HUMILITAS - papa Luciani
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Anno XXV -ottobre 2008- n. 4

Un viaggio bellissimo

#2 Papa Luciani, memoria di un sorriso

#3 Da una casa all'altra

#4 Un ottimo certificato di servizio

#5 Giovanni Paolo I, un dono di Dio alla Chiesa e alla umanità

#6 Martedì 26 agosto 2008

#7 Domenica 28 settembre 2008

#8Luciani e san Paolo

#9 Gli anni veneziani di Giovanni Paolo I

#10 Grazie Papa Luciani

#11La Chiesa, questa sconosciuta (4)

La lettera del Papa per il XXX anniversario della elezione e della morte di Giovanni Paolo I

 

Un viaggio bellissimo
Nel 30° anniversario della sua morte
ritroviamo la catechesi di mercoledì 27 settembre,
a poche ore dall’incontro con il suo Signore

 
Papa Luciani   «Mio Dio, amo con tutto il cuore sopra ogni cosa voi, bene infinito e nostra eterna felicità, e per amor vostro amo il prossimo mio come me stesso e perdono le offese ricevute.
O Signore, ch’io vi ami sempre più». È una preghiera notissima intarsiata di frasi bibliche. Me l’ha insegnata la mamma. La recito più volte al giorno anche adesso e cerco di spiegarvela, parola per parola, come farebbe un catechista di parrocchia. Siamo alla “terza lampada di santificazione” di papa Giovanni: la carità. Amo. A scuola di filosofia il professore mi diceva: «Tu conosci il campanile di S. Marco? Sì?
    
Ciò significa ch’esso è entrato in qualche modo nella tua mente: fisicamente è rimasto dov’era, ma nel tuo intimo esso ha impresso quasi un suo ritratto intellettuale. Tu, invece, ami il campanile di S. Marco?
    
Ciò significa che quel ritratto, da dentro, ti spinge e ti inclina, quasi ti porta, ti fa andare con l’animo verso il campanile ch’è fuori. Insomma: amare significa viaggiare, correre con il cuore verso l’oggetto amato».
    
Dice l’Imitazione di Cristo: chi ama “currit, volat, laetatur”, corre, vola e gode. Amare Dio è dunque un viaggiare col cuore verso Dio. Viaggio bellissimo. Ragazzo, mi estasiavo nei viaggi descritti da Giulio Verne (Ventimila leghe sotto i mari, Dalla terra alla luna, Il giro del mondo in ottanta giorni, ecc.).
     
Ma i viaggi dell’amore a Dio sono molto più interessanti. Lì si legge nella vita dei santi. S. Vincenzo de’ Paoli, di cui celebriamo oggi la festa, per esempio, è un gigante della carità: ha amato Dio come non si ama un padre e una madre, è stato lui stesso un padre per prigionieri, malati, orfani e poveri.
    
S. Pietro Claver, consacrandosi tutto a Dio, firmava: «Pietro, schiavo dei negri per sempre». Il viaggio porta anche dei sacrifici, ma questi non devono fermarci. Gesù è in croce: tu lo vuoi baciare? non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore. Non puoi far la figura del buon S. Pietro, che è stato bravo a gridare “Viva Gesù” sul monte Tabor, dove c’era la gioia, ma non s’è neppure lasciato vedere accanto a Gesù sul monte Calvario, dove c’era il rischio e il dolore. L’amore a Dio è anche viaggio misterioso: io non parto cioè, se Dio non prende prima l’iniziativa. «Nessuno – ha detto Gesù – può venire a me, se non lo attira il Padre» (Gv 6,44).
    
Si chiedeva S. Agostino: ma, allora, la libertà umana? Dio, però, che ha voluto e costruito questa libertà, sa lui come rispettarla, pur portando i cuori al punto da lui inteso: «Parum est voluntate, etiam voluptate traheris »; Dio non soltanto ti attira in modo che tu stesso voglia, ma perfino in modo che tu gusti di essere attirato.

***

Con tutto il cuore. Sottolineo, qui, l’aggettivo “tutto”. Il totalitarismo, in politica è brutta cosa. In religione, invece, un nostro totalitarismo nel confronto di Dio va benissimo.
   
Sta scritto: «Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.
    
Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte» (Dt 6,5-9). Quel “tutto” ripetuto e piegato alla pratica con tanta insistenza è davvero la bandiera del massimalismo cristiano. Ed è giusto: è troppo grande Dio, troppo egli merita da noi, perché gli si possano gettare, come ad un povero Lazzaro, appena poche briciole del nostro tempo e del nostro cuore.
    
Egli è bene infinito e sarà nostra felicità eterna: i denari, i piaceri, le fortune di questo mondo, al suo confronto, sono appena frammenti di bene e momenti fugaci di felicità. Non sarebbe saggio dare tanto di noi a queste cose e poco di noi a Gesù. Sopra ogni cosa. Adesso si viene ad un confronto diretto tra Dio e l’uomo, tra Dio e il mondo. Non sarebbe giusto dire: «O Dio o l’uomo». Si devono amare «e Dio e l’uomo»; quest’ultimo, però, mai più di Dio o contro Dio o alla pari di Dio. In altre parole: l’amore di Dio è bensì prevalente, ma non esclusivo.
    
La Bibbia dichiara Giacobbe santo (Dn 3,35) e amato da Dio (Mt 1,2; Rm 9,13), lo mostra impegnato in sette anni di lavoro per conquistarsi Rachele come moglie; «e gli parvero pochi giorni, quegli anni, tanto era il suo amore per lei» (Gn 29,20). Francesco di Sales fa sopra queste parole un commentino: «Giacobbe – scrive – ama Rachele con tutte le sue forze, e con tutte le sue forze ama Dio; ma non per questo ama Rachele come Dio né Dio come Rachele. Ama Dio come suo Dio sopra tutte le cose e più di se stesso; ama Rachele come sua moglie sopra tutte le altre donne e come se stesso. Ama Dio con amore assolutamente e sovranamente sommo, e Rachele con sommo amore maritale; l’un amore non è contrario all’altro perché quello di Rachele non viola i supremi vantaggi dell’amore di Dio».

* * *

    E per amor vostro amo il prossimo mio. Siamo qui di fronte a due amori che sono “fratelli gemelli” e inseparabili. Alcune persone è facile amarle; altre, è difficile; non ci sono simpatiche, ci hanno offeso e fatto del male; soltanto se amo Dio sul serio, arrivo ad amarle, in quanto figlie di Dio e perché questi me lo domanda. Gesù ha anche fissato come amare il prossimo: non solo cioè con il sentimento, ma coi fatti. Questo è il modo, disse. Vi chiederò: Avevo fame nella persona dei miei fratelli più piccoli, mi avete dato da mangiare?
    
Mi avete visitato, quand’ero infermo? (cf. Mt 25,34ss.). Il catechismo traduce queste ed altre parole della Bibbia nel doppio elenco delle sette opere di misericordia corporali e sette spirituali. L’elenco non è completo e bisognerebbe aggiornarlo. Fra gli affamati, per esempio, oggi, non si tratta più soltanto di questo o quell’individuo; ci sono popoli interi. Tutti ricordiamo le grandi parole del papa Paolo VI: «I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La chiesa trasale davanti a questo grido di angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello». A questo punto alla carità si aggiunge la giustizia, perché – dice ancora Paolo VI – «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario».
    
Di conseguenza «ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile». Alla luce di queste forti espressioni si vede quanto – individui e popoli – siamo ancora distanti dall’amare gli altri “come noi stessi”, che è comando di Gesù. Altro comando perdono le offese ricevute. A questo perdono pare quasi che il Signore dia precedenza sul culto: «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Ultime parole della preghiera sono: Signore, che io vi ami sempre più. Anche qui c’è obbedienza a un comando di Dio, che ha messo nel nostro cuore la sete del progresso. Dalle palafitte, dalle caverne e dalle prime capanne siamo passati alle case, ai palazzi, ai grattacieli; dai viaggi a piedi, a schiena di mulo o di cammello, alle carrozze, ai treni, agli aerei. E si desidera progredire ancora con mezzi sempre più rapidi, raggiungendo mete sempre più lontane. Ma amare Dio – l’abbiamo visto – è pure un viaggio: Dio lo vuole sempre più intenso e perfetto. Ha detto a tutti i suoi: «Voi siete la luce del mondo, il sale della terra» (Mt 5,8); «perfetti com’è perfetto il vostro Padre celeste» (Mt 5,48). Ciò significa: amare Dio non poco, ma tanto; non fermarsi al punto in cui si è arrivati, ma col suo aiuto, progredire nell’amore.

27 settembre 1978
O.O.9, 79-82.

 

--- UMILE SERVO ---

   “Mi limito a raccomandare una virtù tanto cara al Signore: ha detto: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Io rischio di dire uno sproposito ma lo dico. Il Signore ama tanto l’umiltà che a volte permette dei peccati gravi, perché quelli che li hanno commessi, dopo pentiti, restino umili. Non viene voglia di sentirsi mezzi angeli quando si sa di aver commesso mancanze gravi”. Era il 6 settembre, durante la sua prima catechesi del mercoledì. Mai nessun Papa aveva parlato così. Ma questo era il suo stile. Lo aveva delineato mettendo nel suo stemma, da giovane vescovo, la parola: “Humilitas”. Mutuata da San Carlo Borromeo. E si schermiva: “Non significa che sono umile ma che devo camminare verso l’umiltà”. Umile e quindi servo. In San Giovanni in Laterano, il 23 settembre, all’inizio del suo ministero di vescovo di Roma, citò Pio X che, entrando in S. Marco, aveva detto ai veneziani: ”Cosa sarebbe di me se non vi amassi?”. E continuò: “Io dico ai romani: posso assicurarvi che vi amo, che desidero solo entrare al vostro servizio e mettere a disposizione di tutti quello che ho e sono”. Non fa meraviglia a questo punto sapere che a volte in Vaticano, faceva il chierichetto al suo segretario, commentando: “Quando servo la Messa sono sicuro di servire la persona di Cristo”. Nella schietta semplicità che gli era connaturale, aveva scritto, nel 1947, sacerdote giovanissimo ancora, questa preghiera: “Signore, ti chiedo una grazia, vorrei che tu mi fossi vicino nell’ora in cui chiuderò gli occhi alla terra. Vorrei che tu tenessi la mia mano nella tua”. Guardava in prospettiva, con la fiducia degli umili, tenendo a sua volta la sua mano nella mano del Signore, semplice e lieto, giorno dopo giorno nel suo sorprendente cammino terreno.


Mario Carlin

 

PAPA LUCIANI,
MEMORIA DI UN SORRISO
di Vincenzo Bertolone*

Diaconi del Triveneto al termine degli esercizi spirituali al Centro Papa Luciani    «Certe cose il Signore non le vuol scrivere né sul bronzo, né sul marmo, ma sulla polvere, affinché se la scrittura resta, sia ben chiaro che tutto è opera, merito del Signore. Io sono la pura e povera polvere: su questa polvere il Signore ha scritto».
    
Così diceva di sé Albino Luciani, il Papa che, recitando Trilussa e parlando con brio del Pinocchio collodiano, seppe toccare i cuori e le menti degli uomini e delle donne di ogni Paese e condizione grazie all’umiltà, alla semplicità del fare e del dire, alla signorilità del tratto, al calore umano. Ricordarlo oggi, sul finire d’una calda estate ed a trent’anni esatti dalla sua salita al soglio pontificio, è il giusto e doveroso tributo alla figura di un uomo che fu prete secondo il cuore di Dio, docente e catecheta abile e saggio; vescovo vivace ed intrepido per quanto “scricciolo”; Padre conciliare, discepolo docile dello Spirito Santo; Patriarca forte, mite e cordiale.
    
Da Papa, prese il nome di Giovanni Paolo I ed indossò quasi come pallio quell’umiltà che scelse anche come motto, in omaggio alle sue origini contadine ma, anche e soprattutto, spiegava lui stesso, «ad uno stile di vita e di servizio vissuto con la consapevolezza di essere figli della speranza, lo stupore di Dio». Il suo pontificato durò trentatré giorni, “er numero de Cristo”, per dirla proprio alla maniera di Trilussa, e si rivelò essere un’epifania d’amore.
    
Di lui ci restano l’opera omnia, miniera di dottrina e di saggezza; il volto mite e sereno, la parola buona, arguta ed incisiva, le mille esperienze di un’esistenza spesa al servizio di Dio e del prossimo e l’ardente amore per Cristo. «È solo Gesù Cristo che dobbiamo presentare al mondo. Fuori di ciò non avremmo nessuna ragione di parlare: non saremmo, del resto, per la nostra incapacità, neppure ascoltati », sospirò al cardinal Gantin, suo ultimo interlocutore, la sera del 28 settembre 1978, poche ore prima di morire. E ci resta anche la nostalgia della sua sorridente semplicità, che gli incorniciò il viso, gli illuminò lo sguardo e lo aiutò a costruirsi una visione originale, tutta sua, delle cose di questo mondo: ricordando gli insegnamenti di San Tommaso, Papa Luciani esortava ad essere capaci di convertire in gaiezza anche le cose tristi viste e udite, poiché «i santi non sono cupi: i santi sono lieti. Essi ci mostrano che la stessa Passione di Gesù si è poi completata con la gloria gioiosa della Risurrezione ». Nella sua Diocesi non si stancava di ripetere: «Siate sorridenti: farete buona propaganda a Cristo ed alle vocazioni». Ed a quanti gli suggerivano l’opportunità di adottare e seguire uno stile più aulico, sorridendo rispondeva: «Le nuvole alte non mandano pioggia».
    
Chiaro l’intento: far emergere dalle prediche, dalle omelie, dai discorsi, sempre e comunque il Maestro: Gesù Cristo. «Io sono di passaggio», amava ripetere. «Cristo Gesù è per sempre. Le nostre parole restano solo se sono sintonizzate sulla Sua Parola, sul Magistero della Chiesa». L’esempio e la testimonianza di questo grande pastore, rilette alla luce del tempo presente con l’occhio rivolto al futuro, non possono essere un episodio che si chiude con la sua morte: esse, per contro, sono un segno forte della direzione della vita e del mondo, come progettati da Dio; sono un cammino verso Cristo, sull’esempio di Maria, immagine, anticipazione e modello di ogni persona chiamata a salvezza. Sono la grande lezione, di vita e di fede, d’un umile servitore del Signore, al quale guardare per ritrovare, nella memoria d’un sorriso, la speranza nell’avvenire.

* Vescovo di Cassano allo Ionio


Da una casa all’altra


Sr. Alessia, che da sei anni prestava servizio presso il nostro Centro, è stata trasferita a Castelletto di Brenzone, Verona, presso una struttura simile. A lei la nostra riconoscenza per quanto ha donato in questo tempo soprattutto ai ragazzi e giovani. Un grazie anche dalla Redazione di questa rivista i cui contenuti lei ha approfondito nella sua tesi per il conseguimento del Diploma di Magistero in Scienze Religiose.    30 anni sono una cifra e questo è il tempo trascorso dalla tua elezione a Papa e dalla tua improvvisa e misteriosa chiamata alla dimensione eterna della vita. Alla festa grande che il tuo paese natale, la diocesi e l’intera regione ecclesiastica veneta aveva organizzato a Canale il 26 agosto non ho voluto mancare, mentre per l’anniversario della tua partenza per il riposo eterno (28 settembre) non ce l’ho fatta, perché di domenica un prete con due parrocchie deve stare in famiglia. Anche sul posto di lavoro si possono ricordare nella preghiera le persone care scomparse; anzi ha l’occasione di unirsi ai fedeli mettendo in funzione quella “comunione dei santi” che altro non è se non lo scambio di aiuto spirituale fra chi è ancora pellegrino sulla terra e chi già gode o attende la beatitudine con il Crocefisso risorto.
    
Mio nonno paterno Gaetano, originario di Castelfranco Emilia e salariato di professione, trebbiava il grano all’ombra della bandiera rossa e andava a Messa ogni giorno. Fra le cose che mi diceva spesso c’era anche questa: «L’ultima preghiera prima di dormire sia sempre per le anime sante del Purgatorio ». Me ne sono ricordato anche alla fine della festa solenne che ti hanno fatto in paese con il Patriarca di Venezia, i Vescovi, tanti preti e una folla che alla Messa ha riempito perfino la piazza. Perché un tuo anziano cugino, mentre andavo con i tuoi nipoti verso la vostra casa, mi salutò con calore e poi disse: «Ha visto quanta gente oggi?
    
Quando sarà l’anniversario della morte di don Albino – così almeno succedeva gli altri anni – a Messa saremo in quattro gatti. Anche a suo fratello “Berto” che non è mai mancato, questo dispiaceva; ma cosa vuole? Il mondo oggi gira così!». Aveva ragione da vendere il tuo saggio cugino e si capiva che riportava il pensiero del “Grande assente” Edoardo, che da pochi mesi aveva lasciato la vecchia casa di Canale per l’Altra ben più sicura e accogliente. Posso testimoniare che i diversi ricordi tuoi che lui e l’Antonietta hanno voluto darmi in questi anni erano sempre accompagnati da un’espressione di questo genere: «Così quando li vede pregherà per don Albino e per tutti i nostri morti».
   
Ti dico di più: ogni volta che ho messo piede in casa tua, accolto e trattenuto sempre anche a lungo con una cordialità immeritata e imbarazzante, alla fine abbiamo sempre detto insieme la preghiera per i defunti, seguita dalla benedizione. Adesso quella casa è vuota e giustamente i tuoi nipoti l’apriranno per loro nei fine settimana e durante le vacanze.
   
Un cartello dalla strada avverte i pellegrini che l’abitazione dove sei nato e sei stato battezzato non è per il momento visitabile. Ma pregare si può dovunque: nella chiesa sempre più decorosa, come nel percorso campestre della splendida Via Crucis che don Sirio ha fatto appena in tempo a benedire, trasferito sul Nevegal presso il santuario della Madonna di Lourdes. E tu, insieme ai tuoi cari, ricordaci a Maria, perché ci ottenga un supplemento di fede.

Con affetto.
D. Licio

 

Un ottimo certificato di servizio

Campo Nazionale della S. Vincenzo giovani: nella foto il gruppo al termine della Messa presieduta dal vescovo mons. Giuseppe Andrich.  Un giorno il vescovo Luciani si fermò a pranzare e a conversare con un gruppo di sacerdoti, che trascorrevano, nel periodo estivo, qualche giorno di riposo in montagna. Uno dei sacerdoti gli disse: «Abbiamo visto dal giornale che domenica scorsa è stato in sei parrocchie per Cresime, per inaugurazioni, per partecipare ad una processione votiva e che nel ritorno si è anche fermato a trovare due sacerdoti all’ospedale. Come fa’... Si fermi! Un po’ di riposo! La corda troppo tesa si spezza...! Siamo contenti che sia arrivato un Vescovo che ha... finito di studiare e che quindi può avere più tempo per venirci a trovare e a stare con noi... ma, calma...».
    
E Luciani: «Vi presento il caso tipico di un servitore straordinario: San Paolo». Egli comincia il suo servizio sulla via di Damasco. Caduto a terra e rimproverato da Cristo, si offre a lui con piena disponibilità: Che devo fare, Signore? Passano gli anni ed egli può testimoniare di sé: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e tra le prove... mai mi sono sottratto a ciò che poteva essere utilità al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case... non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio, che mi fu affidato dal Signore Gesù».
    
Dichiara: «Pur essendo libero da tutti... mi sono fatto servo di tutti... tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno...». (Atti 20,20; I Cor 9,19). Ed ancora: «Cinque volte dai giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio; ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, di briganti, dai miei connazionali, dai pagani, nella città, nel deserto, sul mare, da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E, oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano; la preoccupazione per tutte le chiese». (2 Cor 11,24-28). Siamo di fronte ad un ottimo certificato di servizio, tutto da imitare: Io non sono arrivato a tanto finora e sono solo capace di fare qualche schizzo... se non avessi voi.
    
«E sono fortunato che a casa mi preparano da mangiare, vivo in un castello e un poco mi vergogno... al pensare che io sono un povero figlio di montanari, e che mangiavo anche poco pane... e poi quando vado nelle parrocchie sono trattato con ogni riguardo e anche con troppo ossequio... non me lo merito...». Poi diceva: «Penso a San Paolo: disprezzi, flagelli, pressioni non deprimono questo magnanimo; estasi, rivelazioni, applausi non esaltano questo umile. Umile quando scrive: “Sono il minimo fra tutti gli Apostoli”. Magnanimo e lasciato ad ogni rischio, quando afferma: “Tutto posso in Colui che mi dà forza”.
    Umile, ma, a tempo e luogo, sa essere fiero: “Sono ebrei? Anch’io... Sono ministri di Cristo? Parlo da folle, io più di loro”. Si mette al di sotto di tutti, ma, nel dovere, non si lascia piegare da niente e da nessuno. Le onde scagliano contro le scogliere la nave che lo porta; le vipere lo mordono: pagani, giudei, falsi cristiani lo cacciano e perseguitano; viene battuto con le verghe e messo in carcere, lo si fa morire ogni giorno, si crede di averlo spaventato, annientato ed egli salta fuori fresco e rugiadoso ad assicurarvi: non sono disperato e poi si alza in piedi e lancia la sfida della certezza cristiana: “Sono sicuro che né la morte né la vita... né il presente, né l’avvenire, né altezza, né profondità, né qualsiasi altra creatura mi potranno separare dall’amore d’Iddio che è in Cristo Gesù”.
    
Si può dire che è lo sbocco della umiltà cristiana, che non sfocia nella pusillanimità, ma nel coraggio, nel lavoro intraprendente e nell’abbandono in Dio...».

Taffarel don Francesco

Giovanni Paolo I
un dono di Dio
alla Chiesa e all’umanitàa

Papa Luciani   Il 6 agosto 1978, trent’anni or sono, domenica e solennità della Trasfigurazione del Signore, nella quiete della residenza estiva di Castel Gandolfo, quando al cielo sale la preghiera liturgica di Compieta, si spegneva il Servo di Dio Paolo VI, il Papa che aveva concluso il Concilio Ecumenico Vaticano II, ne aveva avviato a maturazione i frutti di rinnovamento nel Popolo di Dio, aveva posto al centro del suo programma pontificale il mistero della figura di Gesù Cristo e si era fatto intrepido e coraggioso annunziatore della civiltà dell’amore e della pace in un’epoca carica di contrapposizioni e tensioni tra Occidente e Oriente. Unanime nel mondo durante i “Novendiali” era stato il rimpianto per un Papa che aveva dato dimensioni sempre più universali alla missione evangelizzatrice della Chiesa, soprattutto attraverso lo strumento del dialogo con tutti, poiché, ogni essere umano è figlio di Dio. Dopo venti giorni in un conclave di appena 24 ore, al vespro di sabato 26 agosto, il Collegio Cardinalizio, eleggeva a successore di Papa Montini nell’ufficio di Vescovo di Roma, il cardinale Albino Luciani, patriarca di Venezia, il quale, fatto singolare, assumeva il nome di Giovanni Paolo I.
    
Grande fu l’esultanza per questa elezione che si ebbe a registrare tra i presenti in Piazza San Pietro e attraverso le immagini della televisione in tutto il mondo, quando la figura del novello Pontefice, tutto sorridente ed emozionato, era apparso alla loggia centrale della basilica Vaticana per la prima Benedizione a Roma e al mondo.
    
Da questo momento Giovanni Paolo I era un vero dono di Dio alla Chiesa e all’umanità. La sera del 26 agosto e la mattina della domenica 27 agosto, quando il novello Papa pronunciava il suo primo discorso programmatico, a conclave aperto, durante la concelebrazione eucaristica, nella Cappella Sistina, aveva inizio un pontificato che accendeva negli animi dei credenti e negli uomini di buona volontà grandi speranze per la costruzione di un mondo “rigenerato dall’amore cristiano” che scaturisce dalla persona e dal cuore di Gesù Cristo. Basta rileggere quel discorso dove a grandi linee, Papa Luciani, tracciava quello che sarebbe stato il suo programma di Pastore universale del gregge di Cristo.
    
Un punto fermo fra i tanti esposti era quello di proseguire la attuazione delle norme conciliari, e di veder applicati con fermezza e senza arbitrarie deviazioni i frutti di rinnovamento che scaturivano dai documenti che l’assise conciliare aveva elaborato per dar modo allo Spirito Santo di far sentire il suo influsso benefico e salutare nella Chiesa, nelle sue istituzioni, nelle anime, nell’umana società. Ma la nota più caratteristica che colpiva tra i credenti e la gente comune era la schietta e profonda umanità di Papa Luciani che si coglieva in quel sorriso suadente e cordiale che favoriva maggiormente l’avvicinarsi del Successore di Pietro all’intera umanità.
    
Albino Luciani eletto alla cattedra romana di Pietro e assunto il duplice nome di Giovanni Paolo I diveniva così Pontefice, cioè, ponte tra Dio e l’intero suo popolo ovunque sparso nel mondo, ponendosi al servizio di Dio e degli uomini con la sua peculiare caratteristica di Pastore; infatti, con l’elezione era stato costituito quale Vicario a Dio e Pastore agli uomini. Il programma pontificale di Papa Luciani, stando agli imperscrutabili disegni della Provvidenza, non vide che i positivi inizi, perché la repentina scomparsa del Pontefice ne bloccava l’attuazione. A 30 anni dall’elezione e dalla morte di Giovanni Paolo I viene da mettere in tutta la sua evidenza come con questo Papa era sorto un nuovo stile di fare il Sommo Pontefice; lo stile che privilegia e accentua la pastoralità, il contatto diretto ed immediato tra Pastore e gregge. I buoni auspici di un tale stile si erano già veduti con Giovanni XXIII e Paolo VI, i quali, avevano impresso al loro ministero petrino una marcata impronta pastorale, per cui se a Giovanni Paolo I fosse stato concesso più tempo, avremmo veduto quei frutti di un contatto pastorale diretto, che poi si è verificato meglio nei 27 anni di pontificato di Giovanni Paolo II.
    
Trentatrè giorni furono sufficienti per attuare questo stile di servizio e di questo certamente ne fu consapevole lo stesso Giovanni Paolo I, quando il Divino Maestro nella notte del 28 settembre 1978 gli disse di passare con Lui “all’altra riva”. Sorriso, pastoralità e amore sono le caratteristiche che hanno segnato il breve ma intenso e fecondo pontificato di Papa Luciani, e 33 giorni, sono stati sufficienti perché l’umanità intera guardasse, attraverso questo Pontefice, con rinnovata fiducia, alla Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. È importante e doveroso ricordare come trent’anni fa, grazie a Giovanni Paolo I, seppure, per 33 giorni, l’umanità si poté sentire tanto amata e al centro del cuore della figura di un Vicario di Cristo, così singolare e che nel suo animo cercava costante e diretto il contatto con i fratelli e i figli che gli erano stati affidati. Ecco perché la memoria di Giovanni Paolo I resta viva e in perenne benedizione, finché un giorno, con l’aureola dei Santi sarà d’intercessione e modello per chiunque voglia raggiungere la vetta stupenda e meravigliosa della santità, che rende simili a Dio, il tre volte Santo.

Antonio Bartoloni


Martedì 26 agosto 2008

I 17 Vescovi del Triveneto entrano in chiesa.    Nel pomeriggio del 26 agosto scorso, a Canale d’Agordo, il patriarca di Venezia ha presieduto l’eucarestia nel trentesimo anniversario della elezione al pontificato di Giovanni Paolo I. Erano presenti anche quasi tutti i Vescovi del Triveneto, nonché il vescovo emerito monsignor Maffeo Ducoli, vescovo di Belluno quando Luciani fu eletto Papa.
     Moltissimi anche i sacerdoti concelebranti. Una folla strabocchevole ha partecipato alla celebrazione, riempiendo anche la piazza antistante la chiesa: paesani, turisti e devoti di “don Albino” si sono trovati tutti insieme per commemorare un evento storico per la Chiesa diocesana e per il piccolo borgo agordino. Il patriarca Angelo Scola durante l’omelia si è soffermato sulla figura di Giovanni Paolo I che ha definito “obbediente nella libertà”.
    E, andando con la riflessione oltre il ricordo del momento della elezione, ha affermato: “La morte di Giovanni Paolo I, da evento che ha lasciato sbigottiti, dispiaciuti o eccessivamente curiosi, è il coronamento di una esistenza vissuta, da sacerdote, da Vescovo e da Papa, sotto la cifra delle virtù dell’umiltà e dell’obbedienza.
    Il nostro Vescovo, all’inizio della celebrazione, ha sottolineato come il ritratto pastorale di Papa Luciani sia stato sempre la cura dell’unità e la grande attenzione alla famiglia e al mondo del lavoro. Nel suo saluto finale infine, il sindaco di Canale d’Agordo ha letto una lettera inviatagli dal Papa in cui Benedetto XVI definisce Luciani ‘pastore mite e zelante’”.


Domenica 28 settembre

I 150 pellegrini bellunesi passano davanti la tomba di Giovanni Paolo I, presso la quale deporranno un mazzo di rose bianche.IL PAPA ALL’ANGELUS
“Facciamo tesoro del suo insegnamento”
Papa Giovanni Paolo I, di cui proprio oggi ricorre il trentesimo anniversario della morte, scelse come motto episcopale lo stesso di San Carlo Borromeo: Humilitas. Una sola parola che sintetizza l’essenziale della vita cristiana e indica l’indispensabile virtù di chi, nella Chiesa, è chiamato al servizio dell’autorità. In una delle quattro Udienze generali tenute durante il suo brevissimo pontificato disse tra l’altro, con quel tono familiare che lo contraddistingueva: “Mi limito a raccontare una virtù, tanto cara al Signore: ha detto: imparate da me che sono mite e umile di cuore... Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili”. E osservò: “invece la tendenza, in noi tutti, è piuttosto al contrario: mettersi in mostra” (Insegnamenti di Giovanni Paolo I, p. 51-52). L’umiltà può essere considerata il suo testamento spirituale.Grazie proprio a questa sua virtù, bastarono 33 giorni perché Papa Luciani entrasse nel cuore della gente. Nei discorsi usava esempi tratti da fatti di vita concreta, dai suoi ricordi di famiglia e dalla saggezza popolare. La sua semplicità era veicolo di un insegnamento solido e ricco, che grazie al dono di una memoria eccezionale e di una vasta cultura, egli impreziosiva con numerose citazioni di scrittori ecclesiastici e profani. È stato così un impareggiabile catechista, sulle orme di San Pio X, suo conterraneo e predecessore prima sulla cattedra di San Marco e poi su quella di San Pietro. “Dobbiamo sentirci piccoli davanti a Dio”, disse in quella medesima udienza. E aggiunse: “Non mi vergogno di sentirmi come un bambino davanti alla mamma: si crede alla mamma, io credo al Signore, a quello che Egli mi ha rivelato” (ivi, p 49). Queste parole mostrano tutto lo spessore della sua fede. Mentre ringraziamo Dio per averlo donato alla Chiesa e al mondo, facciamo tesoro del suo esempio, impegnandoci a coltivare la sua stessa umiltà, che lo rese capace di parlare a tutti, specialmente ai piccoli e ai cosiddetti lontani. Invochiamo per questo Maria Santissima, umile Serva del Signore.

Benedetto XVI

MONS. ANDRICH NELLA BASILICA DI S. PIETRO
“Il suo parlare umile e chiaro”
Albino Luciani, che 50 anni fa, il 27 dicembre 1958, ricevette proprio qui, su questo altare l’ordinazione episcopale dal papa Giovanni XXIII, si era posto come programma sullo stemma episcopale: Humilitas. Fu fedele fino alla morte, 30 anni fa. Il suo parlare era umile e chiaro, la sua conversazione poneva gli umili a loro agio e con lui si aprivano, le sue decisioni erano ferme, ma soffuse di umiltà e dolcezza. Nell’umiltà aveva un grande animo. Infatti, sul geniale volume “Illustrissimi”, anche letterariamente pregevole, nella lettera al re David, così scrive: «L’umiltà va di pari passo con la magnanimità».

IL PATRIARCA DI VENEZIA
“Un impareggiabile catechista”
Il patriarca di Venezia, card. Angelo Scola, celebrando la Messa alle 10.30 nella Basilica di San Marco gremita all’inverosimile (fu necessario mettere un maxischermo in piazza per i molti fedeli che non trovarono spazio all’interno) ricordò la morte di Giovanni Paolo I “... come la conclusione di un viaggio bellissimo, della corsa di un uomo dal cuore di fanciullo che trova la sua pacificazione fra le braccia del padre”. Di seguito presiedendo la cerimonia del mandato ai catechisti, osservò che Luciani da Patriarca, prima del celebre Angelus “parlò con linguaggio nuziale di Dio come madre”. Ebbe infatti una coscienza acuta del rapporto paternità- maternità-figliolanza come condizione imprescindibile per l’educazione. Tutto il suo ministero, da Belluno fino al soglio di Pietro ne è documento mirabile... La sua sapienza dottrinalmente rocciosa e non priva di severità fu sempre offerta con l’umile consapevolezza di doverla invocare dall’alto. Profondamente segnato dalle sue origini, seppe comunicare con il popolo di Dio come impareggiabile catechista con appassionata dedizione per i più semplici”.

MONS. MAGEE A CANALE D’AGORDO
“Un pontificato completo”
L’indomani del Conclave un monsignore di Curia fece sapere al nuovo Papa che il nome di Giovanni Paolo I non era corretto: “Si dice primo solo quando viene il secondo”. Il Pontefice novello rispose: “Io sono Giovanni Paolo I, il secondo verrà presto”. Lo raccontò mons. Magee, già segretario di papa Luciani e ora vescovo in Inghilterra, celebrando la Messa a Canale d’Agordo il 28 settembre. “Il suo pontificato - aggiunse - non fu interrotto come alcuni dissero, ma fu completo perché Luciani completò la missione che gli era stata affidata, quella di fare da ponte fra Paolo VI e Giovanni Paolo II”. Il prelato intrattenne poi per due ore un pubblico numeroso raccontando episodi inediti della sua consuetudine con il Papa bellunese.



Luciani e San Paolo

ANDREA MELDOLLA detto “Schiavone” (Zara 1518 – Venezia 1563) - San Paolo - Chiesa di S. Pietro in Belluno.   La vena paolina in Luciani non si esaurisce facilmente, anzi diventa una polla d’acqua che quieta la sete di chi cerca Dio e vuole conoscere il suo disegno di salvezza. Così leggendo le lettere immaginarie di Luciani, scritte a “Illustrissimi” (che ha avuto una vasta fortuna editoriale) troviamo abbondanti citazioni dell’apostolo Paolo, che danno solidità ai vari temi trattati. A Maria Teresa d’Austria, Luciani scrive della bellezza e della moda femminile dicendo: «La bellezza della donna risalta senza bisogno di tante pazzie... Tutti vogliono la donna elegante e bella, ma in un quadro di modestia che la rende ancor più bella e moralmente fresca. Come dice S. Paolo: Le donne siano vestite con decoro, adorne di modestia e di verecondia ». Luciani scrive a Trilussa sulla fede e dice: «La fede è davvero una buona guida... ma non è una passeggiata patetica; è un viaggio a volte difficile, talora drammatico e sempre misterioso. Perché?...
    Perché è una grazia di Dio, un intervento di Dio. Paolo di Tarso l’ha provato sulla strada di Damasco e lo descrive così: “Quel giorno, Signore, mi hai ghermito: con la tua grazia sono quello che sono”.
    C’è una lettera indirizzata anche a Re David, dove Luciani si compiace del suo salmo 130 imbevuto di umiltà: «Signore, non è superbo il mio cuore, non vado in cerca di cose troppo alte per me». E continua Luciani: «Penso a S. Paolo umile quando scrive: Sono il minimo fra tutti gli apostoli... Magnanimo e lanciato ad ogni rischio, quando afferma: Tutto posso in Colui che mi dà forza. Umile ma fiero se scrive: Sono sicuro che né la morte, né la vita, né il presente, né l’avvenire, né qualsiasi altra creatura mi potranno separare dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù». Luciani scrive al poeta Cristoforo Marlowe, dopo aver letto il suo romanzo: “La storia tragica del dottor Faust”, che aveva fatto un contratto col diavolo. «Davvero una storia tragica e fosca (commenta Luciani) e fortuna che il contratto non è mai esistito ».
    Ma il demonio sì esiste! Come scrive S. Paolo e ne parla spesso della sua potenza. Paolo stesso si sente schiaffeggiato da un “angelo di Satana”, con vari attacchi. Non si spaventa però, perché la potenza delle tenebre non lo separerà da Cristo. C’è poi una lettera scritta a S. Luca evangelista, che Luciani definisce: “uomo tutto dolcezza e conciliazione”. Gli piace S. Luca anche perché è l’unico evangelista che narra la nascita di Gesù: “Avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia”. Commenta Luciani: «Cristo ha preso quel posto umilissimo. Noi che posto prendiamo? Il progresso ci ha dato alla testa: siamo molto consci di aver messo in piedi la civiltà di tutti i consumi e di tutte le comodità. Ma finirà questa cuccagna... E citando S. Paolo dice: “La nostra vera patria è nei cieli. Chi non crede al Paradiso è sfortunato, è senza speranza e non ha ancora trovato il senso profondo della propria esistenza”.
    C’è una lettera anche a Francesco Petrarca, dove Luciani scrive: «Morto da tanto tempo, vi rivelate più vivo che mai». E gli fa una delicata domanda: «Perché Voi, illustre Petrarca, andavate a confessarvi spesso. Nel vostro Medioevo si usava molta confessione e poca comunione. Oggi succede l’inverso: anche anime pie si rivelano un po’ allergiche alla confessione, mentre S. Paolo raccomandava: «Vi supplico, lasciatevi riconciliare a Dio». Luciani scrive anche a S. Teresa d’Avila, «la prima donna che con S. Caterina è stata proclamata dottore della Chiesa».
    A lei scrive sui carismi e sul rapporto tra carismi e gerarchia. Scrive: «Cara S. Teresa, se veniste oggi! Il nome “carisma” si spreca; si distribuiscono patenti di “profeta” a tutto spiano, anche ai ragazzi che affrontano la polizia sulle piazze...
    Nella Chiesa di Corinto c’era una grande fioritura di carismi, ma S. Paolo se ne preoccupò alquanto per qualche abuso riscontrato». Aggrappato al pensiero e alla dottrina dell’apostolo Paolo, Luciani si sente sicuro di procedere sulla via di Cristo, che è la Verità che ci fa liberi.

Cesare Vazza

 

Gli anni veneziani
di Giovanni Paolo I

Nel trentennale dell’elezione a papa di Albino Luciani “Gente Veneta”
ripropone l’intervista rilasciata cinque anni fa da mons. Mario
Senigaglia, recentemente scomparso, che fu il suo segretario a Venezia

Papa Luciani    Di lui ha tenuto pochi documenti – «Ho sempre combattuto il culto della personalità: sono un suo cattivo testimone...» – ma un mare di ricordi. Così mons. Mario Senigaglia, che fu segretario del patriarca Luciani a Venezia, raccontava a GV nel numero 29 del 2003. In occasione del trentennale dell’elezione al soglio pontificio di Albino Luciani riportiamo alcuni stralci dell’intervista. «L’attesa del nuovo patriarca aveva maturato, sul settimanale diocesano “La Voce di S. Marco”, un dibattito sulle caratteristiche che doveva avere il nuovo Patriarca di Venezia. Erano gli anni del dopo Concilio: si riteneva che la comunità non solo poteva, ma doveva essere parte viva nella scelta del proprio vescovo. Da quel dibattito è emersa l’esigenza di un ingresso “povero”: infatti non ci fu né corteo acqueo, né apparato di festa. Tutti, inizialmente, hanno avuto l’impressione che Luciani poteva essere il vescovo che desideravano. Veneto, proveniva da una famiglia semplice, era un uomo di cultura ed era aperto al dialogo».

«Demitizzata la figura del vescovo».
E, a Venezia, ricordava mons. Senigaglia, aveva «“demitizzato” la figura del vescovo, del patriarca, del cardinale. Anche nel modo di vestire: portava lo zucchetto e la croce in tasca, se li metteva come segno quando arrivava ad una celebrazione, più come segno di rispetto agli altri che per apparire. Si muoveva molto più a piedi, o in vaporetto, piuttosto che in motoscafo, se non quando c’erano particolari necessità. I cardinali allora avevano diritto a posti riservati in treno, un intero scompartimento; ma lui preferiva andare in auto o in aereo, prendendo poi il suo taxi. Ha continuato a vivere a Venezia lo stile che aveva imparato, da giovane prete e poi vicario generale, dal suo vescovo di Belluno»

Il rapporto con la gente.
«A Vittorio Veneto viveva in modo semplice i rapporti umani: andava lui ad aprire la porta quando suonavano, riceveva i preti senza appuntamento e così mi ha detto di fare a Venezia: “Guarda che per i preti il Patriarca è presente giorno e notte”. C’erano preti in difficoltà che venivano, si fermavano a pranzo o a cena con lui, rimanevano suoi ospiti anche a dormire. Questo stile lo ha trasferito anche nella vita pastorale e nella semplicità della liturgia a San Marco. Inizialmente, anzi, a qualcuno faceva specie che il Patriarca parlasse a braccio e facesse esempi semplici. A chi gliel’aveva fatto notare, ha risposto: “Quello che è stato utile a Belluno e a Vittorio Veneto lo utilizzo anche a Venezia”. Aveva facilità nei rapporti: era facile all’aneddoto, a instaurare un dialogo. Le prime volte, ricordo, vivevo con disagio i viaggi in vaporetto. Lui, infatti, cominciava a parlare con chiunque. Pensavo: va a rompere l’anima alla gente, noi veneziani preferiamo stare tranquilli... Invece interpellava i bambini, le mamme. Poi alla fine ero io che dicevo: “È il Patriarca”, e queste persone si stupivano ed erano felici. Tanto più agiva così durante le visite pastorali, o quando visitava le famiglie, i malati, gli anziani ».

La giornata di Albino Luciani.
«Si alzava molto presto, verso le 5. Quando la suora metteva su il caffè lo avvisava bussandogli alla porta. Era un’abitudine presa a Vittorio Veneto... Poi pregava. Si metteva su un divanetto di fronte alla cappella, che usava anche per studiare. Teneva le porte della cappellina aperte e stava di fronte al Santissimo. Aveva, oltre a una carica umana notevole, una grossa spiritualità. Celebrava la Messa alle 7, generalmente concelebravamo, alla presenza delle suore. Dalle 8 si chiudeva in studio: guardava la stampa e lavorava. Le udienze generalmente non cominciavano prima delle 9. Ed era a disagio, perché i tempi a Venezia si erano spostati tutti più avanti: pranzavamo alle 14, e non alle 12, come faceva a Vittorio Veneto. Dopo un piccolo pisolino si metteva sul solito divano a pregare e studiare. Di pomeriggio, se non c’erano udienze, restava in studio fino all’ora di cena. Sulle 20.30 si ritirava in stanza, uscendo magari per il Rosario o per dire compieta in cappellina. Poteva andare a letto presto come tardi. E se di notte si svegliava leggeva, leggeva molto».

La passione per la natura.
«Aveva una passione molto grande per la natura. Raccontava sempre della sua vita in montagna, delle sue vacanze, delle sue passeggiate, della raccolta della legna e dei funghi. In vacanza andavamo a Pietralba, in provincia di Bolzano, in un santuario dei Servi di Maria. Facevamo le nostre passeggiate, la scalatina al Corno Bianco, le partite a bocce... Ci andava fin da bambino, partendo da Canale d’Agordo, dormendo nei fienili. Conosceva tutti i nomi delle piante e delle montagne. Era stato preso, poi, da un fascino simile per Venezia. Diceva: da noi ai pali legano le mucche, qui le gondole... Quando aveva ospiti li portava a visitare le isole».

L’eredità lasciata al Patriarcato.
«Quello vissuto da lui a Venezia – concludeva mons. Senigaglia – è stato un momento di passaggio nella Chiesa. Il dopo-Concilio era stato burrascoso, a livello politico e sociale si veniva dal ’68... Con gli anni ’80 è entrata nella Chiesa una ventata di maggior serenità nei rapporti, che dura tutt’ora. La sua eredità più bella è stata quella di aver preparato il terreno al clima d’oggi. È stato duro il prezzo pagato: la sofferenza di allora ha portato alla serenità di oggi, in tutta la Chiesa. Anche la nostra Chiesa doveva soffrire per le lacerazioni, le fuoriuscite, le diaspore; per poi, purificata, vivere un tempo di maggior serenità. Dovremmo essere grati a quella Chiesa che ci ha dato questa Chiesa».

Paolo Fusco
da “Gente Veneta”, 30.8.2008


Grazie, papa Luciani
di Stefania Falasca
Un caso di guarigione per l’intercessione di Albino Luciani sottoposto
alla verifica della Congregazione delle Cause dei santi.

  

Giuseppe Denora   Giusto il tempo per un caffè al bar e poi in pescheria per la spesa. Come ogni giorno, adesso che è in pensione. A casa ci arriviamo passando sopra millenni di storia. Strette stradine di pietra bianca che parlano ancora di greci e di mori, del nobile passato d’Altamura fatto d’indipendenza e di fiere battaglie. Ma quella di Giuseppe è un’altra storia, della più ordinaria quotidianità. La casa, la famiglia, i nipoti, la strada del suo tranquillo andare e della quale parla con riserbo, quasi montanaro. Giuseppe Denora, sessantenne altamurano, ex commesso di banca, è il beneficiario dell’intercessione di papa Luciani. Sedici anni fa guarì da un tumore maligno allo stomaco. Una guarigione repentina, completa e duratura, tanto che per il suo caso è stata aperta l’inchiesta per l’accertamento del fatto prodigioso che ora dovrà essere studiato dalla Congregazione delle Cause dei santi. Di quel fatto accaduto nel 1992 è la prima volta che parla, solo adesso che il processo avviato dal Tribunale ecclesiastico diocesano di Altamura sta per chiudere ufficialmente i battenti. “Siamo una famiglia come tante“, taglia corto mentre apre il portone di casa. “Del papa Luciani ho un ritaglio di giornale con la sua fotografia. Anzi due. Uno è giù in garage...
    
Se ci tiene, glielo mostro“. Ed è così che inizia il suo racconto. Senza fronzoli, dal garage di casa. “Ecco vede, è là. C’è anche la data: 1978, 3 settembre 1978. In quei giorni mi trovavo con mia moglie alle terme di Chianciano. La domenica del 3 settembre decidemmo di fare una visita a Roma, così capitammo in piazza San Pietro all’ora dell’Angelus del nuovo Papa. Papa Luciani si affacciò e lo guardammo parlare. Dissi a mia moglie: “Questo qui si vede proprio che è una bella persona”. Mi rimase impresso. Un uomo leale. Di ritorno presi una copia del quotidiano “Avvenire” con la sua fotografia e me la portai a casa. Ci feci anche la cornice... Quella lì“. E poi? “Beh, morì presto...“. Lei, invece, cosa fece negli anni? “Il lavoro, i conti da far quadrare, i tre figli da crescere... sono sposato da trentasette anni e in banca ho lavorato fino al duemila... insomma, le cose e i sacrifici di ogni giorno“. E l’altra foto? “ No.
    
Quella è di sopra. Venga su. Ecco, vede, è con la mozzetta rossa e la stola, una delle prime foto da Papa... non è tra quelle più note e neanche tra quelle più belle. Anche questa qui viene da un ritaglio di giornale. Un pezzetto di giornale piccolo come un biglietto da visita che mi ritrovai non so come sulla scrivania dell’ufficio nel 1990. Chi ce l’avesse messo, come fosse capitato lì non lo so. A quel tempo non si sentiva più parlare di questo Papa. Io me lo presi, ne feci fare un ingrandimento e me lo misi in camera da letto, lì, tra la finestra e l’armadio, che guarda verso il letto dalla mia parte. E lì è rimasto... Non perché abbia qualche mania per le cose religiose”. Lo ha fatto per un gesto di devozione? “L’ho fatto e basta. S’era fatto trovare in modo discreto, come una persona vicina, leale. E anche dopo, quando sono caduto in malattia, a lui, che mi stava lì davanti, guardavo.
    
Ma io devo essere sincero, non l’ho pregato come si fa coi grandi santi, non mi sono rivolto a lui come a un grande santo... No, io ci parlavo da uomo a uomo“. Quando ha cominciato a stare male? “All’inizio del 1992. Andai dal medico qui ad Altamura. Mi fece fare una gastroscopia. Mi disse: “Qui purtroppo le cose si mettono male, molto male, vada da quest’oncologo all’ospedale di Bari”. L’oncologo mi fece fare un’altra gastroscopia. Stesso referto: “Linfoma gastrico non Hodgkin”. Me ne tornai a casa e iniziai la chemioterapia“. Non la operarono? “No“. A quel tempo lei aveva quarantaquattro anni... “Sì, quarantaquattro appena compiuti e mia figlia più piccola ne aveva solo quattro. In due mesi m’ero ridotto a un’ombra. Non mangiavo più, non riuscivo quasi più ad alzarmi dal letto. Stavo steso lì, e davanti a me la foto di quest’uomo. Lo guardavo, lo mettevo a parte delle preoccupazioni e ci parlavo in silenzio, a quel modo che ho detto: “Guardami come sto combinato, a lavorare non posso più... che devo fare? E Cecilia è piccola ancora... i figli hanno bisogno”. “Io sto qui, tu però stai lassù”, gli dicevo altre volte, “tu li conosci bene a quelli lassù, quelli che stanno più in alto di te. Chiedi tu a chi sta più in alto di te che devo fare, se mi aiutano. Se mi possono aiutare. Diglielo tu”.
    
La notte del 27 marzo mi sentivo proprio morire dai dolori. Nello stomaco un falò, tanto mi sentivo bruciare. E mi bruciava dentro anche il dolore di dover lasciare la famiglia. Lo guardai e gli dissi ancora: “Se devo morire adesso chi ci pensa al pane per questi figli...”. La stanza, quella notte, era rischiarata come sempre dai lampioni della strada... me lo vidi ai piedi del letto: un’ombra scura che si avvicinò e mi passò accanto rapida con una mano tesa; una mano, un attimo, e in quell’attimo esatto fu come se quel fuoco che avevo dentro fosse spento dall’acqua. Mi addormentai e al mattino mi risvegliai riposato, rinato. Al risveglio sentii mia moglie che mi chiamava scuotendomi un poco: “Peppe, Peppe hai la febbre?”.
    
Io mi alzai e andai a fare colazione, il giorno seguente tornai al lavoro. Niente, da quel momento più niente, mi sentii subito come mi trovo adesso: in pieno benessere. Ecco come è stato“. E rifece subito gli esami clinici? “Sì, visti i referti, i medici scrissero: “Remissione completa”. Lei non disse niente del fatto? “No. Per quale motivo dovevo andare in giro a dirlo? Vedevano che mi ero ripreso, basta”. Neanche ai suoi familiari? “A mia moglie sì, certo, lei sapeva.
    
Nel mese di giugno, tre mesi più tardi, andai con lei a Roma. Scesi sotto la Basilica di San Pietro e vicino alla tomba del papa Luciani ci misi un bigliettino: “Sono Giuseppe, sono venuto per ringraziare”. E da allora ogni anno così ho fatto. Nel 2003 era il venticinquesimo della sua elezione e una lettera di ringraziamento la mandai anche alla chiesa del suo paese natale. Ma da quella lettera lì poi partì tutto questo iter che mai avrei pensato“. A Canale d’Agordo ci è andato? “Ci sono andato per la prima volta due anni fa, nel 2006. Mi fermai una settimana. E per la prima volta lassù mi è passata tra le mani la vita di quest’uomo che è diventato Papa e anche la dignità di questa famiglia nelle prove sofferte per andare avanti... Ho visto la casa dove è nato, ho conosciuto una nipote, il fratello Berto”. E il fratello del Papa che cosa le disse? “Mi disse: “Sono contento che stai bene”. “Senta, io non lo so, non lo so come gliel’ho strappato questo favore. Meriti, certo no.
    
Forse il modo in cui gliel’ho chiesto... non lo so. E anche adesso mi chiedo: perché, perché è venuto fino quaggiù, proprio da me...”. Al ritorno verso casa, prima di andare via, entra in una panetteria e riesce con un pacco di tarallucci. “Assaggi quanto sono buoni, sono al vino bianco... se li porti a Roma. Una cosa però le voglio ancora dire: non scriva cose che non ho detto. La gente si sa com’è, si mette in testa chissà che cosa, anche riguardo a noi... gli straordinari invece io li ho fatti, sì, ma solo al lavoro”.

La Chiesa...
questa sconosciuta? (4)


   
Nella prima lettera a Timoteo, l’Apostolo Paolo scrive: «voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» (1Tim 3,15). La Chiesa – cioè la comunione dei credenti, organizzata e animata da tutti i carismi e ministeri di cui il Signore l’ha voluta arricchire – è la “casa” di Dio, potremmo dire l’indirizzo a cui ciascuno di noi deve rivolgersi se desidera provarlo. Certamente in lui ci si può imbattere ad ogni angolo delle strade del mondo, si può incontrarlo fortuitamente anche allo stadio, o al supermercato; ma se lo voglio cercare, devo bussare alla porta della sua casa. Una casa che non sempre è in ordine come si desidererebbe: così succede che anche in casa sua non lo si veda subito; allora ci vuole pazienza e aspettare che compaia.
    È casa sua! Quindi non può tardare troppo a farsi vivo. Se accade poi di trovarlo fuori della casa – ed è una fortuna che ciò possa avvenire, così c’è speranza anche per chi non ne conosce il recapito – presto o tardi lui ci riporta a casa. Chi invece esce di casa nell’illusione di affrettare l’incontro, rischia di non vederlo più: non abbiamo appuntamenti altrove. San Paolo poi, nel versetto citato, ricorda a tutti che esiste anche un problema di comportamento in questa casa, cioè nella chiesa. C’è chi sta seduto sull’orlo della sedia con le mani sulle ginocchia, sempre timoroso di sbagliare, e c’è chi si mette in piedi sulla tavola. C’è chi si sente un estraneo e non vuole spostare nulla nella casa; e c’è invece chi si comporta da proprietario e dispone o sposta a suo piacimento mobili e suppellettili.
    Ora, nella chiesa, in questa casa di Dio, nessuno è forestiero e nessuno è padrone. Ciascuno è figlio nella casa del Padre: è giusto cercare di renderla più bella, più accogliente, più adatta alla vita di oggi. Ma è bene che ciascuno ricordi anche di non essere il primogenito, che è solamente Cristo. Lui ha edificato la sua Chiesa e non consente a nessuno di cominciare tutto da capo. E bisogna non dimenticare anche che, in questa casa, ci sono molti altri fratelli: con essi io devo vivere e, tutti insieme, dobbiamo porre attenzione al pensiero che su questa casa ha avuto ed ha il suo fondatore, il Cristo, e ad esso conformarci: questa è la norma fondamentale di condotta nella Chiesa. Una Chiesa, ci dice ancora l’apostolo, che è “del Dio vivente”. Dunque, non la casa degli idoli, morti e senza voce, senza cuore, senza comprensione; non c’è posto nella Chiesa per le piccole divinità delle quali spesso anche noi avvertiamo una ricorrente nostalgia, quasi temendo di essere lasciati soli davanti al Dio vivo. Siamo chiamati a vincere coraggiosamente queste tentazioni perché il Dio vivo è in mezzo a noi, senza mortificare la nostra esistenza di uomini, senza attentare alle nostre gioie terrene, senza scompaginare il libro della nostra vita.
    Nella Chiesa Egli è presente; potremmo dire che la Chiesa è “Dio con gli uomini”. E siamo certi che la nostra umanità non viene avvilita dal Dio vivo. Così la casa di Dio che è la Chiesa diviene “colonna e sostegno della verità”. Ovviamente l’Apostolo non parla di nozioni insegnateci dalle scienze umane che, conosciute o non conosciute, non cambiano il senso e il valore della nostra esistenza. Si tratta invece della Verità di cui l’uomo si alimenta se non vuole spiritualmente morire; la Verità che, se accolta, dà significato a tutto e invece, se ignorata, fa dell’universo e della sua storia qualcosa di assurdo e incomprensibile; in una parola: la Verità che è Dio stesso.
    Ebbene: c’è tra questa Verità e la Chiesa un rapporto essenziale, quasi una immanenza reciproca. È infatti nella Chiesa, comunità di fede radunata dallo Spirito Santo, che trova dimora il Dio di Gesù Cristo, la Verità che ci fa liberi. Pensiamoci e troviamo da queste brevi riflessioni un motivo in più per amare la Chiesa.

Don Giorgio
4 - continua

 

La lettera del Papa
per il XXX anniversario
della elezione e della morte
di Giovanni Paolo I

Benedetto XVI   All’Illustrissimo Signore RINALDO DE ROCCO
sindaco di Canale d’Agordo

In occasione del trentesimo anniversario dell’elezione alla Cattedra di Pietro e della prematura dipartita del servo di Dio Giovanni Paolo I, illustre figlio di codesta Terra, Ella ha espresso il desiderio di una mia visita a Canale d’Agordo, durante il soggiorno estivo a Bressanone.
    
Nel far giungere a Lei ed ai Concittadini espressioni di viva gratitudine per il cortese invito, che ho molto gradito, ma che purtroppo non mi è possibile accogliere, desidero per tale particolare circostanza essere spiritualmente vicino alla Comunità, dalla quale Albino Luciani trasse la linfa della sua fede schietta e delle sue luminose virtù cristiane. Chiamato alla casa del Padre a 67 anni di età e dopo appena trentatré giorni di Pontificato, egli ha lasciato nel cuore di quanti lo conobbero e nella vita della Chiesa una profonda traccia di amore a Cristo e agli uomini, che tuttora suscita ammirazione e nostalgia, scaturita dalla sua intensa fede e da un carattere mite e cordiale. Alla sua formazione contribuirono in modo determinante la famiglia d’origine, particolarmente i genitori, Giovanni e Bortola Tancòn, il parroco, don Filippo Carli, e la buona gente del paese dove nacque e visse nei suoi primi anni, caratterizzati da cagionevolezza di salute e dalle ristrettezze provocate dal primo Conflitto mondiale. Fin da piccolo si appassionò allo studio e, dopo le scuole elementari, manifestò il desiderio di diventare sacerdote.
    
Presentato dal parroco al Seminario minore di Feltre, vi frequentò le medie e il ginnasio, distinguendosi per spiccate doti di intelligenza, una memoria non comune e l’amore per i libri. Con pari diligenza e ottimi risultati frequentò poi i corsi di teologia. Dal germe si intravedeva già l’albero maturo: diventato prete, don Albino Luciani fu apprezzato insegnante, catechista affascinante ed anche brillante giornalista. Ma in ogni suo compito fu soprattutto prete esemplare: visse ogni incarico con autentico cuore sacerdotale, ottenendo la stima dei Superiori, che gli affidarono crescenti responsabilità pastorali e di governo. Il 15 dicembre 1958, il Beato Giovanni XXIII lo promosse Vescovo di Vittorio Veneto e volle consacrarlo il 27 del medesimo mese nella Basilica di San Pietro.
    
Il giovane Vescovo partecipò assiduamente al Concilio Vaticano II, impegnandosi a farne conoscere lo spirito e i documenti e operando poi con grande equilibro nell’iniziale e delicata fase di attuazione. Il Servo di Dio Paolo VI, apprezzandone le non comuni qualità di saggezza e di zelo, nel dicembre 1969, lo nominò Patriarca di Venezia e, nel Concistoro del 5 marzo 1973, lo elevò alla sacra Porpora. Anche da Cardinale egli rimase sempre fedele alle proprie radici e allo stile evangelico appreso dalla gente di codesta Valle, dando esempio a tutti di amabilità e di franchezza, di passione per l’annunzio della Parola di Dio e di sollecitudine per i piccoli e i poveri. Queste doti egli portò sul Soglio pontificio, mostrandole al mondo intero durante un pontificato breve, ma sufficiente per lasciare un segno profondo tra i contemporanei.
    
Nel ricordarne, a trent’anni di distanza, l’elezione alla Cattedra di Pietro, avvenuta dopo appena una giornata di Conclave, rendo fervide grazie a Dio per aver donato alla Chiesa un Pastore così mite e zelante. In spirituale comunione con la Comunità di Canale d’Agordo, alla quale questo mio Venerato Predecessore fu legato da un amore mai sopito, volentieri elevo fervide preghiere di suffragio per la sua anima eletta. Al tempo stesso invoco con affetto dal Signore copiosi doni di grazia sui suoi Concittadini, perché continuino a far tesoro degli esempi del loro illustre conterraneo, conservando e rinnovando il proprio ricco patrimonio di fede e di tradizioni umane e cristiane. Con questi sentimenti imparto di cuore a Lei e a tutti gli abitanti di Canale d’Agordo una speciale Benedizione Apostolica, propiziatrice di copiosi favori celesti.

Castel Gandolfo,
23 luglio 2008