: «Salda come il trono di Dio e precaria come il respiro dell’uomo; abbagliante come la nuova Gerusalemme, e opaca come un consiglio di amministrazione; viva e palpitante come il cuore di Cristo risorto, e inconcludente come un ufficio statale; serena come l’oceano della vita divina, e rissosa come un’assemblea di condòmini; così vicina a noi da identificarsi con tutte le nostre incapacità, e così vicina al Signore da essere la sua pienezza... Figlia del Re travestita da sguattera, e serva portata al trono della predilezione del Re... Mi par di capire adesso l’entusiasmo degli angeli». L’auspicio è che un po’ di questo entusiasmo nei confronti della Chiesa si riversi anche su ciascuno di noi.

don Giorgio
- fine -

 

L’attività culturale al Centro Papa Luciani nei mesi di maggio e giugno

Un incontro culturale al Centro Papa Luciani   Sabato 16 maggio sul tema “La minaccia del terrorismo e le risposte dell’antiterrorismo” sono intervenuti Giandomenico Picco, già vicesegretario generale dell’ONU e Valerio Pellizzari, editorialista de “La Stampa”. Picco, il cui nome è legato in particolare alle trattative che hanno portato alla liberazione delle ostaggi occidentali sequestrati in Libano a metà degli anni Ottanta, al cessate il fuoco tra Iran e Iraq e alla fine della guerra in Afghanistan, ha ricordato che quello che sta avvenendo in questa regione ha radici lontane nella storia e nella narrativa dei popoli, un’area che vive una situazione difficile con il Pakistan stretto tra la minaccia indiana e l’incubo della frammentazione. La soluzione non è ricercabile in una strategia militare ma nell’avvio di un nuovo rapporto India-Pakistan. Pellizzari ha sottolineato la dignità di tutte le persone: e parlando dell’uccisione degli abitanti locali, ha aggiunto, “non è sopportabile che si sappia tutto su chi spara e nulla sulle vittime soprattutto se sono bambini”. I kamikaze sono il prodotto complesso del disagio sociale e delle incomprensioni per gli atteggiamenti degli stranieri. Esistono poi altre questioni aperte: il controllo dei gasdotti, la presenza delle grandi basi aeree e il narcotraffico. “Capuozzo, accontenta questo ragazzo: La vita di Giovanni Palatucci” è il titolo del libro presentato dall’autore Angelo Picariello, giornalista di “Avvenire”, sabato 23 maggio. Si tratta della storia di Giovanni Palatucci, il questore reggente di Fiume che negli anni dal 1938 al 1944 salvò moltissimi ebrei dalla deportazione. Arrestato, morì a Dachau poco prima della liberazione. Il Capuozzo a cui si allude nel titolo è il padre del noto inviato Toni Capuozzo che fu collaboratore di Palatucci a Fiume. La Prima Conferenza Mondiale Ebraica tenuta a Londra nel ’45 stabilì che il questore di Fiume aveva salvato la vita a più di cinquemila ebrei. Oggi è “Giusto tra le nazioni” ed è in corso la causa di beatificazione. Ad introdurre la serata il questore di Belluno Luigi Vita.
     Di altro genere l’incontro di giovedì 28 maggio con il conduttore di “Voyager” Roberto Giacobbo che ha presentato al pubblico bellunese il suo libro “2012: la fine del mondo?”. Su questo tema fino a sei mesi fa c’erano 50.000 siti oggi se ne contano 25 milioni, ma quanto riportato in Internet non sempre è sicuro e attendibile; questo lavoro editoriale si fonda su un’approfondita ricerca e su una serie di coincidenze provenienti dalle antiche civiltà e dal mondo scientifico. Giacobbo sostiene che il 21 dicembre 2012 sarà l’inizio di una possibile nuova rinascita e di un’inaspettata rivelazione e facendo riferimento ad una sua trasmissione andata in onda a Pasqua 2000, ospite il card. Comastri, in cui sono stati ripercorsi i temi più significativi delle Sacre Scritture, l’ha definita un’esperienza di arricchimento sorprendente e che ha dimostrato grande interesse da parte del pubblico.
    Sabato 6 giugno, il Centro Papa Luciani nell’intento di proporre una riflessione sul recente viaggio del Papa in Terra Santa e sul discorso del presidente degli USA Barak Obama per un nuovo dialogo con l’Islam, ha ospitato la testimonianza di Sua Beatitudine mons. Michel Sabbah, emerito patriarca latino di Gerusalemme che ha presentato il suo libro “Voce che grida dal deserto” sollecitato dalle domande di don Nandino Capovilla, referente nazionale di Pax Christi. Mons. Sabbah è stato il primo palestinese a essere nominato, nel 1987, patriarca latino di Gerusalemme, ministero che ha ricoperto fino al 2008. Un’attenzione particolare è stata rivolta alle possibilità di dialogo tra i popoli coinvolti nel conflitto e alle responsabilità che coinvolgono i capi politici così come i capi religiosi, oltre che al ruolo fondamentale delle azioni non violente che la società civile di entrambi i popoli può e deve attuare per giungere a una pace giusta per tutti. Domenica mattina l’alto prelato ha celebrato la Santa Messa nella chiesa parrocchiale di Meano che proprio quest’anno celebra il novantesimo della fondazione, successivamente si è recato in visita agli ospiti e alla struttura della locale Casa di riposo.
    Ed ora due mesi non tanto di riposo ma di programmazione e lavoro preparatorio alla nuova rassegna culturale settembre 2009-giugno 2010.

Michelangelo De Donà

 

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Albino Luciani
Meteora luminosa
i nostri cieli
ha attraversato,
schiarito
della Terra
angoli bui.
Ha sorriso
alle coscienze
infondendo
umilmente
la speranza
del perdono.

Carla De Poli