HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXIV - luglio 2007- n. 3

Vivere e sopravvivere

#2 Attesa gioiosa

#3 Le grandi vocazionii

#4 L'unità che precede il mangiare

#5 Genitori cristiani catechisti

#6 I quattro inquilini di casa bestemmia

#7 Un uomo libero

#8In festa per il vescovo maffeo

#9 “Tempestas magna est super me”

#10 Solo una parentesi

#11Verso la Beatificazione

Una riflessione sul matrimonio cristiano

Incontri culturali

I missionari servi di Giovanni Paolo I

 

IN DIO VIVIAMO, CI MUOVIAMO E SIAMO
Vivere e sopravvivere

di Albino Luciani

 
Foto di gruppo di sacerdoti e seminaristi negli anni venti. Albino Luciani è il secondo da sinistra in basso.   Un pensiero di Lacordaire: “Vivere non è che il primo atto della vita; secondo atto è sopravvivere”. Del vivere parla la seconda lettura (Gv 4,43-54). Il funzionario del re chiede a Gesù: “Scendi e guarisci mio figlio, poiché sta per morire”. Esplode qui la fame, la sete di vita e la paura della morte, che è in tutti noi. “Va, tuo figlio vive”, risponde Gesù. Queste parole manifestano il potere, che Dio solo ha sulla vita umana, concetto che domina tutta la Bibbia. Dice Marta a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello Lazzaro non sarebbe morto”. Dice Gesù: “Tuo fratello risorgerà”. Risponde Marta: “So che risorgerà nell’ultimo giorno”.
E Gesù: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11,21-23). Ezechia, re di Giuda, si ammala gravemente e si sente predire la morte. Allora volta la faccia verso la parete, prega e fa un grande pianto. Per mezzo del profeta, Dio gli dice: Ho udito la tua preghiera e visto le tue lacrime; ti guarirò e aggiungerò alla tua vita quindici anni (Cf. 2Re 20,1-11; 2Cr 32,34; Is 38,1-18). Parlando in Atene davanti all’alta “cultura” greca, S. Paolo afferma: Dio è vicino a ciascuno di noi: “in lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). Viviamo, dunque, sia Dio che noi; ma Dio vive senza bisogno di noi, noi in grazia di lui; Dio è la vita, noi abbiamo un po’ di vita; Dio dona la vita e comanda sulla vita, noi riceviamo da Dio la vita nelle condizioni volute o permesse da lui. La madre dei sette Maccabei così parla ai figli prima del loro martirio: “Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi” (2 Mac 7,22). Con il salmo 138 (vv. 13-16) noi preghiamo così: “Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo. Non ti erano nascoste le mie opere, quando venivo formato nel segreto”. Sono parole, che obbligano a sentirci piccoli di fronte a Dio e a venerare la vita umana in qualunque stadio questa si trovi: anche nel vecchio e nel malato; anche nell’embrione.
    Questi, fin dal primo istante della concezione, è in viaggio verso un de- stino, che noi cristiani riteniamo meraviglioso anche nei casi più dolorosi o avversi. Il destino nostro, infatti, è di felicità senza fine: i dolori e le avversità sono temporanei; in qualche misura, non li possono evitare neppure i più fortunati di questo mondo. Qualcuno qui obietterà: “Tesi cristiana e integrista”. Ma la hanno sostenuta, e la sostengono, uomini di religioni o di ideologie non nostre. Cinque secoli prima di Cristo Ippocrate nel famoso giuramento - prestato poi da generazioni intere di medici - voleva il seguente impegno: “... mi rifiuto di dare a una donna una pozione, che abbia per effetto di uccidere una vita embrionale”. Nel 1950 la federazione mondiale dei medici dichiarava ad Oslo: “Il principio morale più elevato, che si impone ai medici, è il rispetto della vita umana”. Poco dopo, il “giuramento di Ginevra” esigeva, fra l’altro, “io avrò il più grande rispetto della vita umana fin dal momento della concezione”.

* * *

   Secondo atto, dice Lacordaire, è il sopravvivere,e dice bene se per sopravvivere intende la vita cristiana divina giunta allo stadio del suo pieno sviluppo. A questo stadio si riferiscono le espressioni usate da Isaia: “Non più voci di pianto né grida di angoscia”. È dimenticato il passato. Si parla di case prefabbricate, di vigne piantate, di frutti gustati. “Si godrà e si gioirà”. Gerusalemme è “Gerusalemme- gioia”, il popolo “popolo-gaudio”; “Dio stesso esulterà di Gerusalemme e godrà del suo popolo” (Is 65,17-21). “Cieli nuovi e terra nuova”; nei quali - aggiunge Pietro - “avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3,13); “dove - completa Giovanni - non c’è bisogno della luce del sole né della luce della luna, perché la gloria di Dio illumina la nuova Gerusalemme e la sua lampada è l’agnello” (Ap 21,22-23). Prima di questa sua finale esplosione, però, il sopravvivere esiste in noi insieme al vivere. Col battesimo, infatti, noi nasciamo una seconda volta dall’acqua e dallo Spirito Santo, diventando in modo speciale figli di Dio e fratelli di Cristo. Con la nostra vita naturale camminiamo, cresciamo, leggiamo, impariamo e ragioniamo; con la vita soprannaturale crediamo a Dio, speriamo, amiamo, ci pentiamo. “Fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato rivelato ancora” (1 Gv 3,2).
    Figliolanza vera, dunque, e vita vera, di solito non percettibile, ma da credere con tutta l’anima, da stimare e coltivare in noi. Ho detto da stimare? È un bel coraggio da parte mia: oggi sulla piazza del mondo sembra venga smerciata solo la vita naturale: lo sport, la danza, la conoscenza dell’inglese, la politica sono considerati valori prestigiosi: si commettono pazzie, si spendono capitali, si versano fiumi d’inchiostro, si concedono ore di televisione per la gara, per il congresso, per la mostra; dormiamo invece tranquilli sopra i peccati nostri e della nostra famiglia; non alziamo un dito per arrestare l’immoralità, la pornografia e la violenza dilaganti; sembriamo gente folleggiante sopra un vulcano, che sta per eruttare da un momento all’altro.

* * *

   “Cercare le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3,1-2) ammoniva S. Paolo. “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo...” (Mt 6,19) diceva Cristo, ma le sue parole suonano oggi strane. Cristo, inoltre, vuole che pensiamo alla morte; “ravvediti... - dice - se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te” (Ap 3,3).
    Povero Cristo! Ti chiamano guastafeste, te e il patriarca, solo per il fatto di toccare temi così mesti. Eppure, è vero o no che la morte ha cominciato in noi la sua opera fin dall’inizio della prima nostra cellula? Per nessuno è certo che sia necessario vivere; per tutti è evidente che bisogna morire. Arriva per tutti un momento, nel quale non serve più avere soldi o cariche o fama; serve solo aver preparato un po’ di buone opere, aver coltivato o mantenuto una vita di intimità con Cristo. Quale vita? Quella per cui si prega così: “O benignissimo Gesù, concedimi la tua grazia... fa che io sempre desideri e voglia ciò che a te è più gradito... che io faccia mia la tua volontà, la segua sempre: il mio volere o disvolere coincida sempre col tuo... fa che al di sopra di ogni desiderio io mi riposi in te, che il mio cuore in te trovi la sua pace... Tu sei la vera pace del cuore; fuori di te, tutto è travaglio e inquietudine”. 29 marzo 1976

O.O. 7, pag. 280-282

 

--- Santità ---

    Santità: una parola fra fiaba e utopia, ammirazione e paura. Una realtà che non va cercata solo sugli altari e nelle pagine di agiografia, perché: “ interessa tutti, a tutti è accessibile, ed è proposta a tutti” (don Giorgio pag. 12). È riscontrabile anche da noi in “tanta gente umile, discreta, generosa, che onora la sua fede, celebrando, lavorando, soffrendo, amando, senza cercare alcuna visibilità” (don Licio pag. 5). In Giovanni Paolo I la santità è apparsa con caratteristiche feriali “di spontaneità, disciplina, obbedienza, libertà, sorriso, sofferenza, umile e aperta gentilezza, semplicità di amore, fuori da ogni sentimentalismo o retorica” (Matteucci pag. 8), mentre Lui la indicava come “dire al Signore la più bella e la più semplice di tutte le parole: Sì” (pag. 4) ed invitava ad essere “propagandisti della fede e suscitatori di altri propagandisti” (Taffarel pag. 6) sintetizzandola nella consegna di “sopravvivere”, cioè di realizzare “una vita cristiana nel suo pieno sviluppo” (pag. 2). In definitiva - ha ragione don Giorgio - si tratta di “essere convinti che Dio ci ama e ci invita a rispondere al suo amore” (pag. 12). Una risposta che conosce vuoti e debolezze. Il santo infatti non è la persona perfetta: desiderando rispondere all’amore, ricomincia invece daccapo ogni giorno, senza far pace con i propri difetti. Se poi, come auspichiamo per papa Luciani, c’è anche un riconoscimento ufficiale della Chiesa, allora guardiamo agli altari, consapevoli che , come afferma il card. Saraiva Martins, “I santi sono il più grande omaggio che le Chiese rendono a Cristo Signore, e segno della sua presenza. (pag. 3). E lodiamo il Signore che ce li presenta come amici e modelli di vita.
Mario Carlin

 

Attesa gioiosa

Il cadinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.    È stato detto che: “Il valore della vita non si desume dalla lunghezza, ma dalla sua profondità”. Quindi il tempo è assai relativo. Lo dice anche l’apostolo Pietro: “Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo”. (3,8). Sappiamo che il pontificato di papa Luciani è durato solo 33 giorni, mentre quello di papa Wojtyla oltre 9000 giorni. E ambedue sono in cammino verso gli altari, cioè la Beatificazione e la Canonizzazione, proprio perché Dio non misura il valore della vita dagli anni, ma dall’intensità dell’amore.
    Un amore che Luciani definiva: “Un viaggiare con il cuore verso Dio e il prossimo. Viaggio meraviglioso... E Dio lo vuole sempre più intenso e perfetto”. Sappiamo anche che la fase diocesana del processo di Beatificazione di Papa Luciani si è conclusa l’anno scorso, il 10 novembre 2006. Ora tutto è a Roma, presso la Congregazione delle Cause dei Santi. E quindi siamo in attesa... un’attesa gioiosa e fiduciosa. Ma cosa si farà adesso a Roma? Risponde il cardinale Josè Martins, prefetto della Congregazione dei Santi: “La fase romana comprende tutto un insieme di studi approfonditi, coordinati dal relatore della causa, che porteranno alla redazione della Positio sulla santità della vita del candidato alla beatificazione...
   La causa poi passa al Congresso peculiare dei consultori teologi, che devono provare una autentica santità di vita che ha raggiunto il grado eroico...
   Ma non è finita qui: il tutto passa poi all’esame del Congresso ordinario dei cardinali e vescovi. Se questi si esprimono positivamente, approvando il lavoro lungo e meticoloso dei consultori storici e teologi, il prefetto della Congregazione (card. Martins) porterà tutto alla considerazione del Papa, che pronuncia l’ultimo e definitivo giudizio in merito e decide poi se procedere o meno alla beatificazione o canonizzazione del servo di Dio”.
   Una domanda che alcuni si faranno: “Ma vale la pena mettere in moto tutto questo enorme lavoro e tutte queste persone per proclamare beati e santi?...”. Risponde sempre il prefetto della Congregazione: “Certamente. I beati e i santi manifestano la vivacità delle Chiese locali; sono il più grande omaggio che tutte le Chiese rendono a Cristo Signore; la dimostrazione dell’onnipotente presenza del Redentore mediante i frutti di fede, di speranza e di carità in uomini e donne di tante lingue e razze, che hanno seguito Cristo nelle varie forme di vocazione cristiana”.
   E continua: “Se tutti, ognuno secondo la propria vocazione, sono chiamati alla santità, la Chiesa ha l’obbligo di proporre ai fedeli dei modelli di santità. E questo è il significato delle beatificazione e delle canonizzazioni”. Conclude poi: “Le beatificazioni locali (come vuole la nuova prassi) hanno una grande importanza pastorale. Diventano una festa di gioia dell’intera Chiesa locale che si rallegra nel vedere che uno di loro è stato elevato agli altari... Inoltre fanno capire che ogni programma pastorale di una comunità cristiana deve tendere alla santità.
   Tutto il resto è un po’ di chiasso e di folklore”. Speriamo e preghiamo che venga presto questo giorno, in cui vediamo papa Luciani sulla gloria degli altari, come modello di santità e umile intercessore presso Dio. Sì, dal cielo egli ci guida, ci protegge e ci aspetta.

Cesare Vazza


LE GRANDI VOCAZIONI


Bentornata! Suor Innocenza che era stata al Centro Papa Luciani fin dal suo inizio per ben 19 anni è ora tornata come superiora della comunità. La accogliamo con gioia conoscendo le sue capacità e la sua disponibilità.    Nel periodico “Amici del Seminario” don Albino, che ne era allora vicerettore, tracciò il profilo di nove grandi figure di ecclesiastici. Ci proponiamo di riportarle, gradualmente, fra queste pagine. Fanno parte dei suoi scritti giovanili, vivaci come sempre, e decisamente attuali.

GUSTAVO CHAUTARD
   Dicembre 1940 Chi l’avesse detto alla signora Chautard: “Quel tuo figliolo diventerà prete!”. L’avrebbe fatta ridere: “Ma se non c’è un diavolo più vivo di lui!”. E per vivace, era vivace davvero! Bimbo dell’asilo, aveva strappata la cuffia di testa alla suora, per vedere se le suore hanno, sì o no, i capelli! Fanciullo era la disperazione degli zii; sollevava le proteste del vicinato, procurava la comparsa dei gendarmi in casa! Oh, non aveva perfino voluto cacciarsi in un letto di Napoleone, vanto dei paesani, meta di pellegrinaggi? E c’era riuscito... Un ragazzo terribile! A quattordici anni fu messo dal padre alla scuola superiore di commercio di Marsiglia. Spiccò per l’ingegno, la tenacia; portò via i primi premi ed uno splendido diploma, ottenendo subito un posto importantissimo. I suoi, erano fieri, esultanti; lui, sognava: pochi anni, e poi mi getterò nella vita politica; e sarà una splendida carriera, la gloria! Unico pensiero, che non si presentasse: il sacerdozio. Eppure il Al tempo stesso salutiamo con affetto e cordialità suor Maurisa (in alto, nella foto) che dopo sei anni ha lasciato il Centro dove rimane un bel ricordo della sua gioiosa presenza. Presterà ora il suo servizio presso un Collegio per universitarie a Viterbo.Signore aveva fermato su Gustavo Chautard il suo sguardo! E lo aspettava. Ecco il brillante giovane nelle case della povera gente di Marsiglia. Ci va per impulso dell’animo generoso, per assistere gli ammalati. E predilige soprattutto i baracconi degli zingari: “Ci son tanti figlioletti, là, che crescono senza battesimo, senza istruzione! Sono i miei amici!”. E difatti, è spesso in mezzo a loro, li incanta coi suoi racconti, e piuttosto che abbandonarli si lascia insultare.
   
Ormai, la passione delle anime, lo investe. Insieme, sogna ancora la carriera, la gloria e lavora febbrilmente. Quand’ecco, la chiamata. Mentre sta pregando sulla tomba di un sacerdote venerato, la sua mente è inondata di luce. Gli onori di questo mondo gli paiono, quali sono, cosa da niente; il sogno vagheggiato perde ogni attrattiva, ed invece, gli si presenta il sacerdozio. Egli sente che il Signore lo chiama. E risponde. Subito. Colla più bella e semplice di tutte le parole: “Sì!”. Anzi, non si ferma al sacerdozio, ma entra in uno dei più austeri ordini religiosi e vi trascorre un’intera vita di santità. Così fu chiamato l’abate Chautard, assai benemerito della chiesa e delle anime, che domani speriamo di venerare sugli altari.
   
Dalle birichinate, dai sogni di gloria mondana, alle vette della santità, alla gloria vera!

O.O. 9, pag. 359-360

L’unità che precede il mangiare

  Ho partecipato tempo fa ad un corso residenziale di aggiornamento insieme ad un gruppo di colleghi e con il nostro Vescovo. Non avevo tanta voglia di allontanarmi dal paese, anche perché mi dispiaceva interrompere la visita e benedizione alle famiglie di una zona che da pochi mesi mi è stata donata in affidamento pastorale. Poi, una volta giunto a Borca di Cadore - che tu conosci meglio di me - in un ambiente decoroso, accogliente e avvolto da una corona di monti mozzafiato, mi sono trovato bene e non ho faticato gran che ad ascoltare e a confrontarmi con i problemi e con i colleghi che in Polesine s’intrecciano da più di 40 anni ogni giorno anche con la mia vita.

***

   Si è parlato, ascoltato, dibattuto e pregato per un’intera settimana di una realtà che per noi è ancora in prospettiva, mentre per la tua gente della chiesa bellunese si è già felicemente conclusa, cioè il Sinodo. Sul mio tavolo anzi c’è il libro che il vescovo Giuseppe ha consegnato agli operatori pastorali nel momento conclusivo del percorso sinodale e che don Sirio, parroco del tuo paese, ha voluto benevolmente donarmi; è chiaro comunque che una volta preparato e celebrato, il Sinodo di una diocesi attende di essere calato nelle realtà locali e vissuto dai singoli fedeli e dalle comunità con la gioia e l’impegno che la nostra fede comporta. Cosi, appena tornato a casa, ho voluto rendere partecipi i miei compaesani dell’esperienza fatta in montagna, perché penso che ci aiuti ad andare incontro a questo evento dello Spirito con la disponibilità che domanda un dono pastorale da condividere nel migliore dei modi.

***

   Negli Atti degli apostoli leggiamo che di fronte alle prime serie difficoltà nella loro missione, Pietro e Paolo con i loro amici vollero confrontare la diversità delle opinioni in un clima di rispettoso ascolto e sostenuti dalla preghiera della comunità cristiana. Fu possibile allora individuare una scelta comune e con un metodo del tutto originale, né democratico né autoritario, ma (oggi si direbbe) sinodale, tanto che viene detto: “Lo Spirito Santo e noi, abbiamo deciso”. Fra le cose di valore che ho portato a casa dalla montagna e che offro alla mia famiglia parrocchiale per il bene di tutti, praticanti e non, c’è l’unità e quindi la comune unione con Cristo e tra i fedeli, che sinteticamente viene detta “comunione“. Il termine, lo sai bene, si usa di solito per l’Eucarestia, il Pane di vita, ma ormai dobbiamo abituarci ad usarlo anche per realizzare, verificare, difendere ed accrescere la condivisione umana e pastorale fra di noi preti anzitutto e poi con gli altri, senza escludere possibilmente nessuno.

***

   Questo tipo di comunione deve assolutamente precedere il momento in cui condividiamo lo stesso Corpo di Cristo; diversamente siamo falsi e camminiamo all’indietro come i gamberi. È commovente constatare che c’è tanta gente umile, discreta, generosa e paziente che onora la sua fede celebrando e lavorando, soffrendo e amando senza cercare alcuna visibilità. Ma non si può ignorare che in ogni comunità c’è sempre qualcuno che complica la vita anche pastorale e ferisce, attenta e a volte rompe l’unità. Gesù, che ci ha comandato di amarci, per l’unità ha voluto soltanto pregare. Forse per dirci che è un valore alto e prezioso da difendere e da ricercare proprio come un tesoro. Con affetto.

Don Licio

L U T T O
È mancato ancora molto giovane Virgilio Zampieri,
affezionato collaboratore del centro nel mantenere
puliti e ordinati gli ampi spazi verdi del Centro.
Lo vogliamo ricordare su queste pagine con animo
grato e affettuoso, mentre rivolgiamo il nostro pensiero
anche alla moglie Patrizia e alle figliolette.

Genitori cristiani catechisti

Momento di riflessione con i genitori dei cresimandi dell’Agordino.    Il vescovo Luciani desiderava sempre incontrare i genitori dei ragazzi, che frequentavano il catechismo in parrocchia. Ad un gruppo di genitori presenti, disse: “Voglio presentarvi e parlarvi di due catechisti dei tempi antichissimi, ma attuali per noi: erano marito e moglie e si chiamavano Aquila lui, Priscilla lei. Vivevano a Roma e praticavano la religione mosaica, ma l’imperatore Claudio nell’anno 52 dopo Cristo cacciò gli ebrei da Roma. Allora i nostri due andarono in Grecia, a Corinto, poco prima che in questa città capitasse S. Paolo. Questi non faceva solo l’apostolo, ma il tessitore di tela per tende onde guadagnarsi il pane e non essere a carico dei fedeli.
   
Ora, tessitore di tela per tende era anche Aquila, che prese Paolo come socio operaio. Lavorando, Paolo parlava di Gesù Cristo; durante i pasti, durante i riposi, parlava ancora, e sempre di Gesù Cristo”. E questi due sposi cosa scelsero di fare? Non andò molto e sia Aquila sia Priscilla ricevettero il battesimo e si trovarono in possesso di una soda istruzione. Poco tempo dopo essi si trasferirono ad Efeso. In questa città sopravvenne presto Apollo, uomo di grande cultura ed eloquenza; di Gesù egli conosceva soltanto che era il messia; quanto a battesimo, si fermava a quello di Giovanni il Battista; e tuttavia parlava con ardore nella sinagoga. Aquila e Priseilla, dopo averlo ascoltato, lo presero nella loro casa e con carità e pazienza si incaricarono di completare la sua istruzione facendo di lui un missionario perfetto, che - come sappiamo da S. Paolo - non mancò di far fruttare l’istruzione ricevuta dai due coniugi.
   
Mi piacerebbe che questo fatto raccontato da S. Luca si ripetesse e moltiplicasse nella mia diocesi ed anche in questa vostra parrocchia. Sì, sarebbe bellissimo, ma nella nostra parrocchia vi è ben organizzato il catechismo fatto dal sacerdote o dalla suora, dalla catechista ed anche dalla maestra di scuola. È vero, vi è il catechismo fatto dal sacerdote, dalla catechista, dalla suora, dalla maestra; c’è quello tenuto in fabbrica, da operaio a operaio; c’è quello improvvisato in casa, dei genitori verso i figli, mentre in macchina si accompagnano i figli a scuola, alla piscina, in gita, di amici istruiti verso altri amici meno istruiti. Un vero cristiano non deve limitarsi a ricevere istruzione religiosa; deve cercare di travasare - con dovuto tatto - l’istruzione ricevuta in altri. Ma noi non siamo capaci... bisogna sapere bene cosa e come insegnare e... parlare. Aquila e Priscilla non hanno detto ad Apollo: “Aspetta! Ti facciamo istruire dal vescovo Paolo”, ma hanno senz’altro proceduto a istruire! Ma noi abbiamo anche una famiglia, siamo impegnati fortemente nel lavoro... siamo stanchi con mille cose da fare. Aquila e Priscilla non hanno detto: «Noi siamo sposati, abbiamo famiglia, gestiamo una piccola industria e commercio!». No, hanno preso Apollo in casa loro, contenti di sobbarcarsi anche delle spese, pur di lanciare un propagandista del cristianesimo. Bisogna essere dei propagandisti della fede... davvero... Ecco che cosa dovrebbe essere ogni cristiano: propagandista della sua fede e suscitatore di nuovi propagandisti.
   
È compito per ogni genitore cristiano, per la donna e per l’uomo... E Priscilla, la donna, qui vale Aquila, l’uomo; anzi la donna supera spesso l’uomo in generosità, spirito di sacrificio, capacità persuasiva. Lo accennava, esagerando, l’abate del Settecento che diceva: “Per questo il Signore è apparso prima alle donne e poi agli uomini; gli premeva che la notizia della resurrezione fosse diffusa presto!”. Scherzava, evidentemente.
   
Non è però uno scherzo che la prima, rapida diffusione del cristianesimo è opera in gran parte di propaganda spicciola, anonima, fatta dai fedeli, dalle donne sia dell’aristocrazia romana che dell’umile popolo... Catechismo spicciolo, ossia propaganda buona della causa buona in tempi di moltiplicata, dilagante propaganda cattiva!

Taffarel don Francesco



I quattro inquilini di casa bestemmia
di Albino Luciani

   La bestemmia dilaga e, come l’alluvione recente, arriva alle case, alle fabbriche, alle caserme, perfino alle scuole, portando melma e putridume morale, rovine e desolazioni, in mezzo alle quali, io come vescovo piango, come cittadino mi vergogno. Tengo in questo momento la penna in mano, ma la guardo con mestizia e mi chiedo: Scrivere? cercare di portare un aiuto, una cura? Molti bestemmiatori non pensano neppure di essere moralmente ammalati e di avere bisogno di una cura; non mi leggeranno. Molti non avranno la pazienza di seguire i miei ragionamenti. A molti darà noia che il vescovo, sia pure da fratello, si impicci nelle cose loro. Scrivo lo stesso, perché è mio dovere, perché un barlume di speranza resta sempre e, non si sa mai! il Signore può servirsi anche di un mio straccetto di lettera! Comincio con il presentare gli inquilini di casa bestemmia, che sono quattro. Prima viene bestemmia per eccellenza, quella che oltraggia Dio con gesti o con parole ingiuriose come nell’Inferno dantesco fa il gigante Capanéo. Questi lancia bensì a Dio fiere frasi di sfida e di dispetto, ma giace immobile e supino in sabbia, su cui piovono continuamente “di foco dilatate falde”, il terribile tormento dei bestemmiatori, che strappa a Dante questo grido: “O vendetta di Dio, quanto tu dèi / esser temuta...”. Sorella in seconda è bestemmia per equivalenza; essa sembra più elegante della prima, ma fa eguale torto a Dio con espressioni simili alle seguenti: “Esiste ancora un Dio?”, “Smettila di parlarmi di un Dio giusto e buono!”, “Il diavolo ne sa più di Dio!”, “La religione non è altro che una grande bottega!”, “Dio ci ha ingannati!”.
   
Intendiamoci: queste espressioni sono blasfeme, solo se chi le pronuncia ha una avvertenza piena. Quando m’è occorso di sentirle sulle labbra di persone afflitte da disgrazie o dispiaceri gravissimi, ho avuto l’impressione che l’accasciamento e la straordinaria depressione escludessero una vera attenzione ed intenzione; quella che appariva ed oggettivamente era bestemmia, forse non lo era soggettivamente. Altre volte la gravità è attenuata dalla sconsideratezza, dalla preoccupazione, dalla paura, dall’ignoranza, come nel caso di Irene Papovna.
   
Questa si presenta a Mosca per un esame di concorso magistrale. Il tema da svolgere è: “Analizzate l’iscrizione scolpita sulla tomba di Lenin”. La maestrina non ricorda bene, le pare e non le pare che l’iscrizione suoni “La religione è l’oppio del popolo”. Come cavarsela? Arrischia, fa l’analisi che può e, consegnato il compito, corre alla piazza Rossa, davanti al mausoleo Leniniano, a verificare. Riscontrato di avere azzeccato, esclama entusiasticamente: “Caro buon Dio e voi Vergine santa di Kazan, grazie di avermi fatto ricordare l’iscrizione!”. Terzo inquilino, fratello delle precedenti è poco rispetto, il quale non disonora Dio gravemente, ma tiene poco conto del suo santo nome, pronunciandolo senza necessità o giusto motivo. Poco rispetto rassomiglia al fanciullo, il quale per i suoi giochi sulla riva, mescolandola con acque per certe sue poltiglie, adopera la preziosa argenteria di casa senza il permesso di sua madre. Turpiloquio in casa bestemmia è più fratellastro che fratello. Purtroppo, fratellastro gigante, tanto l’ hanno cresciuto il linguaggio sboccato del cinema e della stampa, tanto l’ hanno favorito i grandi assembramenti delle caserme, delle fabbriche e delle scuole. Sulle quattro persone presentate c’è tutto un vocabolario popolare, realistico, spesso icastico, ma non sempre indovinato. Perché - ad esempio - chiamare mòccoli le bestemmie? I moccoli fanno un po’ di luce; la bestemmia è parola nera, “morta gora”, acqua stagnante, gas asfissiante. “Linguaggio da lavandaie” è chiamato il turpiloquio femminile.
   
Oggi la frase è vera solo se il termine “lavandaia” è preso come parte per il tutto; se cioè, in grazia di quella figura retorica che si chiama sinèddoche, esso significa anche studentesse, anche operaie, anche dattilografe, ecc.
   
Di tutte queste persone, una volta si diceva: “Diventano rosse, perché si vergognano”; di alcune tra esse oggi si deve dire: “Si vergognano, perché diventano rosse”. La frase: “Bestemmia come un turco” è una calunnia: i turchi, non bestemmiano. In Francia, in Svizzera, in Germania, invece, si usa dire, purtroppo con fondamento, “Bestemmia come un italiano”. Pochi giorni fa un tedesco è venuto nella nostra diocesi con alcuni emigranti, suoi compagni di lavoro: non parlava italiano, ma bestemmiava in italiano! Quando me l’hanno riferito, ne ho patito.
   
La nostra Patria nel passato ha insegnato la civiltà, l’arte, la religione; adesso si mette a insegnare le bestemmie? E tanto più si patisce, quanto più si vede che la malattia della bestemmia diventa da noi malattia cronica: una inchiesta recente, promossa dall’Una (Unione nazionale antiblasfema), calcola a 15 milioni i bestemmiatori abituali in Italia e opina che le bestemmie siano circa un miliardo al giorno. Si tratta davvero di un fenomeno spaventosamente esteso.

O.O. 4, pag. 10-11



UN UOMO LIBERO

Il Vescovo firma i verbali.   Quasi come in una leggenda, la leggenda di un mistero medioevale, la fine di Giovanni Paolo, la cui immagine nelle insegne pontificali appariva in sembianze d’un affresco giottesco o di un antico mosaico monacale. Bastava che il sorriso sparisse dal suo volto, perché assumesse un’umile austera figura di Papa quale siamo abituati a vedere nelle primitive raffigurazioni della basilica di San Paolo in Roma. Riuniva in sé, insieme al senso vivo e responsabile della bimillenaria storia della Chiesa, il sentimento del tempo, del proprio tempo, al quale si rivolgeva illuminandosi di un ottimismo cordiale e spontaneo...
    Il suo pontificato breve, brevissimo, fugace apparizione nella genealogia dei successori di Pietro e dei vescovi di Roma, ha un suo messaggio, una sua testimonianza imperitura. C’era in lui tutta la naturalezza di chi, giunto ad una dignità mai desiderata e sognata, conserva la spontaneità di una origine umile. “Se da giovane, in seminario, avessi potuto prevedere che mi avrebbero fatto Papa, avrei studiato di più”, ebbe a dire ai fedeli romani, ben sapendo che non bastano gli studi a fare un Papa, come non basta la pratica diplomatica e l’esperienza burocratica. In trentatrè giorni ci ha lasciato uno stile diciamo pure rivoluzionario in continuità di Papa Giovanni. Non molti sono i suoi gesti, non molte le sue parole, ma sufficienti ad abbozzare una immagine, a rilevare un carisma personale, un segno di spontaneità e di disciplina, di obbedienza e di libertà, di sorriso e di sofferenza, fuori d’ogni sentimentalismo e d’ogni retorica. Sapeva unire insieme la maestà e la semplicità, la sacralità ieratica e l’intimità fraterna, senza remissività popolaresche, anche se avvolto in un clima di simpatia popolare. Di stampo veneto, dalla sua gente e in modo particolare dal suo vecchio clero attingeva inflessioni e toni parrocchiali, una nativa disposizione pastorale, una gentilezza tradizionale che gli fece assumere, non senza una acuta e gratuita diplomazia, la scelta del doppio nome Giovanni Paolo.
   Questa umile e aperta gentilezza, in semplicità d’amore, si esprimeva in elementare pedagogia e praticità di incontri, riuscendo ad irradiare intorno a sè serenità e gioia d’immediata presa sul popolo. Il modo di presentarsi, di sorridere, di parlare rivelava un uomo estemporaneo, senza complessi burocratici, un uomo libero... Un messaggio, il suo, “al di dentro”, che resisterà più che in documenti di cultura.
   Ci ha lasciato una lezione di vita e di comportamento. Ha rinverdito certezze antiche, con originale paternità. Nessun successore potrà ignorare questo “servo dei servi” per il servizio che egli ha reso alla Chiesa, non tener conto della sua immediatezza autentica, cordiale, umana, umanissima.
   Una Chiesa la sua, ferma nell’unità apostolica e nella disciplina, quanto aperta al mondo, che Papa Luciani amava con gioia indicibile.

Benvenuto Matteucci
Arcivescovo di Pisa
da L’Osservatore Romano,
8 ottobre 1978.

 

In festa per il vescovo Maffeo

Oggi, Vescovo emerito di Belluno-Feltre.   Il vescovo emerito di Belluno-Feltre, mons. Maffeo Ducoli,  fondatore del nostro Centro ha raggiunto in questi mesi il felice traguardo di sessantacinque anni di sacerdozio e di quarant’anni di episcopato. Nato a San Mauro di Saline (VR) il 7 novembre 1918, fu ordinato sacerdote a Savona il 30 maggio 1942, e dopo un lungo servizio nella diplomazia vaticana, nel mese stesso nel quale celebrava le nozze d’argento sacerdotali, il 14 maggio 1967, fu ordinato vescovo titolare di Fidene e ausiliare di Verona. Trasferito alle Diocesi unite di Belluno e di Feltre il 22 ottobre 1975, vi entrò il 23 novembre. Giovane e dinamico avvertì subito l’urgenza di dare alle due Diocesi (che saranno poi unificate nel 1986) un Centro di spiritualità e cultura che fosse valido punto di riferimento per giovani ed adulti in vista di una adeguata formazione cristiana e di una valida promozione culturale. Un misterioso disegno divino volle che i lavori di costruzione appena iniziati si intrecciassero con la “meteora” Giovanni Paolo I, e così il complesso, ormai progettato, divenne un monumento ricordo del Pontefice bellunese, assumendo il nome di Centro Papa Luciani. Non mancarono Con Giovanni Paolo II in visita al nostro Centro nel 1988.per quest’opera, al vescovo Ducoli difficoltà economiche e sofferenze morali che egli affrontò con ammirabile fortezza d’animo, fino a quando il suo sogno si fece realtà. Ed è, diciamolo chiaro, una bellissima realtà, che in questi anni (sono venticinque ormai) ha servito in modo splendido la Diocesi nostra (ma anche altre Diocesi), ospitando corsi di formazione, giornate di spiritualità, incontri culturali, in un ritmo costante e, per certi versi, davvero sorprendente. Dicevamo di un sogno divenuto realtà, ma per mons. Ducoli il sogno continuò e continua ancora.
    È di pochi mesi infatti l’inaugurazione dell’Oasi Betlehem, che porta anche il suo nome, per la quale si impegnò in prima persona e che ora è un felice “allargamento” del nostro Centro, a servizio soprattutto dei giovani. Era doveroso allora festeggiare l’indimenticabile Pastore in queste due fauste ricorrenze, esprimendogli affetto e riconoscenza e ringraziando con lui il Signore per una vita così lunga, intensa e feconda. E fu festa davvero in Cattedrale a Belluno nella serata domenicale del 13 maggio, memoria della Madonna di Fatima, ed al Santuario dei Santi Vittore e Corona, in Feltre, il 14 seguente, solennità dei Santi Martiri. Da questa Rivista, che lui volle ed incoraggiò, desideriamo rinnovargli, a nome di tutti i lettori, fervide congratulazioni, auguri devoti e l’espressione sincera di grande riconoscenza.

Mario Carlin

“Tempestas magna est super me”

  

Fra i presenti alla conclusione del processo di beatificazione, il fratello Edoardo con don Mario Senigaglia già segretario di Luciani a Venezia.   Il 25 agosto scrisse di sua mano alla sorella Antonia: «Cara sorella, ti scrivo poco prima di entrare in Conclave. Sono momenti di grave responsabilità: anche se non c’è nessun pericolo per me - nonostante i chiacchiericci dei giornali -, dare il voto per un Papa in questi momenti è un peso. Prega per la Chiesa. Un saluto affettuoso anche a Ettore, Roberto e Gino». E quella stessa mattina i cardinali avevano celebrato la Messa in San Pietro per la elezione del Papa; poi in processione erano entrati nella Cappella Sistina. Venne cantato l’inno Veni Creator Spiritus; chiuse le grandi porte, il cerimoniere pontificio, monsignor Virgilio Noé, intimò: Extra omnes! (fuori tutti!).
    La mattina successiva i 111 cardinali sono nuovamente nella Cappella Sistina, con di fronte il grandioso e drammatico Giudizio universale del Michelangelo. E incominciano le votazioni: una preghiera davanti a Dio, il giuramento e quindi lasciano cadere la loro scheda in modo visibile a tutti nel calice. Per eleggere il Pontefice sono necessari almeno 75 voti; due terzi più uno dei consensi. Secondo il cardinale Mario Casariego, di Città del Guatemala, che era stato consacrato vescovo assieme a Luciani da Giovanni XXIII, Giuseppe Siri ottenne 25 voti, Albino Luciani 23, Sergio Pignedoli 18, Sebastiano Baggio 9, Franz Koenig 8, Paolo Bertoli 5, Edoardo Piromo 4, Pericle Felici 2 e Aloisio Lorscheider 2.
   Nella seconda votazione i consensi verso Luciani aumentano in maniera consistente e raggiungono i 53 voti, mentre Siri li mantiene invariati. Dirà poi il cardinale ungherese Lékai: «Ricordo che sabato mattina, uscendo dalla Sistina, abbiamo incontrato in ascensore il patriarca Luciani. Allora gli abbiamo detto: “I voti stanno aumentando”. Lui si è schermito, dicendo: “Questo è soltanto un temporale d’estate”. E l’arcivescovo di Kinshasa, Joseph Macula, riferisce: «A me era toccata la cella 65, mentre il cardinale Luciani occupava la cella 60. All’inizio del Conclave non l’ho veduto, ma nel pomeriggio di sabato siamo usciti contemporaneamente dalle nostre stanze per recarci a votare. L’ho abbracciato, perché dalle prime votazioni era chiaro che qualcosa si preparava. Quando l’ho abbracciato mi ha detto: “Tempestas magna est super me” Gli ho fatto coraggio».
   Decisiva ai fini dell’elezione la pausa per il pranzo. Durante quelle ore viene convocata una riunione dal cardinale spagnolo Vicente Enrique y Tarancòn, alla quale partecipano i cardinali Suenens, Koenig, Alfrink e Cordeiro. Lo scopo era di raggiungere un accordo per chi votare, visto che la scelta doveva ricadere su Siri o Luciani. «Dopo le prime votazioni », ricorda il cardinale Silvio Oddi, «uscì fuori il nome. Inaspettato. Luciani, perché no? Dissero in tanti. Una persona buona, intelligente e pia.
   E il consenso si diffuse rapidamente. Pensammo a lui come a un nuovo Pio X, anche lui patriarca di Venezia, un Papa buono e santo. E contemporaneamente deciso nella difesa della dottrina. Se ne sentiva la necessità dopo gli sbandamenti del postconcilio ». Anche al terzo scrutinio si registra la fumata nera, anche se il nome di Luciani risuona nella Cappella Sistina per ben 70 volte. Il quarto scrutinio, invece, quello decisivo: Luciani ottiene 101 voti su 111 grandi elettori. Luciani era preoccupato dell’esito della votazione. Ma ecco il dialogo canonico con il Camerlengo card. Villot: - Accetti l’elezione canonica a Sommo Pontefice? - Accetto. - Che nome vuoi prendere? - Mi chiamerò Giovanni Paolo. La voce del Papa è commossa, lieve, fragile, tanto che alcuni cardinali hanno faticato a sentire.
   Nella anticamera della Cappella Sistina Luciani mette le bianche vesti papali, ancora provvisorie, e, rientrato nella Sistina con indosso le vesti papali, aveva docilmente obbedito ai suggerimenti del Maestro delle cerimonie, monsignor Virgilio Noè meccanicamente sedendosi, alzandosi, andando a destra o a sinistra.
   Lo stesso Noè aveva impedito che Giovanni Paolo I attuasse il desiderio di far precedere la prima benedizione alla folla da qualche parola di saluto: «Non rientra nelle consuetudini, Santo Padre», aveva detto il cerimoniere e Luciani non aveva replicato». Intanto dal camino della Sistina incominciò a uscire fumo... nero? bianco?... No, fumata bianca: il Papa è stato eletto! Piazza San Pietro andava riempiendosi, tutti cercavano di interpretare la fumata. Giovanni Paolo I aveva preso posto sul suo trono di fronte all’altare della Sistina.
   I cardinali uno alla volta lo abbracciavano e baciavano l’anello papale, mentre il Papa aveva qualche parola amichevole per ciascuno. Il cardinale Suenens disse: «Santo Padre, vi ringrazio per aver detto di sì». Rispose il Papa: «Ho detto di sì, ma forse avrei dovuto dire di no».

da “Lo stupore di Dio”
di N. Scopelliti e F. Taffarel
Ed. Ares - 2006

Solo una parentesi
di Albino Luciani


Ritiro cresimandi dell’Agordino.   Tutti, sposati e non, devono farsi santi. Ciò avviene, per tutti, solo a prezzo di sforzi ripetuti e generosi, con cadute e con riprese. Lo diceva anche - ed era un monaco! - l’autore de L’Imitazione: “Per quanto ci si sforzi a tutto potere, mancheremo sempre con facilità in molte cose”. Altro è il giusto “senso della colpa” ed altro l’angoscioso, disturbante “complesso di colpevolezza”: il primo è frutto di coscienza delicata, il secondo proviene da coscienza non bene illuminata e ignora che il Vangelo è messaggio di cose liete anche per i peccatori, se disposti a ritentare, sia pur con l’ennesimo sforzo, una vita sinceramente cristiana. In una pagina pervasa da cima a fondo da pensieri elevati e sinceri, una parentesi maldestra spiace al lettore, ma non gli impedisce di apprezzare il resto e di formulare un giudizio favorevole sul complesso. Qualcosa di simile - penso - avviene nella vita di coniugi sinceramente cristiani: pregano, si sforzano di amare Dio, si dedicano con sacrificio alla famiglia, ai figli, al lavoro, al prossimo; è la pagina ben scritta, il bel contesto di vita morale. Succede che talora essi manchino nel settore di cui ci occupiamo; è la parentesi. Come giudicherà Dio? Se essi mancano dopo sforzi sinceri e talora generosi, versando in situazioni difficili; se subito detestano quanto ci può essere stato di colpa e subito cercano di riprendersi, si può pensare che Dio, tutto vedendo e considerando, non abbia sospeso la sua amicizia con queste anime. Il contesto di una vita continuamente cristiana, autorizza, infatti, a sperare con qualche fondatezza che la volontà di quegli sposi non si sia distaccata da Dio e che la loro colpa possa essere non grave, anche se non sia dato di saperlo con certezza e di poterlo proclamare caso per caso.

Dialogo e amore
   Tutto condannare, in casa, non sarebbe saggio. Meglio il “dialogo amichevole” suggerito dal concilio, accettando il nuovo, se buono; avviando gradualmente i figli a partecipare alle responsabilità della casa, spingendoli a mutare la loro sterile protesta in proposta realistica, dialogando in modo da far intravedere le pessime conseguenze, in cui possono sfociare movimenti incontrollati o manovrati da gente malintenzionata, ecco l’autorità di oggi, sui giovani. Quella “forte” di ieri, meglio neppure rievocarla. Non è saggio dire: “Quando mio padre parlava, io scattavo!”. “Mio padre faceva così con me e così faccio con te!”. Non è infatti provato che tuo padre usasse il metodo migliore. Senti come, più di un secolo fa, venivano educati i fratelli Visconti Venosta, uno Giovanni, letterato e l’altro, Emilio, uomo politico del nostro Risorgimento: “Uno dei modi di educazione di mio padre era quello di stare co’ suoi figli più che poteva, di esigere da noi una confidenza illimitata, ricambiandocene molta, e di considerarci come persone un po’ superiori alla nostra età; così ispirava in noi il sentimento della responsabilità e del dovere. Eravamo trattati da piccoli uomini, cosa che ci lusingava assai; per cui era grande il nostro impegno per tenerci a quel livello”. Parrà strano, ma è certo che i genitori cominciano a educare i figli col volersi bene a vicenda. Se, infatti, il figlio percepisce che i suoi genitori si amano poco, si sente disorientato, insicuro, solo con i suoi problemi e parte zoppicando per la lunga strada dell’educazione. Dicono i pediatri che fin dai primi mesi i bimbi sono forniti di antenne finissime per captare le turbe psichiche della loro madre.

Da “pensieri sulla famiglia”
Opera Omnia 4, pagg. 321 e 32.

 

VERSO LA BEATIFICAZIONE
Santità: una chiamata che non esclude nessuno

Ritiro comunicandi di Pieve di Cadore.   “Quanto tempo dobbiamo aspettare la beatificazione di papa Luciani?... in verità, Egli è già santo presso Dio, ma desidero tanto la Sua glorificazione delle sue virtù di umiltà, di bontà infinita... di pietà, di fede, di speranza, di carità... Questa chiara Stella ha bisogno di brillare davanti al mondo così povero, così oscuro, privato d’amore, privato di luce celeste... O Dio, fa’ santo anche davanti al mondo il nostro prediletto Pastore Albino. Abbiamo potuto godere troppo poco della sua carissima Persona...!”.
   
È una delle tante testimonianze su papa Luciani che esprimono il desiderio di molti credenti nel mondo: che presto il nostro “don Albino“ possa essere dichiarato beato. Sembra di leggere in queste righe - e così in moltissimi altri scritti - quasi un insopprimibile bisogno di avere davanti agli occhi un segno sicuro di santità; il bisogno di vedere additato come modello per il Popolo di Dio un uomo che ha vissuto e testimoniato una fede cristallina, una speranza incrollabile perché fondata sulla certezza dell’amore di Dio, una umiltà che è stato il terreno fecondo sul quale si sono saldamente piantate le virtù umane e cristiane che hanno brillato nella vita di Albino Luciani.
   
Credo opportuno qui ricordare le parole di Benedetto XVI, grande ammiratore di Luciani, pronunciate in occasione della solennità di tutti i Santi del 2006: “...per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali... è necessario anzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà... La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio”. Non possiamo qui non riandare con la mente alle parole del vescovo Luciani che nell’omelia dell’Epifania 1962 diceva: “Chiamati da Dio, a che cosa? Quel che dico vi parrà forse nuovo, ma vi assicuro che è vecchio come il cristianesimo: noi siamo chiamati ad essere dei veri santi“. E ancora: “San Tommaso scriveva a sua sorella: per diventare santi basta una cosa sola: volere! Sapeva che occorre anche un’altra cosa, l’aiuto di Dio, ma egli era certissimo che quello viene offerto a tutti. Badiamo alle scelte e siamo uomini di buona volontà!”. E il 16 agosto 1974, in occasione della festa di San Rocco, all’omelia ebbe a dire con il suo consueto stile: “ So dirvi solo il meccanismo che funziona, di solito, nella formazione dei santi. È sempre Dio che comincia. Egli ci ama e, amandoci, ci invita a corrispondere al suo amore.
   
Nel tempo stesso che ci invita - conoscendo le nostre difficoltà - egli ci attira, fate conto, come un pescatore: aspetta il pesce all’amo e lo attira con l’esca posta sull’amo. Dio, però, è un pescatore di eccezione, di un genere assolutamente introvabile tra noi: la meta, cui ci invita, è la bontà, la santità; ed è capace di attirarci con somma efficacia e, insieme, lasciando intatta la nostra libertà. Chi non vuole, può resistere e non andare, ma si carica di responsabilità.
   
Chi vuole, va a Dio e può dire: è merito mio, ma, soprattutto, è dono suo!”. Dunque: santità mèta che interessa tutti, a tutti accessibile, a tutti proposta nel pieno rispetto della libertà di ognuno: questo è l’agire di Dio nel chiamarci alla santità. Lui ci aiuti ad essere sempre in ascolto attento e generoso al suo invito.

Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore


 

Una riflessione sul matrimonio cristiano
quarta (fine)

I partecipanti alla Catechesi mensile del Centro in una sosta all’Abbazia di Follina (TV).   Passiamo così alla comunione. Forse l’osservazione, l’invito che sto per fare può sembrare banale, ma non credo che lo sia. Penso che al matrimonio possano derivare difficoltà anche dal fatto che marito e moglie - a causa dei ritmi della società moderna, ma non solo per questo - non mangiano più insieme. Quel che facciamo in chiesa - stare attorno allo stesso tavolo e prendere lo stesso pane oggi diviene sempre più difficile in una famiglia (il marito lavora da una parte, la moglie da un’altra, con orari diversi). Gli sposi non possono comunicare con frequenza tra loro, né tantomeno stare insieme mangiando lo stesso pane tre volte al giorno. Certamente non è questa l’unica difficoltà che intralcia un cammino di coppia: sarebbe ingenuo pensarlo. Provate però ad impegnarvi a stare a tavola insieme, a mangiare lo stesso pane insieme, a fare questa comunione domestica.
   
Forse può portare qualche cosa di nuovo al vostro amore e al vostro matrimonio. E se non c’è altra possibilità, almeno la domenica - giorno dell’assemblea eucaristica - fate in modo che la famiglia possa gustare la gioia dell’assemblea domestica. Infine, il ringraziamento, la gratitudine: rendere grazie al Signore. Nel testo conciliare, forse più coraggioso in questo campo, parlando dell’amore coniugale, si dice: “quando marito e moglie si uniscono non debbono mai dimenticare di rendere grazie a Dio della loro gioia e della loro comunione” (G.s. 49). Come in chiesa rendiamo grazie a Dio dopo la Comunione, così dopo la comunione, anche sessuale, gli sposi rendano grazie a Dio che conserva, nutre questo amore esistente tra marito e moglie, tra uomo e donna.
  
L’approfondimento di questi spunti sarà molto utile perché quanto più una persona conosce la realtà (matrimoniale in questo caso), tanto più facilmente lotta e si impegna per conservarla e svilupparla in tutte le sue potenzialità. Da queste quattro brevi riflessioni noi - ed è il caso di sottolinearlo in un momento storico in cui assistiamo a tanti attacchi al matrimonio e alla famiglia - comprendiamo come l’istituzione matrimoniale sia una realtà sublime che rispecchia in sé la sua origine divina e la profonda vocazione religiosa e naturale del patto coniugale: conoscerla e viverla contribuisce senz’altro a far sì che gli sposi cristiani scoprano le possibilità che hanno a loro disposizione e difendano il loro patto, coscienti della sua dignità e grandezza.
   
Così l’alleanza matrimoniale fa emergere anche la dignità della persona e la sua dimensione religiosa: infatti il matrimonio unico e indissolubile presuppone la capacità di due persone mature di consacrarsi per sempre a farsi felici vicendevolmente; inoltre l’intimità tra i coniugi acquista un aspetto religioso che va oltre la semplice dimensione sessuale mettendola in relazione con la gioia di un amore superiore; infine la procreazione, nel quadro dell’alleanza matrimoniale risulta una nobilissima partecipazione alla creazione. Veramente con San Paolo possiamo concludere: “Questo mistero è grande” (Ef 5,32).

don Giorgio


 

INCONTRI CULTURALI
maggio-giugno 2007

Il card.Jean Louis Tauran nuovo presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso.  Francesco Giorgino, giornalista e conduttore del Tg1, è intervenuto al Centro Papa Luciani di Santa Giustina il 4 maggio, per presentare il suo libro “Buoni propositi. I cattolici nella società postmoderna”. Il volume ha una prefazione autorevole, quella del card. Paul Poupard, alto prelato che il Centro ebbe modo di ospitare per ben due volte e la seconda proprio in occasione dei cinque anni di attività culturale. Nel libro di Giorgino si trovano non solo opinioni giornalistiche, ma soprattutto le convinzioni di un credente sui temi di maggiore attualità: dialogo interreligioso, multiculturalismo, laicità e laicismo, famiglia e giovani, ruolo della Chiesa nel terzo millennio, speranza, comunicazione religiosa, bisogno di trascendente nella società del rischio e della paura. Convinzioni di un credente che aspira a collocare il dono della fede ricevuta in tutte le manifestazioni della propria esistenza, lavoro compreso. Ad un cattolico non sono richieste azioni straordinarie, ma atti di coraggio e coerenza, senza chiusure, senza preconcetti, senza pregiudizi. L’autore, maturando “buoni propositi” in questo suo riflettere autobiografico, invita i lettori a essere i protagonisti, discreti ma sempre attivi, della contemporaneità.
   
Il programma culturale del Centro è poi continuato il 19 maggio con una serata L’arcivescovo mons. Mauro Piacenza nuovo segretario della congregazione per il clero.in ricordo di Giorgio Gaber attraverso la presentazione del libro “Non fa male credere. La fede laica di Giorgio Gaber”, la proiezione di filmati e la lettura di brani significativi: sono intervenuti l’autore del volume Andrea Pedrinelli, giornalista di “Avvenire”, e l’attrice Rossella Rapisarda.
   
“No, non fa male credere, fa molto male credere male”: parole di una canzone di Gaber che danno il titolo al libro e in un certo senso, ne riassumono il contenuto. Con la chitarra, il Teatro Canzone, l’ironia, un’intelligenza più acuta del suo nasone, Gaber insegna a non credere agli idoli - mercato, conformismo, ideologie, religione interessata. Propone, invece, di credere in un umanesimo nuovo, fatto di appartenenza, capacità di amare - dove la sua fede laica si apre in modo inatteso all’Assoluto. Il 29 maggio il vicedirettore del Tg5 Andrea Pamparana ha presentato “Abelardo. Ragione e passione”. Si tratta del secondo volume della trilogia di ritratti medievali aperta con San Benedetto e che si chiuderà con San Bernardo. Un’efficace ricostruzione biografica che combina una solida documentazione storica con una scrittura giornalistica. Grazie alla capacità dell’autore di ricostruire in modo vivido l’ambiente storico in cui vissero i protagonisti delle travagliate vicende legate ad Abelardo, il lettore può incontrare la figura umana di Abelardo, “nostro contemporaneo”.
   
Il 31 maggio Toni Capuozzo, vicedirettore del Tg5, ideatore e condutture di “Terra!”, ha offerto al pubblico la sua ultima fatica letteraria “Adiòs. Il mio viaggio attraverso i sogni perduti di una generazione”. È il racconto dell’esperienza giornalistica di Capuozzo in Centro America, alla fine degli anni Settanta. “Milano-Bagdad. Diario di un magistrato in prima linea nella lotta al terrorismo islamico in Italia” è stato presentato da Stefano Dambruoso, sostituto procuratore di Milano, il 20 giugno. I partecipanti all’incontro hanno potuto conoscere la reale entità del pericolo e in quali direzioni si stanno muovendo gli inquirenti, quali sono le persone che contano all’interno della rete di moschee e centri di aggregazione musulmana, quali le zone a più alto rischio di attentati di questi mesi. Le indagini condotte negli ultimi anni hanno fornito un quadro inquietante.
   
A chiudere gli incontri del primo semestre 2007, il giornalista e conduttore televisivo Antonio Lubrano che il 23 giugno, ha presentato i suoi due libretti “Ci vorrebbe un’amica: La banca si offre. Ma lo è davvero?” e “La spirale del salumiere. C’è un nemico in agguato: l’usura”, due strumenti di legittima difesa al servizio del cittadino, uno dedicato al rapporto con le banche e il secondo all’usura.

Michelangelo De Donà

 

 

.: I Missionari, Servi di Giovanni Paolo I

  

   I Missionari, Servi di Giovanni Paolo I in Gilford (USA) hanno un Centro Papa Luciani per i poveri e pubblicano una rivista quadrimestrale che imita da vicino la nostra, ma con una propria originalità. È giunta ormai al 18o anno, riporta articoli tradotti dall’edizione italiana, o direttamente dall’Opera Omnia, ed è arricchita di numerose belle foto che documentano l’attività intensa di quei volontari a favore di giovani ed adulti, nell’ambito della catechesi e della promozione culturale. Riportiamo qui sotto l’apertura del numero di marzo della bella pubblicazione...