HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXIV - gennaio 2007- n. 1

Non solo parlare, ma fare la pace

#2 Il mondo sia la casa della pace

#3 I chierichetti

#4 Chiedevano quando sarebbe ritornato

#5 L'invenzione del cellulare

#6 "Fortunato che è venuto, Fortunato!"

#7 Chiusa l'inchiesta diocesana

#8I vescovi polacchi e l'uomo senza testa

#9 Nel nome della FEDE

#10 il premio "Angelo che sorride" alla memoria di papa Luciani

#11La riflessione del Direttore

Due episodi della vita di papa Luciani

Incontri culturali

 

.: Non solo parlare ma fare la pace
Gli esempi di Gandhi e di Luther King

di Albino Luciani

 
il cardinal Luciani stringe la mano ad un paziente   
La “giornata della pace” non è solo una breve parentesi nell’anno; apposta viene celebrata in apertura d’anno, per indicare che la celebrazione dovrebbe prolungarsi nei mesi seguenti, diventando movimento di pensiero e di azione con servizi di stampa, conferenze, incontri, convegni e dibattiti. Cosa si dovrebbe fare in questi dibattiti? Tento di accennarlo.
   
Prima cosa da fare: propagandare la «teologia della pace». Quando apparve la Pacem in terris di papa Giovanni, fu grande la meraviglia di molti nel sentire che indovinatissimo era ciò che avevano detto i papi da Leone XIII a Pio XII. In realtà, non si può capire il cristianesimo, se non si capisce che in esso la pace ha un ruolo fondamentale. Nella Bibbia la parola Sàlom (pace) è una parola-chiave. La si adoperava tra gli ebrei a dire “buongiorno” o “arrivederci” sia in conversazione che per lettera. Indicava quanto di meglio si poteva desiderare: benessere nell’esistenza di ogni giorno, stato dell’uomo che vive in armonia con la natura, con gli altri, con se stesso, con Dio. In concreto, pace era benedizione, riposo, gloria, ricchezza e vita. Il Levitico (Lv 26,3-13) ricorda le seguenti componenti di pace: pioggia, raccolti abbondanti, nessun nemico che faccia paura, non più bestie nocive, la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Componente essenziale della pace è la giustizia: dove non c’è giustizia, non c’è vera pace (Is 9,5-7; 60,17). Se Israele avesse obbedito ai comandamenti di Dio - dice Isaia - avrebbe avuto pace come un fiume, che scorre (Is 48,18). Le parole con cui papa Giovanni apre la Pacem in terris continuano questo pensiero: “La pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio”. Il messia è il “principe della pace” e nel suo regno ci sarà pace senza fine (Is 9,5ss). Nel Nuovo Testamento la pace ha anche un significato soprannaturale: indica la gioia, che provano le persone della Trinità nel vivere compenetrate insieme. Cristo, Dio e uomo, possiede questa gioia; gioia e pace - dice s. Paolo - che “supera ogni intelligenza” (Fil 4,7). Cristo la trasmette a quelli che credono in lui: “Vi lascio la pace; vi do la mia pace” (Gv 14,27). Suo scopo dichiarato è “riconciliare tutte le cose, tanto quelle sulla terra, quanto quelle nei cieli, attuando la pace mediante il sangue della sua croce” (Col 1,20). In questo senso noi abbiamo pace, se partecipiamo alla pace di Dio, ammessi nella sua intimità. E, una volta ammessi, non dobbiamo tenerci questa pace per noi: «Beati i facitori di pace, perché essi saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Cristo ci vuole più avanti ancora: «Udiste che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non tener testa al malvagio. Invece, se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5,38-39). L’amore fraterno dell’artigiano di pace non conosce frontiere, congloba anche gli avversari: «Udiste che fu detto: amerai il tuo prossimo, ma non sei obbligato ad amare il tuo nemico. Io però vi dico: amate i vostri nemici. Se infatti amate quelli che vi amano, quale ricompensa meritate? Non fanno altrettanto anche i pubblicani?... Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,43-48). Il dono divino della pace nel pensiero di Cristo, deve, dunque, applicarsi a tutte le relazioni tra uomini ed essere impregnato d’amore fraterno.

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Seconda cosa da fare: diffondere una coscienza universalistica, la coscienza cioè che tutti siamo cittadini del mondo e che molti problemi oggi si possono risolvere soltanto su piano mondiale. Ne è prova il problema, che ci attanaglia, dell’energia. Dal 1960 in poi c’è stato un vertiginoso aumento dei consumi del petrolio senza che venissero aperte e sfruttate nuove fonti energetiche. A un certo punto gli arabi ci dicono: “Andando di questo passo, il petrolio non c’è per tutti; bisogna darlo misurato, a prezzi maggiorati”. Che fare? Sarebbe pazzia, se gli stati si mettessero in testa di scannarsi per il possesso di quei pozzi preziosi. Bisognerà, invece, che essi si mettano attorno a un tavolo e, fatti bene i conti, decidano di accontentarsi, finché non si scoprono nuove fonti di energia, di meno petrolio; di sottomettersi tutti a dei sacrifici, di rivedere i loro modelli di vita civile ed economica; di risparmiare energia e soprattutto di non sprecarla in cose inutili come i grandi e costosissimi armamenti, che, invece di risolvere, aggravano le questioni. I popoli cristiani dovrebbero essere i primi a capirlo: «Voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8) ha detto loro Cristo. E poi ne va del loro interesse. Le riserve di petrolio sono per due terzi nel Medio Oriente, l’altro terzo spetta a Russia, America ed Africa. All’Europa tocca, pare, appena lo zero virgola sei per cento. È la volta buona per gli stati europei di non guardarsi più in cagnesco e di fare, finalmente, quest’Europa unita, passo tanto importante per l’unità della famiglia umana. Il concilio, sviluppando il pensiero cristiano, ha raccomandato ai fedeli «la volontà di una pronta collaborazione con la comunità internazionale, a cominciare dal proprio ambiente di vita. Si abbia cura - ha detto - di formare a ciò i giovani, impartendo loro l’educazione religiosa e civile». E ancora: «Il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità, e condotto con la opportuna prudenza, non esclude nessuno... (neanche) coloro che si oppongono alla chiesa e la perseguitano in varie maniere... siamo tutti chiamati ad essere fratelli. E perciò - senza violenza e senza inganno, possiamo e dobbiamo lavorare insieme alla costruzione del mondo nella vera pace».

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Terza cosa da fare: resistere a tutte le suggestioni, che si oppongono ai principi dell’amore fraterno e dell’universalismo! Resistere alla tentazione dell’odio. Non so come ci siano tra noi dei cattolici che si professano cattolici e che accettano queste parole di Che Guevara: «L’odio intransigente del nemico... trasforma in una efficace, violenta e selezionata macchina per uccidere. Noi... dobbiamo essere così: un popolo senza odio non può trionfare su un nemico brutale». Resistere alla tentazione della rivoluzione “facile”. Oggi parecchi cristiani si dichiarano nello stesso tempo contrari alla guerra e favorevoli alla rivoluzione anche violenta. S’illudono e si contraddicono. La rivoluzione - di solito - scatena istinti, odi, rivalità, disordini, che equivalgono agli effetti della guerra, specialmente se fatta nei paesi industrializzati. Spesso poi adopera gli stessi metodi che vuole rovesciare, accetta la vittoria del più forte, cambia semplicemente i mali e i dominatori invece di toglierli. È vero che accanto all’obbligo cristiano della non violenza c’è l’obbligo evangelico di amare efficacemente il prossimo e che solo l’intervento della forza rende talora efficace tale amore. È vero, ma la forza non è sempre necessariamente rivoluzione e neppure violenza. Può invece essere una serie di riforme energiche, può essere forza lo stesso amore. Si chiedeva lo staretz Zosima: «Bisogna ricorrere alla forza o all’umile amore? ». E rispondeva: «Usate sempre questo amore, e potrete sottomettere il mondo intero. L’umiltà piena d’amore è una forza terribile, che non ha l’eguale”. Gandhi e Luther King l’hanno dimostrato: sia pure in situazioni particolari, essi hanno dispiegato una grande forza contro la non violenza.

O.O. 6 pag. 270-273

--- Speranza e responsabilità ---

    “Che il mondo sia la casa della pace”. Questo l’auspicio di Giovanni XXIII nella “Pacem in terris” , ripreso dal vescovo Luciani (Vazza pag. 3). È la speranza che l’umanità si faccia “famiglia”, la “famiglia dei figli di Dio” (Taffarel pag. 4). Ed è richiamo alla responsabilità che incombe su ciascuno di noi di essere, come Lui ci ricorda, “facitori di pace” (pag. 1). Un ostacolo a questo riguardo, osserva don Licio, è l’uso esagerato del cellulare che isola, mentre serve il dialogo paziente, del quale Luciani diceva “Noi non cresciamo mai così tanto come quando siamo in conversazione familiare” (pag. 9). Sappiamo per esperienza che oggi, non solo il cellulare ma i ritmi di vita e la cultura dell’individualismo esasperato rendono faticoso il rapportarci reciprocamente nella verità e nella carità, anche all’interno della famiglia. Ma solo così cresce la pace. Il card. Medina Estevez, ricordando papa Luciani “pieno di distacco da se stesso e di sincera umiltà” (pag. 12) ci offre un’altra pista nella faticosa gestazione di un domani di pace, mentre i due interventi del prof. Brisol (pag. 5) e del dott. Arrigoni (pag. 12) sottolineano l’attenzione all’uomo, nella schietta amicizia e nella generosa condivisione delle prove della vita; strade anche queste per le quali cammina la pace. Non sembri inutile infine osservare quanto contribuisca ad un futuro di pace il servizio educativo e culturale del nostro Centro, come ci è dato di conoscerlo, da queste pagine che, di trimestre in trimestre, teniamo in mano. Speranza e responsabilità dunque: ne siamo consapevoli.
Mario Carlin

 

.: Il mondo sia la casa della pace

Il cardinale Albino Luciani e Antonio Poma (Bologna) al tavolo della presidenza della Cei a Roma. Mentre Poma era Presidente, Luciani è stato vicepresidente della Cei, dal  1972-75.   In soli cinque anni di Pontificato (1958-1963), Papa Giovanni XXIII scrisse otto Encicliche. Le più famose sono: “Mater et Magistra” (1961) e “Pacem in terris” (1963). Don Albino Luciani, uno dei primi vescovi consacrati da lui, nella Basilica Vaticana nel 1958, fu subito entusiasta del nuovo Papa e volle illustrare queste due Encicliche, con il suo inconfondibile stile semplice e chiaro. Scrive nel 1963: “La Mater et Magistra può essere considerata ponte verso il mondo. Vi si parla, tra l’altro, degli squilibri tra paesi progrediti e paesi sottosviluppati. Noi siamo responsabili dei paesi sottosviluppati, dobbiamo aiutare”. E continua: “La Pacem in terris invece è la prima Enciclica in cui un papa si rivolga a tutti gli uomini di buona volontà, al di qua e al di là delle frontiere della Chiesa cattolica”. Parlando ad un gruppo di Laureati Cattolici, Luciani spiegherà meglio le due Encicliche e dice: “La Mater et Magistra non è un programma politico, ma un documento dottrinale della Chiesa, il quale contiene alti giudizi morali su problenii economico- sociali”. E sottolinea alcuni principi animatori dell’Enciclica: “Principio fondamentale è l’antropocentrismo. Esso sembra il filo conduttore, il cavallo di battaglia: al centro sta la persona umana! La libertà è bella, la proprietà è sacrosanta, lo sviluppo economico è qualcosa di magnifico, ma a patto che libertà, proprietà e sviluppo economico siano retaggio e godimento di tutti, anche dei più umili e piccoli”. E continua: “Altro principio è la solidarietà. Siamo tutti in una stessa barca. Anche quelli dell’Africa e dell’Asia! Non possiamo quassù goderci tranquillamente il ‘miracolo economico’, se laggiù si sta morendo di fame. Siamo responsabili dei popoli sottosviluppati”. Altro principio è la gerarchia dei valori: “Prima e al di sopra, lo spirito e l’anima; l’economia viene dopo. Non capovolgiamo, per carità! Se no, ci troveremo giganti nel mondo fisico e pigmei nel mondo soprannaturale ed eterno”. Inoltre l’Enciclica ribadisce che la riforma delle strutture poco serve, se non c’è la riforma dell’uomo: “Nel mondo non vi sarà né giustizia né pace, finché gli uomini non ritornino al senso della dignità di creature e di figli di Dio”. Questa è l’anima dell’Enciclica, afferma Luciani. Parlando poi dell’Enciclica “Pacem in terris”, Luciani ricordava l’accoglienza favorevole dei grandi. John Kennedy dichiarava: “Come cattolico, sono fiero dell’Enciclica; come americano, ne cavo delle lezioni”. Così U. Thant, segretario dell’Onu, esaltava “la grande saggezza, la chiaroveggenza e il coraggio” del Papa con la sua Enciclica. Ma qual è il contenuto di questa Enciclica? Risponde Luciani nel 1973: “Il mondo è la nostra grande casa; desiderio di tutti è che essa sia la casa della pace senza più paure, risse e guerre. È possibile? Senz’altro, perché Dio che ci ha dato la casa, ha anche preparato opportune norme per il suo buon ordine. Tutto sta a scoprirle e osservarle. La regola per la pace è semplice: bisogna convivere nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà”. La Verità: siano riconosciuti e rispettati i reciproci diritti e vicendevoli doveri. La Giustizia: adempiere lealmente i propri impegni e doveri; dare a ciascuno il suo. L’Amore: sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui; rendere gli altri partecipi dei nostri beni; mettersi nella pelle degli altri. La Libertà: non fare solo perché gli altri vogliono si faccia; non andare solo perché gli altri vanno... Molti altri problemi contiene l’Enciclica: il binomio autorità e obbedienza; gli squilibri sociali, lo spreco da una parte e la fame dall’altra; la soppressione delle libertà, in primis quella religiosa ecc. “Lasciatemi concludere come segue - dice Luciani. Se è vero che il mondo è la nostra grande casa e se non vogliamo che essa diventi la torre di Babele, ci conviene di cercare tutti, specialmente quelli che comandano, di avere il cuore, il buon senso e la fiducia in Dio di papa Giovanni. Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Ps.127).

Cesare Vazza


.: I chierichetti


chierichetti    Era consuetudine organizzare ogni anno, dopo i congressini foraniali, il Congresso Diocesano dei chierichetti: un mare di vestine bianche di schiere di ragazzi vispi e buoni, un coro di voci argentine, era l’avvenire del Seminario e della Diocesi. E il vescovo Luciani incoraggiava i sacerdoti ad assistere la associazione parrocchiale dei chierichetti. “I semi, diceva, si devono seminare... e poi diventeranno pianta da frutto...; accanto al sacerdote vedo naturalmente esistere la schiera dei chierichetti e succede la storia della banana, che non muore se prima non ha dato la vita ad una nuova pianta”. I chierichetti riempivano la cattedrale di Vittorio Veneto; si poteva vederli seduti anche attorno all’altare, ai piedi del Vescovo che dialogava con loro: “Siete venuti da tutte le parrocchie della Diocesi e ciascuno diceva: io sono della parrocchia di, ...io della parrocchia di... Ora che siete qui attorno all’altare, l’io è stato abbandonato ed è venuto fuori il noi; ora siamo Chiesa, la famiglia di Gesù, gli amici amati da Gesù, siamo la presenza di Gesù. - È bellissimo essere famiglia, uniti, come a casa con papà, mamma e i fratelli, commentò un chierichetto. - È vero, anche a me non piace sentirmi solo e abitare da solo lassù nel Castello... Noi non siamo persone solitarie, disperse, isolate; noi siamo figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, siamo la famiglia di Dio, e come famiglia dobbiamo figurare, almeno in certe circostanze. Ora, c’è un mezzo che serve aquesto scopo e permette di realizzare qualche saggio di una splendente nostra vita comunitaria, ed è la celebrazione e la partecipazione alla Messa. - Ma Gesù è presente in mezzo a noi... con la sua Parola, nella Eucarestia... - Ma bravo «Bada! - diceva S. Agostino - non è Pietro, non è Paolo che battezza, come parrebbe: è Cristo che battezza». «State attenti! - dice il concilio Vaticano II - il Vangelo non solo contiene la parola di Cristo, è parola viva di Cristo, il quale, al momento della lettura, torna in mezzo a noi!». La Messa mostra riunita la famiglia spirituale e la preghiera liturgica è comunitaria in sommo grado... - Il nostro parroco ci ha insegnato che nella Messa egli prende le preghiere di tutti, ne fa come un mazzo di fiori e le presenta insieme al Signore. - La Messa non esprime solo i bisogni piccoli e personali di questo e di quello, ma essa sale in alto, proclama la lode a Dio e chiede grazie, che sono necessarie a tutti: di fare il bene, di perseverare, di fuggire il peccato, di avere sani la mente e il corpo. Ed il sacerdote presenta a Dio le preghiere che tutti insieme offrono a Dio. - Il nostro parroco non vuole vedere durante la Messa qualcuno fermarsi davanti all’altare di S. Antonio o della Madonna o di Santa Rita... - La Messa, a differenza delle preghiere private, non si ferma a S. Antonio o a S. Rita, ma li oltrepassa tutti, arrivando fino a Dio Padre; non vede solo il piccolo ambiente privato, ma spazia sul mondo intero, dove Cristo è nostro mediatore, i santi nostri amici, la Chiesa nostra famiglia. Nella Messa si adopera raramente il pronome «io», ma quasi sempre il pronome «noi» e perciò ama l’assemblea numerosa. Per questo il concilio raccomanda di preferire alla celebrazione liturgica singola e quasi privata la celebrazione comunitaria, cui cioè i fedeli accorrono numerosi e partecipano attivamente. Ciò vale per i sacramenti; meglio quindi dare, ad esempio, una prima comunione od una cresima a parecchi bambini e con la chiesa piena di popolo che non amministrare quei due sacramenti un giorno ad uno, un altro giorno ad altri due, poi ad altri pochi ancora per accontentare - senza motivo giusto - una sola famiglia. Quello che si dice della prima comunione e della cresima vale per il battesimo, per il matrimonio, per l’ufficio divino, ma soprattutto per la S. Messa. - Sì, sì, anche il mio cappellano ci insegna così, ripete sempre la parola “partecipare”... non star a guardare o solo fare bene le cerimonie... - Voi siete le persone più vicine all’altare, siete preparati a “servire” la Messa,... Ora avete imparato a “partecipare” alla Messa con una “mentalità nuova”. - Ma mia mamma dice che hanno cambiato la Messa... - No, no... senti questa storia. Una tartaruga passava in campagna la sua vita tranquilla. Un giorno le arrivò l’invito di una sua cugina che abitava in città, perché andasse a trovarla. Spinta dal desiderio di vedere un po’ il mondo, la tartaruga campagnola accettò l’invito. La distanza non era grande, ma per la tartaruga era già un bel viaggio e pensò di farcela in breve tempo E al mattino si mise in viaggio. Pensò: col mio passo sicuro e tranquillo prima di mezzogiorno sarò arrivata, giusto il tempo per mettermi a tavola. Cammina e cammina... a mezzogiorno la tartaruga aveva percorso appena qualche centinaio di metri e sbottò quando sentì battere mezzogiorno dal campanile: Che stupido campanile! Non sarà neppure un’ora che mi sono mossa da casa...! Gli orologi sono tutti matti! Cammina, cammina... il sole tramontò e le stelle spuntarono e la tartaruga ancora in viaggio, si mise a gridare arrabbiata: Il mondo non è più quello di una volta! Il sole tramonta più presto e le stelle spuntano fuori orario e le giornate non sono più di 24 ore! E borbottando, riprese il cammino, maledicendo la strada, troppo sassosa e storta”. Vedi, la Messa è ancora quella di prima: la grande preghiera di Gesù con noi; solo è cambiata la lingua non più il latino, ci sono più brani della Bibbia, si da importanza alla partecipazione: i lettori, i cantori, le risposte dei cristiani, la preghiera dei fedeli... - Ma è diventata lunga, sempre quella e mi stufo... - Per fortuna che è sempre quella... non è un gioco, ma è Gesù che ti vuole sempre bene... la mamma non si stufa mai di dirti che ti vuol bene e tu sei contento che te lo ripeta tante volte... nella Messa Gesù non si stanca di offrire la sua vita per nostro amore... Ed ora a tutti manifesto un desiderio e prego per questo: che non qualche chierichetto “serva la Messa”, ma diventi sacerdote che “celebra” la Messa. Ci sarà qualcuno tra di voi? - Siiii, fu la risposta che si levò alta nella Cattedrale.

Taffarel don Francesco

.: Chiedevano quando sarebbe ritornato

 Il gruppo che ogni mese si riunisce per riflettere sulla spiritualità di papa Luciani. Nella giornata del 1o incontro si è recato a Canale d’Agordo per un momento di preghiera in chiesa, la visita al Museo e per un cordiale incontro con il fratello e familiari di papa Luciani.   Il vescovo Albino Luciani era particolarmente affezionato all’Ospedale di Conegliano. Infatti ogni anno Egli praticava una visita pastorale in tale sede. Già all’ingresso delle sale di degenza Egli appariva col viso sorridente e portava il suo saluto ed il suo interessamento per i malati, accostandosi ai letti e sostava presso i degenti più sofferenti specialmente nel reparto pediatrico, o nelle sezioni ove c’erano malati di tumori. Egli chiedeva informazioni sullo stato di malattia, sulla prognosi. Egli rivolgeva parole di conforto e di sostegno. Sempre con il sorriso concludeva la visita con un augurio ed impartiva la paterna benedizione. Era tale l’accoglienza riservata al presule che addirittura gli infermi chiedevano talora informazioni sulla salute del Vescovo. La distanza tra malati e Vescovo ben presto si accorciava e molti chiedevano quando sarebbe ritornato. Alla conclusione si creava uno stato di serenità, di fiducia e simpatia. Il giorno 3 febbraio 1968, festa di San Biagio, Albino Luciani intervenne nel nostro Ospedale per la consacrazione della nuova cappella e per la benedizione del nuovo reparto otoiatrico. Durante la Messa veniva praticato il tradizionale incrocio dei ceri sul collo in corrispondenza della gola. All’omelia il Vescovo rivolto ai fedeli disse: “cari fratelli i miracoli attribuiti a S. Biagio fanno parte della leggenda, però se alcuni di voi avranno male alla gola o agli orecchi Vi raccomando rivolgetevi ai qui presenti medici ed al personale specializzato e se volete pregate S. Biagio affinché guidi la mano dei medici nei momenti di maggiore difficoltà”. Ascoltando tali parole rimasi un po’ meravigliato. L’illustre presule superdotato di intelligenza e memoria poteva fare tale dichiarazione. Grazie alla sua cultura ed all’illuminato pensiero riusciva più di ogni altro ad essere compreso ed entrare nel cuore dei pazienti.
G.B.

.: L’invenzione del cellulare

 Foto di gruppo dei volontari e volontarie del Centro in pellegrinaggio al Santuario Mariano di Monte Santo (Slovenia) il 10 ottobre 2006.    Caro don Albino, sai che da tanti anni collaboro con “Il Resto del Carlino” e così ogni domenica ho l’opportunità di predicare a migliaia di persone anche dal pulpito di un giornale laico. Sei stato anche tu ad incoraggiarmi in questa scelta e a distanza di tempo non solo ti devo ringraziare, ma sono più che convinto che una chiesa “missionaria” non può accontentarsi - anche con i mezzi d’informazione - di “convertire i convertiti”, di parlare alla gente in chiesa o al massimo attraverso la stampa, la radio e la televisione delle chiese locali. Nella rubrica “Lo Spunto” della redazione di Rovigo e Ferrara, all’indomani di una vacanza che avevo trascorso con adolescenti e ragazze fra Agordo, Falcade e Canale, ho preso al volo una sensazione pesante che rischiava di compromettere una splendida esperienza di contatto con la natura e di vita comune. Ero tremendamente infastidito e preoccupato dall’uso esasperante dei telefonini, di quei sempre più sofisticati “cellulari” che catalizzano totalmente i giovanissimi e che per i non più giovani stanno diventando un tormentone. Mi chiederai se e come ne abbiamo parlato con loro, i ragazzi, e vorrai sapere come la pensano. Sull’argomento si esprimono a monosillabi, anzi ti rispondono “pistolando” in continuazione fra messaggini, giochi e altre diavolerie. Mi è scappato perfino di dire che allora il cellulare l’ha inventato il demonio, il tentatore per eccellenza, l’avversario di Dio e dei suoi figli migliori, colui che gode nel dividere e nel separarci dal Signore. Sulla conversazione familiare hai scritto, parlato e più ancora agito con grande convinzione; sapevi mettere a proprio agio chiunque e, se hai tenuto a lungo e più volte anche me a dialogare nel tuo studio in patriarcato a Venezia, vuol dire che la tua pazienza era grande almeno quanto l’esperienza che “noi non cresciamo mai così tanto come quando siamo in conversazione familiare”. Sono parole tue che non ho più dimenticato e che volentieri trasmetto ancora agli amici. Il telefonino usato in continuazione invece isola e divide, mette in comunicazione le persone lontane e trascura quelle vicine, privilegia gli assenti e ignora i presenti. L’attenzione e l’amore al prossimo vanno così a farsi benedire, mentre i richiami alla buona educazione e i consigli per dialogare soprattutto in famiglia non fanno cambiare un’abitudine quando è entrata nel sangue. Il cellulare è diventato una droga, perché usandolo esageratamente si giunge al punto da non poterne più fare a meno e ti pulisce anche le tasche. Prima di giungere al punto di non ritorno è il caso d’avere un sussulto di saggezza e dignità di cui sono capaci sicuramente anche i ragazzi. Da una sofferta esperienza sappiamo che quando questo telefonino servirebbe davvero, non c’è, o spiega che il cliente non è raggiungibile o potrebbe avere l’apparecchio spento. Una scoperta bella e utile che non dovrebbe mai umiliare chi ci vive accanto.

Tuo don Licio



.: “Fortunato che è venuto, Fortunato!”

Il Patriarca Luciani amministra la Cresima a Fortunato, il ragazzo che lo ha “aiutato” nell’omelia.    “Cari ragazzi! Tra qualche momento io avrò il piacere di imporvi le mani nel conferire la S. Cresima. Io spero che siate già preparati e sappiate che la Cresima non è soltanto un punto di arrivo, ma è un punto di partenza. Si parte dala Cresima per il viaggio della bontà, per il viaggio della testimonianza. Il vostro Parroco all’inizio della S. Messa ha detto:

   «Ragazzi della Cresima dovete testimoniare... ma soprattutto con la carità, con l’amore, cioè amare Dio e il prossimo». Poi il Patriarca chiama a sé un ragazzo. “Vieni un po’ qui... tu... Non aver paura... Come ti chiami?”. E il ragazzo risponde: “Fortunato”. E il Patriarca: “Fortunato anch’io, che è venuto Fortunato!” (e sorride...). Domanda del Patriarca: “Amare Dio, poco o tanto?” . Risposta del ragazzo: “Tanto!”. Il Patriarca continua: “E non si può trattare il Signore come un povero Lazzaro! Qua... ma sì Signore, te la dò un po’ di Messa alla festa. Accontentati! No! No! No! Bisogna trattarlo bene il Signore. Non basta la Messa festiva, occorrono le buone opere”. Domanda: “A scuola ci vai?”. R. “Sì”. “Star attento... studiare... Mamma e Papà ce li hai?”. R. “Sì”. “Bisogna obbedire. Amici cen’hai?”. R. “Si”. “Essere gentile, generoso, leale con gli amici. Tu che sei piccolo e noi che siamo grandi. Fare le buone opere. Questo è l’amor di Dio. Non poco, ma tanto. Hai capito?”. R. “Sì”. “E amare soltanto Dio o anche il prossimo?”. R. “Anche il prossimo”. “Tu ce li hai gli amici?”. R. “Sì”. “Dobbiamo amare solo gli amici o tutti?”. R. “Tutti”. “E se c’è qualche faccia poco simpatica, cosa facciamo, lo amiamo o no?”. R. “Lo amiamo”. “Ma bisogna amarlo, anche se si fa tanta fatica! Il Signore ha detto: «amalo per amor mio». Ha detto che bisogna amare anche gli stessi nostri nemici. È difficile, sai! È molto difficile, però bisogna imparare a fare anche questo: amare le facce poco simpatiche, quelli che sono contrari a noi, che ci hanno fatto del male... ricordati! Tu non hai nessuno che ti ha fatto del male?”. R. “No”. “Ma quando si diventa grandi...! S. Francesco di Sales diceva: «Siamo andati fuori per la strada. Non ho incontrato neanche un leone, neanche una pantera, neanche un orso, niente. Ma tante mosche, tante zanzare, qualche pulce - ha detto - qualche volta». Hai capito?... Noi non incontriamo i grandi avversari, gli orsi però qualcheduno che ci punzecchia, che ci disturba, sempre lo troviamo. Bisogna essere generosi, perdonare, amare... d’accordo?”. R. “Sì”. “Essere fermi o andare avanti nelle buone opere?”. R. “Andare avanti”. “Avanti! Che classe fai?”. R. “La quinta”. “E ti fermi o il prossimo anno che classe vuoi fare?”. R. “La prima media”. “E finita la prima media, che cosa farai?”. R. “La seconda...” “Me l’ha detto, ma io lo sapevo già... prima, seconda, terza, avanti, avanti! Perché così ci ha fatti il Signore. Avanti, non fermarsi. Quanto sei alto?”. R. “Un metro e quaranta”. “Vuoi sempre restare un metro e quaranta o quando sei giovanotto, vuoi essere un metro e sessanta, settanta?”. R. “Anche di più”. “Vuoi crescere anche di più! Siamo fatti così: vogliamo andare avanti vogliamo crescere. Ma il Signore dice: «Crescere, ma non soltanto nella scuola, nella statura, ma crescere anche nella bontà». Andare avanti! Amare di più il Signore. Oggi più di ieri, domani più di oggi e avanti! Fare uno sforzo per essere sempre migliori. Sei stato su stanotte a vedere la partita?”. R. “No”. “Chi ha vinto?”. R. “L’italia”. “Questo lo sai! Appena svegliato ha chiesto “chi ha vinto?” ... Quindi hai fatto il tifo anche tu un po’. A me piace che abbiano un po’ di passione per queste cose nazionali, specialmente quando sono buone come lo sport. Però solo per lo sport, per il calcio, o anche per la virtù, per la scuola, per lo studio, bisogna fare il tifo?”. R. “Per tutto”. “Eh, allora siamo d’accordo?”. R. “Sì”. “lo ho finito la predica. Hai proprio imparato? Speriamo di sì. Tanto o poco amare il Signore?”. R. “Tanto”. “Solo il Signore o anche il prossimo?”. R. “Anche il prossimo”. “Solo i simpatici o anche quelli che ci sono poco simpatici?”. R. “Tutti quanti”. “E fermarsi o progredire?”. R. “Progredire”. “Solo nella statura o anche nella bontà?”. R. “Anche nella bontà”. “Avete imparato?... voi altri?”. R. “Sìì!” “Siamo d’accordo?”. R. Sìì!!!”. “Ah! Anche lui è d’accordo!... Anche tu sei d’accordo?” R. “Sì”. “Hai visto? Allora siamo tutti d’accordo! Alzatevi ragazzi!!”.

 

.: Chiusa l’inchiesta diocesana

Il Vescovo firma i verbali.   Sabato 10 novembre, cosa ci stavano a fare, in Cattedrale, quei tre misteriosi scatoloni disposti con cura sopra un tavolo ricoperto da candida tovaglia? E per di più, in grande evidenza proprio davanti all’altare? Erano già pieni e erano da riempire? Dovevano essere ben importanti se avevano il diritto di occupare quel posto centrale! Questi erano gl’interrogativi che ci ponevamo la sera della vigilia di S. Martino, la sera dei Vespri del Santo che noi bellunesi, di anno in anno ricordiamo per l’armonia degli inni e delle antifone. Ma quest’anno si sarebbe svolta, assieme ai vespri “la sessione di chiusura dell’inchiesta diocesana del Processo di Beatificazione di Papa Luciani”. Dato questo linguaggio inconsueto, pensavamo a una serie di discorsi monotoni, formali, pesanti. Invece: niente di tutto questo. Anzitutto molte delle invocazioni rivolte a S. Martino, combaciavano proprio con don Albino: «Uomo meraviglioso! Non ebbe paura della morte e non rifiutò le fatiche della vita». E inoltre: «Signore, se posso ancora servire il tuo popolo non rifiuto la fatica: sia fatta la tua volontà!». Erano le prime pennellate che tratteggiavano questo nostro fratello.

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Don Enrico Dal Covolo parla alla fine della celebrazione.   Chiediamo al Signore che lo annoveri tra i beati. Ed ecco che il nostro vescovo Giuseppe ci esorta a saperci rispecchiare nelle persone di questa terra avviate sulla stessa strada: padre Bottegal e padre Cappello. Ci esorta a tenerli a modello nella loro umiltà che faceva dire di se stessi: «Su questa polvere il Signore ha scritto». La figura di don Albino ci viene resa ancora più vicina, con pennellate ancora più intense: i suoi scritti. Ecco il grande comunicatore, lo straordinario catechista come emerge da una gustosa pagina di “Catechetica in briciole”, pagina sapiente e viva che ogni catechista, o maestro, o sacerdote deve tenere presente. Un altro brano è preso da un discorso fatto per la beatificazione di Claudio Granzotto, il frate scultore, straordinariamente umile: «Fra Claudio aveva scelto di andare giù. È appunto per questo che noi speriamo di vederlo in su».

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I membri del Tribunale diocesano.   Ci rendiamo conto, a questo punto, che noi tutti: parenti, cristiani venuti da ogni parte e tutti quelli che vedono Telebelluno, siamo lì chiamati ad essere testimoni di un evento unico che chissà quando si verificherà ancora qui a Belluno. Infatti, questi “processi di beatificazione” che si svolgono osservando mille regole e accorgimenti, di solito si tengono nella diocesi in cui il Servo di Dio è morto. Stavolta è stata fatta dunque, un’eccezione e si è svolto qui, nella sua Diocesi di nascita, nella Cattedrale dove ha tante volte celebrato e dove sono state portate le testimonianze raccolte in questi mesi che sono contenute in quegli scatoloni! Avviene una scrupolosa, particolareggiata lettura, intercalata dal giuramento e da firme di un lungo verbale. I verbi sono al passato remoto, ma i gesti si svolgono sotto i nostri occhi: il presente diventa storia! Tutti possiamo vedere e constatare che tutta quella documentazione verrà portata a Roma dal postulatore che è don Enrico dal Covolo, feltrino. Gli scatoloni vengono sigillati. Stiamo tutti in assoluto, prolungato silenzio, coscienti dell’importanza e della straordinarietà dell’evento. Rumori inusuali, come lo stridere del nastro adesivo e il picchiare dei timbri, echeggiano nella cattedrale. Rumori banali che assumono la carica di gesti che incidono nella vita del Servo di Dio (don Albino si può chiamare anche così) e nella vita della nostra Chiesa diocesana e di tutta la Chiesa. Tutto si è svolto in un’atmosfera di grande attenzione e di preghiera. Abbiamo percepito la solennità religiosa di un linguaggio che avrebbe potuto essere solo burocratico.

* * *

   Diciamo tra noi: «Abbiamo bussato alla porta del Cielo, presentando questo nostro fratello che, in 33 giorni da Papa, ha edificato la Chiesa col suo modo amabile e innovativo». Quando vengono portati fuori i tre scatoloni, li sentiamo veramente preziosi: il loro contenuto richiede davvero mani pure, parole di verità, cuori sinceri, tanta preghiera. Ci apre il cuore alla speranza l’arioso inno dell’epoca di don Albino: «A Te che trionfi nei secoli...». Ci pare di sentire la sua voce cantare festosa con noi.

A.C.

 

Non possiamo non ricordare che qualche settimana prima della chiusura dell’Inchiesta Diocesana, la Rai aveva trasmesso una seguitissima fiction in due puntate su papa Luciani: tra i 10 e 11 milioni di telespettatori. A seguito di questa trasmissione, il giorno dopo, il sito del Centro Papa Luciani era passato dalle 40/50 visite giornaliere a ben 930! Ciò dimostra quanto la fiction abbia suscitato quantomeno tanta curiosità di conoscere meglio la figura di papa Luciani. Ma posso assicurare che, dalle testimonianze che mi arrivano, non si tratta solo di curiosità, ma soprattutto di desiderio di imitare Luciani nelle sue virtù e nella sua capacità di donare agli altri serenità e speranza. È chiaro dunque che la fiction ha svolto un grande servizio: ha presentato papa Luciani a moltissimepersone che non lo avevano conosciuto o si erano dimenticate della sua esistenza, a causa della brevità del suo pontificato. Né le esagerazioni cinematografiche, forse nate solo dall’uso del particolare linguaggio televisivo, hanno offuscato quell’aspetto di semplicità e di bontà che costituiva il fascino di Giovanni Paolo I. Anzi, proprio questo aspetto è stato evidenziato dalla fiction così che sono passate in secondo piano alcune interpretazioni, pure presenti, che hanno causato qualche riserva. Ma chi ha conosciuto Luciani o chi semplicemente ne ha immaginato la figura, credo si sia trovato davanti ad un ritratto realistico. Che il cammino di santità di Luciani, trovi volontà di imitazione anche nella nostra vita.

Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore

.: I Vescovi polacchi e l’uomo senza testa

    Si mostri con l’azione, e non con le interminabili discussioni, che si crede sul serio e con entusiasmo alle nostre cose! Mons. Ablewicz, vescovo di Tarnow, mi ha detto che i suoi sacerdoti tengono ciascuno 20-25 lezioni di religione alla settimana ai diversi gruppi di fanciulli e di giovani. Il card. Wyszynski ha raccontato di universitari, che fanno a piedi, pregando, il pellegrinaggio alla Madonna di Czestochowa, dove si confessano e ricevono l’eucarestia. “Alla processione del Corpus Domini in Varsavia - ha detto - abbiamo avuto quest’anno 300 mila partecipanti. Le processioni, da noi, sarebbero proibite, ma quale polizia può arrestare 300 mila persone, ben compatte e fiere della loro fede? Solo così, impegnandosi nell’azione, nell’istruzione e nella preghiera, i nostri fedeli possono conservarsi fedeli a Cristo, nonostante le seduzioni, che li circondano da ogni parte”. Ascoltando i due Vescovi polacchi, pensavo che pure da noi oggi la fede si conserva soltanto se la si difende; mi chiedevo anche se, per caso, noi (vescovi, sacerdoti e laici) non sonnecchiassimo in una specie di letargo religioso. Se sì, ma spero di sbagliarmi, la preghiera giusta da fare, sarebbe quella dell’inno citato da s. Paolo: «Svégliati, o dormiente, e sorgi dai morti, e su di te splenderà il Cristo» (Ef 5,14). Una preghiera, dunque che chieda al Signore il miracolo di un forte risveglio; facciamola! * * * Molti non sono creduti neanche quando dicono il vero! Toccò a quel soldato che, ferito ad una gamba, pregò il commilitone vicino di portarlo al posto di medicazione. Accadde, però, che, nel tragitto, una palla di cannone portò via netta la testa del ferito senza che se n’accorgesse il pietoso soccorritore che, arrivato col carico dal chirurgo, si sentì dire: - E che vuoi che faccia a un uomo, cui manca la testa? Solo allora egli guardò il corpo ed esclamò: - Brutto bugiardo! E pensare che m’aveva dato da intendere di essere ferito a una gamba! La via di mezzo sarebbe da scegliere: né la fiducia cieca e limitata ad ogni parola od azione della gente, né la diffidenza esagerata che senza motivi sospetta menzogne in tutti. Evitò la fiducia cieca l’ispettore di polizia, che fece arrestare due individui, i quali, in tuta, caricavano su un camion dei tubi di piombo. “Da che cosa avete arguito che fossero ladri e non operai?” gli fu chiesto. Risposta: “Lavoravano con troppa fretta per essere operai!”. Non evitò, invece, la diffidenza esagerata il medico, che disse al collega: “Non ti faccio il prestito, perché io non mi fido di nessuno. Venisse dal cielo S. Pietro a chiedermi diecimila lire, fornendomi come cauzione la firma della Santissima Trinità, non gli darei un centesimo!”. Diffidente pure Mark Twain, che, in seguito a noiose insistenze, scrisse sull’album di quella signorina: «Non dire mai bugie!» e aggiunse dopo riflessione: «...eccetto che non sia per mantenersi in esercizio!».

O.O. 4, 456-57

.: Nel nome della FEDE

  

Fra i presenti alla conclusione del processo di beatificazione, il fratello Edoardo con don Mario Senigaglia già segretario di Luciani a Venezia.   Un anno fa sembrava quasi un sogno il poter fare un raduno per gli amici di papa Luciani lontano da Canale d’Agordo ed invece, eccoci qua a raccontare il nostro quarto raduno svoltosi a Roma nei giorni 23 e 24 settembre 2006. Il desiderio infatti era quello di poter dare l’opportunità di parteciparvi anche a chi abita nel centro e sud dell’Italia. L’appuntamento era alla Casa del Pellegrino del Santuario del Divino Amore, un luogo veramente bello e accogliente tra le colline romane che ha contribuito a creare il clima del nostro incontro. Alcuni di noi erano già arrivati il venerdì sera ed hanno avuto modo di conoscersi un po’. Ma il giorno più carico di appuntamenti ed anche di emozioni è stato sabato 23 settembre. In mattinata ci siamo ritrovati, vecchi e nuovi amici, intorno alle 10.30. Dopo il saluto iniziale e una breve presentazione da parte di Massimiliano abbiamo cominciato, guidati dal nostro caro don Angelo Lessio, con una preghiera, la lettura di un salmo e l’ascolto di una lettera di Pietro. Dopo la presentazione è stato proiettato un video dove papa Luciani, durante una delle sue udienze, parlava della Fede recitando una poesia del Trilussa. Seguivano altre belle immagini con il sottofondo musicale che rendeva tutto più emozionante e la scritta finale “Mai più un Papa così” vedeva molti di noi con gli occhi lucidi. Dopo di ché don Angelo ci ha proposto una riflessione proprio sulla fede. C’è stato poi un momento di condivisione di esperienze personali sul proprio rapporto con papa Luciani e quella di Piera ha particolarmente coinvolto e commosso tutti. Intorno alle ore 12.30 abbiamo avuto anche la visita del ministro Pecoraro Scanio che ha voluto presenziare, anche se per poco, al nostro raduno e c’ha esortati a continuare a tenere vivo il ricordo e gli insegnamenti di papa Luciani. Assieme al ministro abbiamo visto un altro breve video delle udienze più significative quando, anche con l’aiuto di alcuni bambini, Albino Luciani continuava seppur da Papa a fare la sua catechesi in maniera semplice ma efficace e coinvolgente. Alle 14.30 poi il gruppo si è diretto con un pullman privato verso il Vaticano dove uno dei partecipanti, Luigi Felicioni, ci ha fatto da Cicerone in maniera eccellente. Quando siamo arrivati sulla tomba di Papa Luciani abbiamo prima pregato assieme e poi ognuno ha potuto farlo in maniera personale. Essere lì e pregare insieme è stato importante! Era come dire: “Eccoci, siamo noi, i tuoi amici, e siamo qui per ricordarti che ti sentiamo vicino e per ringraziarti per quello che sei stato”. La nostra visita poi è proseguita naturalmente sulla tomba di papa Wojtyla e degli altri Papi e poi nella Basilica di San Pietro. Uscendo abbiamo incontrato la nipote, Pia Luciani Basso, che ci aspettava per unirsi al nostro gruppo. Per chi non la conosceva è stato un momento emozionante soprattutto perché si è trovato di fronte una donna semplice, molto disponibile, con gli occhi che sorridono e che ricorda anche nei tratti del volto quelli del nostro caro Papa. Alle 21 è arrivato il momento forse più atteso: la testimonianza di Pia. Mentre lei parlava dello zio, del rapporto particolare che aveva con lui, di alcuni aspetti del suo carattere, di episodi meno conosciuti della sua vita e di molto altro, gli occhi di tutti erano fissi su di lei e nessuno riusciva a distogliere lo sguardo. Anche durante il breve dibattito che ne è seguito e alle domande che le sono state poste, la signora Pia ha risposto in maniera cordiale, chiara e precisa. Alle 22.30 abbiamo dovuto lasciare il posto alla preghiera conclusiva del nostro incontro. Preghiera che è stata fatta accendendo a turno una candela e leggendo l’invocazione per varie categorie di persone, proprio per dare il segno che Cristo è la luce della nostra vita e la preghiera comunitaria con e per i fratelli è un momento importante.

Massimiliano Piovesan
coordinatore
Elisabetta Fontana
segretaria

.: Il Premio “Angelo che sorride”
alla memoria di papa Luciani


   
Si è celebrata domenica 19 novembre alle ore 15.30 la Consegna del premio “Angelo che sorride”, organizzato dal patriarcato di Venezia alla memoria del servo di Dio Albino Luciani - papa Giovanni Paolo I. Un gruppo di giovani del patriarcato, coordinato da mons. Ettore Fornezza, fondatore dell’Oasi “Papa Luciani” a Ghisel, nell’Agordino, ha organizzato la cerimonia che si è tenuta nella sala congressi dell’Hotel Nh laguna Palace Mestre-Venezia alla presenza di 500 persone e di molte autorità, tra cui il rappresentante del Sindaco, l’assessore alle politiche sociali Miraglia, il rappresentante del questore di Venezia. A rappresentare il Patriarca, mons. Antonio Meneguolo, moderator Curiae e il vicario generale emerito monsignor Giuseppe Visentin, che ha anche contribuito all’organizzazione del premio assieme al Centro di spiritualità e cultura “Papa Luciani” di Santa Giustina. Sono stati premiati, alla presenza del cardinale Jorge Arturo Medina Estevez, il senatore Giulio Andreotti; Hala Keyrouz Ticozzelli, console del Libano accreditato presso la Santa Sede (sezione diplomazia- carità), Giorgio Capitani (sezione regia), l’attore Jaques Sernas (sezione recitazione), il vaticanista Vittorio Citterich (sezione giornalismo), Nicoletta Orsomando (sezione carriera televisiva), Suor Germana (sezione famiglia-arte gastronomica), monsignor Eugenio Ravignani, vescovo di Trieste (sezione religione) e l’avvocato Tina Lagostena Bassi (sezione giustizia). Cerimoniere e presentatore ufficiale Marco Eugenio Brusutti, che ha fatto la parte dell’angelo nella recente fiction televisiva sulla vita di papa Luciani. Erano presenti i coristi del coro di Salvarosa (località nei pressi di Castelfranco Veneto) che hanno proposto dal loro repertorio un Te Deum e l’Alleluia di Handel; alcune parti della fiction sono state proiettate tra grandissimi applausi.

L’intervento del Cardinale

Jorge A. Card. Medina Estévez   Un sacerdote di grande fede, di fede profonda che permeava tutta la sua esistenza, tutte le sue scelte, tutte le sue parole. Una fede nutrita dalla preghiera silenziosa che riusciva ad alimentare in lui un senso costante della presenza di Dio in ogni circostanza. Una fede del tutto evangelica che gli permetteva di non dimenticare mai i tratti basilari (del Vangelo), degli insegnamenti di Gesù e dei suoi atteggiamenti. Una fede che faceva sì che il Servo di Dio avesse una quasi permanente esperienza della Provvidenza di Dio, sorgente per lui di tanta pace e fiducia. Una fede fonte di serena gioia che traspariva nel sorriso, espressione di quell’intimo affidamento alla bontà del Padre la cui mano il Servo di Dio riconosceva in ogni avvenimento e lo faceva sprofondare sempre di più nell’amore verso Colui che egli confessava come autore di ogni bene. Una fede che faceva sì che il Servo di Dio scoprisse la propria indigenza e piccolezza ben consapevole che ogni bene viene da Dio ed è solo a Lui che appartiene l’onore e la gloria. Papa Luciani fu un sacerdote veramente allegro perché profondamente umile. Non cercò mai i propri vantaggi, né gli onori. Poiché, come dice Santa Teresa d’Avila: “l’umiltà è la verità”, il Servo di Dio non si lasciò trascinare dalle apparenze perché non voleva che le realtà transitorie lo distogliessero da ciò che è permanente e definitivo. Il suo attaccamento alla verità ebbe in lui l’amore alla povertà, il distacco dai beni materiali, di qualsiasi lusso. Le sue preferenze avevano il segno della semplicità e perciò fu amato da coloro che secondo il mondo sono piccoli e meno apprezzati: tra di loro Albino Luciani si trovava a suo agio. La sua umiltà non gli impediva però di esprimere chiaramente il suo pensiero, soprattutto quando vi era di mezzo la leale adesione alla verità. E si deve dire che in lui l’umiltà aveva tratti di fortezza, sempre in un modo mite senza però compromettere oppure offuscare la luce della verità. Nella personalità di Papa Luciani non c’era posto per quel che viene considerato “politicamente corretto” anche se è moralmente inaccettabile. La vita di Albino Luciani fu lineare. In lui si avverte un continuo progredire con la caratteristica di una condotta profondamente serena, come la crescita degli alberi il cui legno acquisisce sempre più forza e bellezza. Morì umilmente, senza disturbare nessuno, nel silenzio della sua camera. Morì dopo un brevissimo Pontificato: un passaggio appena sufficiente per incominciare un lavoro ma che gli permise di lasciarci una splendida eredità.

- eredità di fedele adesione al Vangelo di Gesù;
- eredità di pieno distacco da se stesso;
- eredità di gioiosa consapevolezza della presenza misericordiosa di Dio;
- eredità di sincera umiltà radicata nella verità;
- eredità di amore a ciò che è semplice;
- eredità di umile, semplice ed allegro attaccamento alla volontà di Dio.

    Avanti, servo buono e fedele, entra a godere per sempre la presenza del tuo Signore!

+ Jorge A. Card. Medina Estévez
Prefetto emerito della Congregazione
per il Culto Divino


 

.: Una riflessione sul matrimonio cristiano

   Come iniziamo l’assemblea Eucaristica con la Liturgia della Parola, che è ascolto di ciò che Dio ci vuole dire e costituisce per noi momento di vera “catechesi” e di preparazione ad accogliere Cristo presente nell’Eucaristia, così avviene per il matrimonio cristiano cercando di comprendere la portata della scelta che si sta facendo. Perciò si premette alla celebrazione un periodo di istruzione catechetica, più necessaria che mai perché il matrimonio cristiano è una scelta che va accuratamente preparata. Credo utile soffermarmi sui punti fondamentali di questa catechesi cristiana in preparazione al matrimonio perché ci apre a comprendere che cos’è il matrimonio cristiano. Un primo spunto ci viene dal contesto storico in cui sono state scritte le parole della Genesi riguardo al Matrimonio: “perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e andrà con sua moglie e saranno tutti e due una vita sola” (Gen 2,24). Queste espressioni sono state scritte in un contesto beduino nel quale le mogli si vendevano, si compravano, e un uomo ne poteva avere quante gliene permettevano le sue sostanze. Gesù ribadisce questa scelta di “unicità” rispondendo a chi gli faceva notare che Mosè aveva permesso di ripudiare la propria moglie e di sposarne un’altra: “All’inizio non fu così” (cf. Mt 19,1-9). Dio, dunque, ha voluto un solo uomo per una sola donna, facendo conoscere attraverso il popolo eletto questa sua volontà: indissolubilità e unicità del matrimonio. Un uomo solo con una donna sola che non si compra e non si vende in un rapporto che nasce dal cuore ed è vincolato dall’amore. Una realtà che l’umanità non è stata ancora in grado di realizzare al cento per cento. Forse non ci rendiamo conto a sufficienza che, con le parole “l’uomo lascerà suo padre e sua madre”, il Signore afferma anche che tale scelta sarà il segno che la persona è arrivata alla maturità, ha lasciato l’infanzia, la casa, ed è preparata ormai per una impresa meravigliosa: formare una nuova famiglia, creare un nuovo germoglio sulla pianta frondosa dell’umanità! Un secondo spunto di catechesi è la meravigliosa storia di Dio con il popolo eletto. Una storia piena di pazienza, di accoglienza, di andare a cercare, di tornare, di vincere ogni ostacolo perché l’impegno di fedeltà va mantenuto: Dio che sta sempre con il suo popolo anche se si dimostra infedele. Dio sta lì: la fedeltà di Dio è la grande garanzia della fedeltà umana anche nel matrimonio. Il terzo spunto di riflessione sul matrimonio ci viene dall’esempio di amore offerto da Cristo per la sua Chiesa: giungere a darsi e accettarsi totalmente come ha fatto Cristo con la Chiesa. Questa, dunque, è l’origine del matrimonio: un uomo solo con una donna sola vincolati dall’amore tramite un paziente impegno di superamento di ogni difficoltà, con fiducioso abbandono alla grazia di Dio per mantenere l’alleanza, e con grande generosità nel dono reciproco. Proprio come fa Cristo con la Chiesa.

(2 - continua)
don Giorgio


 

.: Due episodi della vita di papa Luciani


   
Primavera/Estate del 1958 ero stato incaricato dalla Clinica Odontoiatrica dell’Università di Pavia, dove frequentavo la Specialità in Odontoiatria, di organizzare qui a Belluno un Congresso Odontoiatrico a carattere nazionale denominato “Convegno Stomatologico della Valle del Piave”, cui parteciparono Direttori e Scuole Odontoiatriche di tutte le Università italiane. Il giorno prima dell’apertura del Congresso giunse a Belluno il Direttore della Clinica Odontoiatrica dell’Università di Pavia Prof. Silvio Palazzi, Presidente del Congresso oltre che personalità di grande rilievo a livello internazionale, il quale mi chiese di accompagnarlo nelle visite di cortesia, già programmate, al Prefetto, al Vescovo ed al Sindaco della Città. Il Vescovo Mons. Muccin era assente da Belluno e lo sostituiva il Vicario Mons. Albino Luciani, con il quale il colloquio, in mia presenza fu lungo e cordiale. il Prof. Palazzi, che era uomo di mondo, abituato ad incontrare eminenti personalità, rimase molto impressionato da quell’incontro tanto che, appena usciti in Via S. Lucano, esclamò: “In gamba quel Prete! Io non ci sarò più ma vedrai, caro Arrigoni, che quello diventerà Papa!”. E vent’anni dopo il presagio del Prof. Palazzi si avverò!

***

Mio padre aveva curato don Albino fin da quando frequentava il Seminario, ed aveva continuato a curarlo anche da Vescovo. La lunga consuetudine li aveva fatti diventare amici. Mio padre si ammalò di tumore nell’ottobre del 1970, il decorso fu molto rapido, e mori la notte di Natale. Il giorno della Vigilia mons. Albino venne a sapere, non ho mai saputo come e da chi, che mio padre era in punto di morte, e si precipitò a Belluno. Lo vedemmo arrivare in Ospedale, con sorpresa di tutti, furtivo e dimesso come il solito, e gli chiedemmo: «Monsignore, come mai il Patriarca qui la Vigilia di Natale? E le Funzioni a S. Marco?». Rispose: «Ho saputo che il Dott. Arrigoni è in punto di morte. Per tutto quello che gli devo voglio essere io ad impartirgli l’estrema Unzione. Se non lo avessi fatto ne avrei avuto rimorso». Lo salutò, gli diede la sua benedizione, e ripartì immediatamente per Venezia. E mio Padre morì poche ore dopo.

Gianbattista Arrigoni

 

.: Incontri culturali

  

   Particolarmente intenso il calendario degli incontri culturali proposti nell’ultimo trimestre dell’anno. Il 3 ottobre è intervenuto S.E. Card. Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, salesiano, arcivescovo di Tegucigalpa in Honduras. Personaggio fuori dai soliti schemi curiali ha incantato i partecipanti sul tema “La povertà e lo sviluppo umano”. Non poteva mancare il riferimento all’America Latina, il più cattolico tra i cinque continenti ma anche quello più ricco di contraddizioni, dove convivono grandi ricchezze e grandi povertà. Dal fondo di questa povertà sale un grido di giustizia che il cardinale salesiano coglie e rilancia ai potenti del mondo. L’incontro è stato dedicato in onore del compianto mons. Vincenzo Savio, il quale aveva accettato molto volentieri l’idea di ospitare nella nostra Diocesi il card. Rodriguez Maradiaga.
     Il 6 ottobre S.E.R. mons. Giuseppe Molinari, arcivescovo metropolita de L’Aquila, ha presentato il suo libro “O tu abbi pietà. La ricerca religiosa di Cesare Pavese”: uno scrupoloso e coraggioso scavo dell’opera e della critica al fine di ridisegnare i percorsi drammatici dell’infruttuosa ricerca di Dio seguiti dallo scrittore delle Langhe, anche attraverso la lettura di alcuni brani significativi proposti dall’attore-doppiatore Stefano Alessandroni.
    Il 13 ottobre un appuntamento molto atteso: l’incontro con il senatore a vita Sen. Giulio Andreotti, che insieme alla giornalista del mensile “30 Giorni” Stefania Falasca, ha presentato il volume “Un Vescovo contro Hitler. Von Galen, Pio XII e la resistenza al nazismo”. Clemens August von Galen, da poco proclamato beato, è una figura simbolo della resistenza tedesca ad Hitler. Sfidò a viso aperto le violazioni dei diritti, i crimini e la barbarie del nazismo. Il libro presenta per la prima volta l’epistolario tra il vescovo di Münster e Pio XII; una corrispondenza inedita che rivela il comune intento contro la follia nazista e un nuovo fondamentale tassello per inquadrare due figure decisive della storia del cristianesimo e dell’Europa.
    In preparazione del Natale, il primo dicembre è stata proposta la testimonianza di Lia Beltrami autrice del libro “A ritroso verso la luce. Cinema e vita sulla rotta dei Magi”. Il viaggio da Betlemme alla Persia della regista Beltrami, che in latitudini e culture diverse, cerca la Luce che dà movimento ai fotogrammi della vita. Nel corso della serata l’attore-doppiatore Augusto Di Bono ha letto alcuni brani.
   Il 15 dicembre un incontro sulla guida sicura con il giornalista sportivo Leo Turrini, coautore assieme a Giancarlo Fisichella del libro “Ma chi ti ha dato la patente?”. Il relatore della serata ha ripercorso il racconto che Fisichella traccia nel libro, non solo l’esperienza di pilota suggerendo aspetti essenziali per la guida sicura e accorgimenti utili a chi si mette al volante di una vettura, ma ha anche ribadito alcune tipologie di comportamenti deplorevoli e censurabili.
    Il 2006 si è concluso con la presentazione del libro “America anno zero” dell’europarlamentare Lilli Gruber, intervenuta assieme a padre Justo Lacunza- Balda, rettore del Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica (rettore del PISAI). Il naufragio della credibilità degli Stati Uniti è associato alla personalità e all’operato di un uomo: George W. Bush. Bush, il suo vicepresidente Richard Cheney e un ristretto circolo di consiglieri hanno scelto dall’inizio di ridurre la complessità di questi problemi a una formula semplicistica: la “guerra contro il terrorismo”. Gli effetti si sono fatti sentire subito: le leggi eccezionali, l’erosione delle libertà individuali e le misure arbitrarie si sono moltiplicate. L’America attraversa un periodo pieno di interrogativi.

Michelangelo De Donà